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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

La fonte del conflitto

Di Admin (del 25/06/2010 @ 04:30:35, in Jiddu Krishnamurti, linkato 67 volte)

Vi sono due tipi di apprendimento: uno consiste nel memorizzare ciò che viene imparato per poi osservare tramite la memoria - ed è questo che molti di noi chiamano apprendimento - e l'altro consiste nell'imparare attraverso l'osservazione, senza immagazzinarlo come ricordo. Per dirla in un altro modo: un modo di apprendimento è imparare qualcosa a memoria, in modo che rimanga immagazzinato nel cervello come conoscenza e successivamente agire secondo tale conoscenza abilmente o maldestramente; quando si frequenta la scuola e l'università, si accumulano molte informazioni, e in base a tale conoscenza si agisce in modo benefico per se stessi e per la società, ma si è incapaci di agire semplicemente, direttamente. L'altra specie di apprendimento - cui non si è altrettanto abituati, perché si è schiavi delle abitudini, delle tradizioni, di ogni conformismo - consiste nell'osservare senza l'accompagnamento della conoscenza pregressa, guardare qualcosa come se fosse la prima volta. Se uno osserva qualcosa in questo modo, non vi è la coltivazione della memoria; non è come quando uno osserva e tramite tale osservazione accumula il ricordo in modo che la prossima volta che l'osserva lo fa attraverso quello schema della memoria, e perciò non l'osserva più ex novo.

