La Grande Via non è difficile per coloro che non hanno alcuna preferenza. Quando Amore e Odio sono entrambi assenti ogni cosa diviene chiara e viene svelata. Ma fai la più piccola distinzione, e paradiso e terra saranno infinitamente lontani. Se desideri vedere la verità non parteggiare a favore o contro. La lotta tra ciò che uno vuole e ciò che non vuole è la malattia della mente.
I
Quando il profondo significato delle cose non viene compreso la pace essenziale della mente è disturbata senza alcun vantaggio. La via è perfetta come un vasto spazio in cui nulla difetti e nulla sia in eccesso. In realtà, spetta a noi decidere se accettare o rifiutare il fatto che non vediamo la vera natura delle cose. Vivi né nelle trappole delle cose esterne, né nei sentimenti interiori di vuotezza. Sii sereno senza forzare l'attività nell'interezza delle cose e tali erronee convinzioni scompariranno da sole. Quando provi a interrompere l'attività per conseguire la passività il tuo stesso sforzo ti pervade di attività. Fino a che rimani in un estremo o in un altro non conoscerai mai l'Interezza. Coloro che non vivono nella singola Via trascurano sia attività che passività, affermazione e negazione.
II
Negare la realtà delle cose è non cogliere la loro realtà; asserire la vanità delle cose è non cogliere la loro realtà. Più parli e pensi a ciò, più ti allontani dalla verità. Smetti di parlare e pensare e non ci sarà nulla che non sarai in grado di sapere.
III
Il ritorno alle origini serve a trovare il significato, ma basarsi sulle apparenze significa lasciarsi sfuggire