E' importante avere una mente che non sia costantemente occupata, costantemente intenta a chiacchierare. Per la mente non occupata, può germinare un nuovo seme, qualcosa d'interamente diverso dalla coltivazione della conoscenza e dall'azione basata su tale conoscenza. 
Osservate i cieli, la bellezza delle montagne, gli alberi, la luce tra le fronde. Questa osservazione, immagazzinata nella memoria, impedirà che la prossima osservazione sia nuova. Quando uno osserva la moglie o un amico, può osservare senza l'interferenza della registrazione dei precedenti episodi di quel particolare rapporto? Se uno può osservare l'altro senza l'interferenza della conoscenza precedente, impara molto di più.
La cosa più importante è osservare: osservare e non avere una divisione tra l'osservatore e l'osservato. Generalmente vi è una divisione apparente tra l'osservatore, che è la somma totale dell'esperienza passata, in quanto memoria, e l'osservato ... così è il ,passato che osserva. La divisione tra osservatore e osservato è la fonte del conflitto.
E' possibile che non vi sia conflitto, in tutta una vita? Tradizionalmente, si accetta che debba esservi questo conflitto, questa lotta, questo dissidio perpetuo, non solo fisiologicamente, per sopravvivere, ma psicologicamente, tra desiderio e paura, simpatia e antipatia, e così via. Vivere senza conflitto è vivere una vita senza sforzo, una vita in cui vi è pace. L'uomo ha vissuto, per secoli e secoli, una vita di battaglia, di conflitti esteriori e interiori; una lotta costante per conseguire qualcosa, e la paura di perdere, di ricadere indietro. Si può parlare all'infinito di pace, ma non vi sarà pace finché si è condizionati ad accettare il conflitto. Se uno dice che è possibile vivere in pace, allora è soltanto un'idea, e perciò non ha valore. E se uno dice che non è possibile, allora blocca ogni indagine. 
Esaminiamolo prima psicologicamente; è più importante che farlo fisiologicamente. Se uno comprende in profondità la natura e la struttura del conflitto, psicologicamente, e magari vi pone fine, allora può essere in grado di affrontare il fattore fisiologico. Ma se uno s'interessa solo del fattore fisiologico, biologico, per sopravvivere, allora probabilmente non ci riuscirà.
Perché vi è questo conflitto, psicologicamente? Fin dai tempi più antichi, socialmente e religiosamente, c'è sempre stata una divisione tra il bene e il male. Questa divisione esiste realmente, oppure c'è soltanto ciò che è " senza il suo contrario? Supponiamo che via sia collera questo è un fatto, " ciò che è "; ma " io non andrò in collera " è un idea, non è un fatto. 
Uno non discute mai tale divisione, l'accatta perché è tradizionalista per abitudine, e non vuol saperne di qualcosa di nuovo. Ma c'è un altro fattore: c'è una divisione tra l'osservatore e l'osservato. Quando uno guarda una montagna, la guarda come osservatore e la chiama montagna. La parola non è la cosa. La parola " montagna " non è la montagna, ma per l'interessato la parola è molto importante: quando guarda, vi è istantaneamente la risposta " quella è una montagna ". Ora, uno può guardare la cosa chiamata " montagna" senza la parola, perché la parola è un fattore di divisione? Quando uno dice " mia moglie ", la parola " mia " crea divisione. La parola, il nome, la parte del pensiero. Quando uno guarda un uomo o una donna, una montagna o un albero, qualunque cosa sia, si opera una divisione quando il pensiero, il nome, il ricordo vengono posti in essere.
Uno può osservare senza l'osservatore, che è l'essenza di tutti i ricordi, le esperienze, le reazioni e così via, tutti provenienti dal passato? Se uno guarda qualcosa senza la parola e i ricordi del passato, allora osserva senza l'osservatore. Quando uno fa ciò, vi è solo l'osservato, e non vi è divisione né conflitto, psicologicamente. Uno può guardare la propria moglie o il proprio amico più intimo senza il nome, la parola e tutta l'esperienza accumulata" in quel rapporto? Quando guarda così, guarda l'altro - o l'altra - per la prima volta. 
E' possibile vivere una vita completamente libera da ogni conflitto psicologico? Uno ha osservato il fatto: basterà, se lascia stare il fatto. Finché vi è divisione tra l'osservatore che crea le immagini, e il fatto - che non è immagine ma soltanto fatto - deve esserci conflitto perpetuo. E' una legge. Ma si può porre fine al conflitto.
Quando vi è la fine del conflitto psicologico - che è parte della sofferenza - allora, in che modo influisce sulla vita, sui rapporti con gli altri? In che modo la fine della lotta psicologica, con tutti i suoi conflitti, il suo dolore, le sue ansie, le sue paure, in che modo si riferisce alla vita quotidiana, al lavoro d'ufficio, eccetera eccetera? Se è un fatto che uno ha posto fine al conflitto psicologico, allora come vivrà una vita senza conflitti esteriori? Quando non vi è conflitto interiore, non vi è conflitto all'esterno, perché "non vi è divisione" tra l'interiore e l'esteriore. E come il flusso e il riflusso del mare. E' un fatto assoluto, irrevocabile, che nessuno può toccare; è inviolato. Quindi, se è così, cosa farà uno per guadagnarsi da vivere? Poiché non Vi è conflitto, non vi è ambizione. Poiché interiormente vi è qualcosa di assoluto che è inviolato, che non può essere toccato né danneggiato, allora uno non dipende psicologicamente da un altro; perciò non vi è conformismo né imitazione. Quindi, non avendo tutto questo, uno non è più pesantemente condizionato dal successo e dall'insuccesso nel mondo del denaro, della posizione, del prestigio, che implica la negazione di "ciò che è " e l'accettazione di " ciò che dovrebbe essere ".
Poiché uno nega " ciò che è " e crea l'ideale di " ciò che dovrebbe essere ", vi è conflitto. Ma osservare ciò che è effettivamente significa che uno non ha contrario, solo " ciò che è ". Se osservate la violenza e usate la parola " violenza ", c'è già conflitto, la parola stessa è già distorta; vi sono persone che approvano la violenza e altre che non l'approvano. L'intera filosofia della non violenza è distorta, politicamente e religiosamente. C'è la violenza e il suo contrario, la non violenza. Il contrario esiste perché voi conoscete la violenza. Il contrario ha radice nella violenza. Uno pensa che, avendo un contrario, con qualche metodo o mezzo straordinario, si sbarazzerà di " ciò che è ".
Ora, si può accantonare il contrario e guardare semplicemente la violenza, il fatto? La non violenza non è un fatto. La non violenza è un'idea, un concetto, una conclusione. Il fatto è la violenza: uno è in collera, odia qualcuno, vuol far male alla gente, è geloso: tutto questo è l'implicazione della violenza, che è il fatto. Ora, si può osservare il fatto senza introdurre il suo contrario? Perché allora uno ha l'energia - che prima veniva sprecata cercando di realizzare il contrario - per osservare " ciò che è ". In quell'osservazione non c'è conflitto.
Perciò, cosa farà un uomo che ha compreso questa esistenza straordinaria e complessa basata sulla violenza, il conflitto e la lotta, un uomo che ne è effettivamente libero, non teoricamente, ma effettivamente libero? Il che significa assenza di conflitto. Che cosa farà al mondo? Formulerà questa domanda, se è interiormente, psicologicamente, interamente libero da conflitti? Ovviamente no. Solo l'uomo in conflitto dice: " Se non vi è conflitto, sarò alla fine, verrò annientato dalla società perché la società è basata sul conflitto".
Se uno è consapevole della propria coscienza, che cos'è? Se è consapevole, vedrà che la sua coscienza è - in senso assoluto - nel disordine totale. E contraddittorio dire una cosa, fare qualcosa d'altro, cercando sempre qualcosa. Il movimento totale è entro un'area limitata e priva di spazio, e in quel poco spazio c'è disordine.
Uno è diverso dalla propria coscienza? Oppure è quella coscienza? quella coscienza. Allora, è consapevole di trovarsi nel disordine totale? Alla fine, quel disordine porta alla nevrosi, ovviamente: perciò ci sono tutti gli specialisti della società moderna, gli psicoanalisti, gli psicoterapeuti e così via. Ma interiormente c'è ordine? Oppure c'è disordine? Uno può osservare questo fatto? E cosa avviene quando uno osserva senza scegliere... cioè senza distorsioni? Dove c'è disordine, deve esserci conflitto. Dove c'è ordine assoluto, non c'è conflitto. E c'è un ordine assoluto, non relativo. Ciò può avvenire in modo naturale e facile, senza conflitto, solo quando uno è consapevole di se stesso quale coscienza, consapevole della confusione, del tumulto, delle contraddizioni, osservando esteriormente senza distorsione. Allora da questo deriva naturalmente, dolcemente, facilmente, un ordine irrevocabile.
 

Spunto di lettura

La Mia Strada è La Tua Strada

La Mia Strada è La Tua Strada

Questo primo volume delle sue Meditazioni sul vivere contiene riflessioni sull'amore, la solitudine, la gelosia, il lavoro, la politica, il rapporto fra individuo e società, il potere, le ideologie.

 

 

 

 

La mente e l'incognito

Di Admin (del 25/06/2010 @ 04:17:05, in Jiddu Krishnamurti, linkato 45 volte)

La mente non può spingersi nell'incognito.

Può ciò che è incommensurabile essere trovato da te e da me? Può ciò che non è del tempo essere scovato da quella cosa che è fatta di tempo? Può una disciplina praticata diligentemente condurci all'ignoto? Vi è un mezzo per giungere a ciò che non ha né principio né fine? Può quella realtà essere colta nella rete dei nostri desideri? Ciò che noi possiamo catturare è la proiezione di ciò che è noto; ma l'ignoto non può essere colto dal noto. Ciò che ha un nome non è ineffabile e nominando noi ridestiamo soltanto dei riflessi condizionati. Questi riflessi, per nobili e belli, non sono le risposte del reale. Noi reagiamo a degli stimoli, ma la realtà non offre stimoli: essa è.

 

La mente muove dal cognito al cognito e non può spingersi nell'incognito.

 

Non possiamo pensare a qualcosa che non conosciamo; è impossibile. Ciò che pensate viene dal cognito, dal passato, sia questo passato remoto o il secondo appena trascorso.

 

Questo passato è pensato, foggiato e condizionato da molte influenze, si modifica secondo le circostanze e le pressioni, ma rimane sempre un processo temporale. Il pensiero può soltanto negare o asserire, non può scoprire il nuovo. Il pensiero non può trovare il nuovo; ma quando il pensiero tace, allora può esserci il nuovo: che è immediatamente trasformato nel vecchio, nello sperimentato, dal pensiero. Il pensiero forma sempre, modifica, cobra secondo uno schema di esperienza. La funzione del pensiero è di comunicare, ma non di essere nello stato di sperimentazione. Quando la sperimentazione cessa, allora subentra il pensiero e la definisce entro la categoria del cognito. Il pensiero non può penetrare nell'incognito, così che non può mai scoprire o sperimentare la realtà.

 

Discipline, rinunce, distacchi, riti, esercizio della virtù, tutte queste cose, per nobili che siano, sono il processo del pensiero; e il pensiero può soltanto operare verso un fine, una conquista, che sono sempre del cognito.

 

Il conseguimento è sicurezza, la certezza auto-protettiva del cognito.

 

Cercare la sicurezza in ciò che è senza nome vuoi dire negarla. La sicurezza che si può trovare è soltanto nella proiezione del passato, del cognito. Per questa ragione la mente deve rimanere in profondo e totale silenzio; ma questo silenzio non può essere acquistato mediante il sacrificio, la sublimazione o la soppressione. Questo silenzio viene quando la mente non cerca più, non è più presa nel processo del divenire. Questo silenzio non è cumulativo, non può essere creato attraverso la pratica. Questo silenzio deve essere così sconosciuto alla mente come ciò che è senza tempo; perché se la mente sperimenta il silenzio, allora c'è lo sperimentatore che è la somma di esperienze passate, che è consapevole di un passato silenzio; e ciò che è sperimentato dallo sperimentatore è soltanto una ripetizione che si auto-proietta. La mente non può mai sperimentare il nuovo, così che la mente deve starsene tranquilla all'estremo.

 

La mente può tacere solo quando non sperimenta, vale a dire quando non definisce o nomina, non registra e non accumula nella memoria. Questo dare un nome e registrare è un processò Continuo dei differenti strati della coscienza, non soltanto della mente più elevata. Ma quando la mente superficiale è in quiete, la mente più profonda può far sentire le sue intimazioni. Quando l'intera coscienza è muta e tranquilla, libera d'ogni divenire, che è spontaneità, allora soltanto l'incommensurabile viene in essere. Il desiderio di conservare questa libertà dà continuità alla memoria del diveniente, la qual cosa è un ostacolo alla realtà. La realtà non ha continuità; è di momento in momento, sempre nuova, sempre recente. Ciò che ha continuità non può mai essere creativo.

 

La mente superiore è soltanto uno strumento di comunicazione, non può misurare ciò che è incommensurabile. Della realtà non si deve parlare; e quando se ne parla, non è più realtà. 

Questa è meditazione.

 

 

Spunto di lettura

 

La Rivoluzione Interiore

La Rivoluzione Interiore

Come si può vivere saggiamente in un mondo dominato dalla follia? Nelle meditazioni qui raccolte Krishnamurti affronta questa domanda cruciale con freschezza e chiarezza di pensiero, mostrando le connessioni tra il mondo interiore e quello esteriore.

Indagando le origini del dolore, le ritrova nella nostra ossessione per il passato: sono infatti i ricordi, lieti o dolorosi, che ci provocano l'illusione della continuità e ci fanno soffrire.

Krishnamurti ci invita invece a tenere desta l'attenzione sulle singole percezioni e a raccogliere momento per momento le sfide che la vita ci pone.

 

 

 

LA SEMPLICITA'

Di Admin (del 09/04/2009 @ 05:27:01, in Jiddu Krishnamurti, linkato 233 volte)

Tratto da "La ricerca della felicità"

Vorrei prendere in esame che cos'è la semplicità e, partendo da lì, arrivare magari alla scoperta della sensibilità. Noi sembriamo credere che la semplicità sia un'espressione puramente esteriore, una rinuncia: possedere
pochi beni, indossare un perizoma, non avere casa, non fare sfoggio di abiti, avere un piccolo conto in banca. Certamente, questa non è la semplicità, ma soltanto una messinscena esteriore. A me pare che la semplicità sia qualcosa di essenziale, che però si realizza soltanto quando cominciamo a comprendere il significato dell'autoconoscenza. 

La semplicità non è il mero adeguamento a uno schema. E' necessaria una notevole intelligenza per essere semplici, e non soltanto conformarsi a un determinato modello, per quanto possa sembrare degno. Purtroppo la maggior parte di noi inizia con l'essere semplice esternamente, nelle cose visibili.

E' relativamente facile possedere poche cose ed esserne soddisfatti; accontentarsi di poco e, magari, dividere quel poco con altri. Ma, una semplice manifestazione esteriore di semplicità nelle cose, in ciò che si possiede,
non implica certo la semplicità dell'essere interiore. Per come va il mondo oggigiorno, infatti, siamo indotti dall'esterno ad appropriarci di un numero sempre crescente di cose. La vita diventa sempre più complessa. Allo scopo di sfuggire a tutto ciò, cerchiamo di rinunciare alle cose, di distaccarcene - dalle automobili, dalle case, dalle organizzazioni, dai film, e dalle
innumerevoli circostanze che dall'esterno ci vengono imposte. Pensiamo che basti ritirarsi dal mondo per essere semplici. Molti grandi santi, molti grandi maestri hanno rinunciato al mondo; ma, mi sembra che una simile rinuncia da parte nostra non risolva il problema. La semplicità, che è essenziale e reale, può nascere solo interiormente; e, a partire da lì, può poi dare luogo a una manifestazione esterna. Il problema è, dunque, come essere semplici, perché la semplicità acuisce la sensibilità. E' fondamentale avere una mente sensibile, un cuore sensibile, che siano capaci di una percezione e
ricezione rapida.

E certo si può essere semplici interiormente solo se si comprendono gli innumerevoli impedimenti, legami, paure, che ci imprigionano. Ma alla maggior parte di noi piace essere prigionieri - delle persone, degli oggetti, delle
idee. Dentro di noi siamo prigionieri, anche se esteriormente sembriamo molto semplici. Internamente siamo prigionieri dei nostri desideri, bisogni, ideali, di innumerevoli motivazioni. E' impossibile trovare la semplicità se
non si è liberi dentro. E' per questo che bisogna cominciare la ricerca internamente, non esternamente.

La comprensione totale del processo della credenza, dei motivi che spingono la mente ad aggrapparsi a una credenza, è straordinariamente liberatoria.
Quando c'è libertà dalle credenze, c'è semplicità. Ma, questa semplicità richiede intelligenza, e per essere intelligenti bisogna essere consapevoli dei propri impedimenti. Per essere consapevoli, bisogna essere costantemente vigili,
non radicarsi in una particolare routine, in un particolare schema di pensiero o di azione. Dopo tutto, ciò che si è internamente influenza il mondo esterno.

La società (o qualunque forma di azione) è la proiezione di noi stessi, e senza trasformazione interiore, le sole leggi incidono assai poco sul mondo esterno; possono produrre certe riforme, certi adeguamenti, ma ciò che si è
internamente finisce sempre per prevalere sull'esterno. Se internamente si è avidi e ambiziosi, se si perseguono certi ideali, alla fine la complessità interiore turberà e sconvolgerà la società esterna, per quanto questa possa
essere attentamente pianificata.

Ecco, perché bisogna cominciare dall'interno - ma non in maniera esclusiva, non rifiutando il mondo esterno. Si arriva all'interno comprendendo l'esterno, scoprendo la sofferenza, la lotta, il dolore che esistono nel mondo; e più si indaga, più, naturalmente, ci si avvicina agli stati psicologici che producono i conflitti e le sofferenze esteriori. L'espressione esterna è
soltanto un'indicazione del nostro stato interiore, ma per comprendere tale stato interiore bisogna accostarsi ad esso attraverso il mondo esterno. La maggior parte di noi fa così. Nel comprendere l'interiorità - non esclusivamente,
non rifiutando la realtà esterna, ma comprendendola e attraverso essa giungendo all'interiorità - scopriremo che, mentre procediamo nell'esplorazione delle complessità del nostro essere, diventiamo sempre più sensibili e liberi. E' questa semplicità interiore che è così essenziale, poiché genera sensibilità.

Una mente che non sia sensibile, né vigile o consapevole, è priva di recettività e incapace di qualunque azione creativa. Il conformismo, come mezzo per conquistare la semplicità, di fatto ottunde la mente e il cuore, li rende insensibili. Qualunque forma di coazione autoritaria, imposta dallo Stato, da se stessi, dall'ideale del conseguimento di un fine, e così via, qualunque forma di conformismo, sfociano inevitabilmente nell'insensibilità, nella mancanza di semplicità interiore. All'esterno ci si può conformare, dando un'impressione di semplicità, come fanno tante persone religiose, che
praticano varie forme di disciplina, partecipano a questa o quella organizzazione, meditano in un certo modo, e così via - tutti costoro danno un'impressione esterna di semplicità, ma un tale conformismo non ha come esito la semplicità. Qualunque tipo di coazione non potrà mai condurre alla semplicità. Al contrario, quanto più ci si reprime, quanto più si
sostituisce e si sublima, tanto meno si è semplici; e viceversa, quanto più si comprende il processo di sublimazione, repressione, sostituzione, tanto maggiori sono le possibilità di essere semplici.

I nostri problemi - sociali, ambientali, politici, religiosi - sono talmente complessi che li possiamo risolvere soltanto essendo semplici, non diventando straordinariamente eruditi e intellettualmente sofisticati. Una persona semplice vede le cose in maniera molto più diretta, ha un'esperienza più immediata delle persone complesse. Le nostre menti sono talmente ingombre della conoscenza di un'infinità di dati, di ciò che altri hanno detto, che siamo divenuti incapaci di essere semplici e di avere noi stessi esperienze dirette. Questi problemi richiedono una nuova impostazione; ma questa è possibile solo se internamente siamo davvero semplici. Quella semplicità scaturisce dall'autoconoscenza, ossia dalla comprensione di noi stessi, delle  modalità del nostro pensare e sentire, dei movimenti dei nostri pensieri, delle nostre reazioni, di come ci conformiamo per paura all'opinione pubblica, a ciò che altri dicono, a ciò che il Buddha, Cristo, i grandi santi hanno detto - tutto questo indica la nostra propensione naturale ad adeguarci, a cercare la sicurezza. Quando si cerca la sicurezza, si è evidentemente in uno stato di paura e, di conseguenza, non c'è semplicità.

Se non si è semplici, non si può essere sensibili - agli alberi, agli uccelli, alle montagne, al vento, a tutte le cose che accadono intorno a noi nel mondo; se non si è semplici, non si può essere sensibili alle risonanze interne delle cose. La maggior parte di noi vive superficialmente, al livello più esteriore della coscienza; cerchiamo di essere riflessivi o intelligenti, il che è sinonimo dell'essere religiosi, oppure cerchiamo di rendere semplici le nostre menti, attraverso la coazione, la disciplina. Ma la semplicità non è questa.

Quando costringiamo il livello più superficiale della mente a essere semplice, tale coazione serve solo a irrigidire la mente, non la rende certo duttile, chiara, rapida. E' estremamente arduo essere semplici nel processo complessivo, globale, della nostra coscienza; non deve esserci, infatti, alcuna riserva interiore, bensì una determinazione a scoprire, a esplorare il processo dell'essere, il che significa essere pronti a recepire ogni implicazione, ogni cenno, essere consapevoli delle proprie paure e delle proprie speranze, esplorarle, ed esserne liberi, sempre più liberi. Solo allora, quando la mente e il cuore sono davvero semplici, non ricoperti di incrostazioni, possiamo risolvere i numerosi problemi che ci troviamo di fronte.

La conoscenza non risolverà i nostri problemi. Potreste sapere, ad esempio, che esiste la reincarnazione, che c'è continuità dopo la morte. Potreste saperlo, non dico che sia così; o potreste esserne convinti. Ma questo non
risolve il problema. La morte non può essere archiviata in base a una teoria, a un'informazione o a una convinzione. E' molto più misteriosa, molto più profonda, molto più creativa di così.

Bisogna avere la capacità di indagare su tutte queste cose con atteggiamento nuovo; solo attraverso l'esperienza diretta, infatti, i nostri problemi possono avere soluzione, e perché un'esperienza diretta sia possibile, ci deve essere semplicità, il che significa che ci deve essere sensibilità. La mente è offuscata dal peso della conoscenza, è offuscata dal passato, dal futuro.
Solo una mente che sia capace di adeguarsi al presente in continuazione, attimo per attimo, può essere all'altezza delle potenti influenze e pressioni a cui siamo costantemente sottoposti dall'ambiente che ci circonda.

Dunque, un uomo religioso non è quello che indossa una tonaca, o un perizoma, o che consuma un solo pasto al giorno, o che ha fatto innumerevoli voti di essere questo e non essere quello, bensì quello che è semplice interiormente, che non tende a diventare alcunché. Una mente simile è capace di una recettività straordinaria, perché in essa non ci sono barriere, né paure, né movimento verso qualcosa; è dunque capace di ricevere la grazia, Dio, la
verità, o quel che vi pare. Un mente che persegue la realtà, invece, non è una mente semplice. Una mente che cerca, si affanna, brancola in preda all'agitazione, non è una mente semplice.

Una mente che si conforma a un qualunque modello di autorità, interna o esterna, non può essere sensibile. E soltanto quando una mente è veramente sensibile, vigile, consapevole di tutte le proprie vicende, reazioni, pensieri, quando non tende più a diventare qualcosa, quando non plasma più se stessa per essere qualcosa, solo allora è capace di accogliere ciò che è la verità. Solo allora può esserci felicità, poiché la felicità non è un fine: è il risultato della realtà. Quando la mente e il cuore saranno divenuti semplici e dunque sensibili (ma non attraverso forme di coazione, di autorità o di imposizione), allora vedremo che i nostri problemi possono essere affrontati con molta semplicità. Per quanto complessi tali problemi
siano, saremo in grado di impostarli in maniera nuova e vederli in un'ottica differente. Ecco di cosa c'è bisogno oggi: di gente che sia capace di affrontare la confusione, l'agitazione, la conflittualità della realtà esterna in maniera nuova, creativa e semplice - non con teorie né con formule, di sinistra o di destra che siano. Ma non si può affrontare tutto ciò in maniera nuova se non si è semplici.

I problemi possono essere risolti soltanto se li si imposta in questo modo. Una nuova impostazione non è possibile se ragioniamo nei termini di precisi schemi di pensiero, religioso, politico o di altra natura. Dobbiamo liberarci di tutte queste cose per essere semplici. Ecco perché è così importante essere consapevoli, avere la capacità di comprendere il processo del proprio pensiero, avere una percezione totale di sé; da ciò scaturisce una semplicità, un'umiltà che non è virtù o esercizio. L'umiltà che si conquista attraverso uno sforzo cessa di essere umiltà. Una mente che si fa umile non è più una mente umile.

Solo quando si è umili, ma non di un'umiltà coltivata, solo allora si è in grado di affrontare i tanti problemi pressanti del
la vita, perché non ci si ritiene importanti, non si guarda alle cose attraverso il filtro delle proprie urgenze e del proprio senso di importanza; si considera invece il problema in sé e così si è in grado di risolverlo.

 

Sulla meditazione

Di Admin (del 17/05/2008 @ 01:32:02, in Jiddu Krishnamurti, linkato 227 volte)

Se hai intenzione di meditare, non sarà meditazione ... se assumi deliberatamente un atteggiamento, una posizione, per meditare, allora la meditazione diventa un giocattolo, un trastullo della mente. Se decidi di districarti dalla confusione e dall'infelicità della vita, allora diventa un'esperienza dell'immaginazione — e questa non è meditazione. La mente conscia o la mente inconscia non debbono aver parte in essa; non devono neppure essere consapevoli dell'estensione e della bellezza della meditazione. Nella totale attenzione della meditazione non c'è alcuna conoscenza, alcun riconoscimento, né il ricordo di qualcosa che sia già avvenuta. Il tempo e il pensiero sono totalmente cessati, poiché sono il centro che limita la propria visione ... la meditazione non è la semplice esperienza di qualcosa al di là del pensiero e del sentimento di ogni giorno, né la ricerca di visioni e beatitudini ... La meditazione non è fuga dal mondo; non è un isolarsi e chiudersi in sé, ma piuttosto la comprensione del mondo e delle sue vie ... Meditare è deviare da questo mondo ... Dalla negazione nasce lo stato affermativo. Il semplice ottenere l'esperienza, o vivere nell'esperienza, nega la purezza della meditazione. La meditazione non è un mezzo per un fine ... La meditazione è la cessazione del pensiero ... Tutto ciò che il pensiero formula ha in sé il limite dei suoi confini, il pensiero ha sempre un orizzonte, la mente meditativa non ne ha, l'uno deve cessare perché l'altro possa essere. La meditazione apre la porta ad una vastità che trascende ogni immaginazione o congettura. Il pensiero è il centro intorno al quale c'è lo spazio dell'idea, e questo spazio può essere allargato da ulteriori idee. Ma tale allargamento mediante stimoli di ogni sorta non è la vastità in cui non c'è alcun centro. La meditazione è la comprensione di questo centro e quindi il suo superamento. Il silenzio e la vastità vanno insieme. L'immensità del silenzio è l'immensità della mente in cui non esiste un centro. La percezione di questo spazio-silenzio non procede dal pensiero. Il pensiero percepisce soltanto la sua proiezione, e il riconoscimento di essa è il suo confine ... La meditazione non è un'attività dell''isolamento, ma l'azione nella vita quotidiana che esige cooperazione, sensibilità ed intelligenza. Senza il fondamento di una vita retta la meditazione diventa una fuga e non ha alcun valore. Una vita retta non è l'obbedienza alla morale sociale, ma la libertà dall'invidia, dalla cupidigia e dalla ricerca del potere — che generano inimicizia. La libertà da questi mali non passa attraverso la consapevolezza che di essi si acquista mediante l'autoconoscenza. Senza conoscere le attività del sé la meditazione diviene esaltazione dei sensi e perde ogni significato ... La meditazione non è una continuazione o una espansione dell'esperienza. La meditazione, al contrario, è quella completa inazione che è la cessazione di tutta l'esperienza. L'azione dell'esperienza ha le sue radici nel passato ... la meditazione è lo svuotarsi dell'esperienza, è la totale inazione che proviene dalla mente che vede ciò che è, senza l'ostacolo del passato né del testimone che vive legato alla memoria del passato ... Se non c'è meditazione, sei come un cieco in un mondo di grande bellezza, luci e colori ... Meditare non è ripetere parole, sperimentare visioni o coltivare il silenzio. Questa è una forma di autoipnosi. Meditare non è chiudersi in un pensiero ideale, nell'incanto del piacere. Se tu dici: "Oggi comincerò a controllare i miei pensieri, a sedere quieto nella posizione del meditare, a respirare regolarmente" — allora sei preso nei trucchi con cui inganniamo noi stessi. La meditazione non è l'essere assorti in qualche idea o immagine grandiosa ... La mente meditativa è vedere, osservare, ascoltare senza la parola, senza commento, senza opinione — attentamente e costantemente — il movimento della vita in ogni suo rapporto; allora sopraggiunge un silenzio che è negazione del pensiero, un silenzio che l'osservatore non può richiamare. Se ne facesse esperienza, riconoscendolo, non sarebbe quel silenzio. Il silenzio della mente meditativa non è nei confini dell'individuabilità, e non ha frontiere ... Una piccola mente squallida e immatura può avere, ed ha, visioni ed esperienze che riconosce secondo il proprio condizionamento ... La meditazione non appartiene a gente come questa, né ai guru. Non è per il cercatore, perché costui trova ciò che vuole, e il conforto che ne deriva è la morale delle sue paure. Per quanto faccia, l'uomo di credenza o di dogma non può entrare nel regno della meditazione. La meditazione necessita della libertà — che è totale negazione della morale e dei condizionamenti sociali — la libertà viene prima della meditazione, ne rappresenta il primo movimento. Non è una pratica pubblica dove in molti si uniscono e offrono preghiere. Sta a sé ed è sempre al di là dei confini della condotta sociale. Infatti la verità non è nelle cose del pensiero o in ciò che il pensiero ha costruito e chiama verità. La negazione totale di questa struttura del pensiero è la realtà della meditazione. La meditazione è un movimento incessante. Non si può mai dire che si sta meditando, o dedicare un periodo di tempo alla meditazione. La meditazione non è ai tuoi ordini. La sua benedizione non ti viene perché conduci una vita per così dire sistematizzata o segui una particolare routine o morale. Viene solo quando il tuo cuore è veramente aperto. Non aperto dalla chiave del pensiero, non reso sicuro dall'intelletto, ma quando è aperto come il cielo senza nuvole; allora viene senza che tu lo sappia, senza che tu la chiami. Ma non puoi mai custodirla, possederla, adorarla. Se cercherai di farlo, non verrà più, ti eviterà. Nella meditazione tu non sei importante, non occupi un posto; la sua bellezza non sei tu, la sua bellezza è in sé. E non puoi aggiungervi nulla. Non devi spiare dalla finestra sperando di prenderla di sorpresa, né sederti in una stanza buia ed attenderla; viene soltanto quando tu non sei là, e la sua benedizione non ha continuità..

fonte: http://www.krishnamurti.freetools.it/

 
Spunti di Lettura
Jiddu Krishnamurti
 
 

La paura, il tempo e il pensiero

Di Admin (del 17/05/2008 @ 00:30:51, in Jiddu Krishnamurti, linkato 177 volte)

Stiamo parlando della paura in se stessa e non delle diverse forme in cui essa si esprime - paura della vecchiaia, paura della morte, paura della solitudine, paura di non arrivare a ottenere quello che vogliamo, paura di non realizzarsi spiritualmente... Che cos’è la paura? Quando c’è paura, la si riconosce come paura proprio in quel momento? Nel momento in cui ha luogo la reazione di patita, posso descriverla? o è solo più tardi che sono in grado di parlarne? "Più tardi" significa tempo. Supponiamo che io abbia paura. Ho paura di qualcosa, ho paura che si scopra qualcosa che ho fatto in passato e che non voglio si venga a sapere. Oppure, tempo fa, è successo un fatto che mi spaventa ancora adesso. Esiste una paura in se stessa senza l’oggetto che la provoca? Nell’istante in cui c'è paura, è in quel momento che la chiamate paura? Oppure potete farlo solo dopo, più tardi? Certamente potete farlo solo dopo il momento in cui la reazione si verifica. E questo che cosa significa? Il cervello ha conservato il ricordo di altri momenti di paura, e nell’istante in cui ha luogo questa reazione, il pensiero la riconosce e dice: "Questa è paura". Mi rendo conto che nell’istante in cui affiora una sensazione di paura, non ho il tempo di riconoscerla e di chiamarla paura. E solo più tardi, dopo che si è manifestata, che le do il nome di paura. Questo significa che l’ho riconosciuta in base ai ricordi di altre situazioni che in me hanno provocato paura. Mi ricordo di quelle sensazioni provate in passato e quando sorgono nuove sensazioni simili immediatamente le identifico con il termine "paura". È abbastanza semplice, no? Così il ricordo del passato esercita una continua interferenza sul presente. Ora ci chiediamo: che cos’è la paura? La paura è tempo? E successo qualcosa la settimana scorsa che ha provocato in me quella sensazione che chiamo paura; e ora temo che potrebbe succedere un’altra volta, oppure spero che non si ripeta. Così mi chiedo: "E il tempo la radice della paura?". Allora, che cos’è il tempo? Il tempo segnato dall’orologio è molto semplice. Il sole sorge ad una certa ora e tramonta ad una cena ora. C’è l’ieri, l’oggi, il domani. C’è una naturale sequenza del tempo. Ma in noi c’è anche un tempo psicologico. L’avvenimento accaduto la settimana scorsa, che mi ha dato piacere o che ha risvegliato in me il senso della paura, me lo ricordo e lo proietto nel futuro. Potrei rimanere senza lavoro, potrei perdere la mia posizione, potrei perdere il mio denaro, potrei perdere mia moglie: questo è tempo. Ma allora, la paura è parte del tempo psicologico? Sembra che sia così. E che cosa significa tempo psicologico? Tempo implica spazio. Non è soltanto il tempo fisico a richiedere spazio, ma anche il tempo psicologico richiede spazio: ieri, la settimana scorsa, oggi, domani. Ci sono spazio e tempo. È semplice. E la paura e un movimento del tempo? Ma il movimento del tempo, psicologicamente, non è il movimento del pensiero? Così pensiero è tempo, e tempo è paura. È ovvio. Sono andato dal dentista, e mi ha fatto male. Me ne ricordo, proietto questo fatto nel futuro e spero di non dover provare ancora quel dolore. Il pensiero è in movimento. Così la paura è un movimento nello spazio e nel tempo psicologico. Per vedere tutto ciò come un fatto, e non per farcene solamente un'idea si deve stare molto attenti a questa sensazione di paura legata a quello che è successo in passato. Si deve dare a questa paura un attenzione completa nel momento in cui sorge; allora essa non si imprimerà nella memoria. Fatelo, e lo scoprirete per conto vostro. Quando qualcuno vi offende, se voi siete completamente attenti, non c’è offesa, non c'è insulto. E quando qualcuno viene a dirvi: "Che persona meravigliosa sei!", se siete completamente attenti questo apprezzamento scivola via come l’acqua sulle penne di un’anatra. Così, per favore, rendetevi conto da soli di questa verità: che spazio, tempo, pensiero significano paura. E un fatto. E se non vi fermate alla descrizione che è stata data da chi vi parla, ma vi mettete ad osservare per conto vostro, non potete evitate di percepire questo fatto, non potete ignorarlo. Un fatto non potete sfuggirlo. E sempre lì. Anche se tentate di evitarlo, di sopprimerlo, di sfuggirlo, il fatto rimane sempre lì. Ma se dedicate un’attenzione completa al fatto che la paura è pensiero In movimento, allora la paura, a livello psicologico, scompare.

Estratto da: J. Krishnamurti - La rete del pensiero

La paura insorge quando desidero essere parte di uno schema. Vivere senza paura significa vivere senza schemi. Quando aspiro ad un particolare stile di vita, questo è già in sé fonte di paura.

Estratto da:  J. Krishnamurti - La ricerca della felicità

 

 
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La morte

Di Admin (del 07/05/2008 @ 00:29:36, in Jiddu Krishnamurti, linkato 154 volte)

(...) Cos'è la morte? E' esattamente la fine di tutto ciò che abbiamo conosciuto. Ecco la realtà. (...) Non affrontiamo mai il problema della morte in sé e per sé, perché l'idea stessa di arrivare a una fine  è talmente orripilante da risvegliare la paura. Avendo paura, facciamo ricorso a varie forme di credo religioso, che sono semplicemente vie di fuga. Per poter liberare la mente dalla paura dobbiamo assolutamente conoscere cosa voglia dire morire mentre siamo ancora nel pieno delle nostre facoltà fisiche e mentali. Dobbiamo penetrare la natura della morte da vivi. (...) Ora in che modo può la mente sperimentare da vivi quella cessazione che chiamiamo "morte"? La morte è la cessazione. Posso sperimentare questa cessazione mentre sono ancora in vita? (...) La mia mente, che ha edificato un senso di continuità, può cessare ora, invece che all'ultimo respiro? Voglio dire, è davvero impossibile liberare la mente da tutto ciò che la sua memoria ha accumulato? (...) Siete attaccati a ciò che possedete, a vostra moglie, alle vostre opinioni, al vostro modo di pensare. Ora siete capaci di porre fine a tale attaccamento? (...) Perché siete attaccati a qualcosa? Perché avete paura che senza questo attaccamento non sareste nulla; quindi voi siete la vostra casa, siete vostra moglie, siete il vostro conto in banca, siete il vostro lavoro. Siete tutte queste cose. Se riuscirete a mettere fine a tale senso di continuità, generato dall'attaccamento, facendolo cessare completamente saprete cos'è la morte. (...) Possiamo lasciare andare  nello stesso modo l'odio, l'invidia, l'orgoglio del possesso, l'attaccamento al credo alle opinioni, alle idee, a un certo modo di pensare? Possiamo abbandonare tutto ciò all'istante?  (...) Abbandonare credo, opinioni, attaccamenti, avidità o invidia vuol dire morire, morire ogni giorno, in ogni momento. Se giungiamo alla cessazione di ogni ambizione , istante dopo istante, conosceremo quella condizione straordinaria che consiste nel non essere nulla, nel raggiungere , per così dire, l'abisso dell'eterno movimento, e oltrepassare il confine, che è la morte. Voglio sapere tutto della morte, perché la morte potrebbe essere la realtà, potrebbe essere ciò che chiamiamo "dio", quel qualcosa di assolutamente straordinario che vive e si muove, eppure non ha inizio né fine. Ecco perché voglio conoscere la morte completamente. Perciò devo morire a tutto ciò che già conosco. (...) Per me la vita non è separata dalla morte perché nella vita c'è la morte. Non c'è separazione tra la morte e la vita. (...) Mi chiedo se abbiate mai conosciuto veramente l'amore. Penso che in realtà morte e amore vadano di pari passo. Morte, amore e vita sono la stessa identica cosa. (...) L'amore è senza dubbio una sensazione totale che non è sentimentale, nella quale non c'è alcun senso di separazione. E' la completa purezza della sensazione senza le caratteristiche divisorie e frammentanti del dell'intelletto. L'amore non ha un senso di continuità. Laddove c'è un senso di continuità l'amore è già morto, ha il retaggio dello ieri, con i suoi tristi ricordi, le liti e le brutalità. Per amare bisogna morire.(...) La mente è libera solo quando è stata abbandonata l'accumulazione della memoria. La creazione è nella cessazione, non nella continuità. E' l'unica via per giungere a quell'azione totale che è vita, amore e morte. (Madras, 9 dicembre 1959).

Estratto dal libro: J. Krishnamurti - Sul vivere e sul morire

 
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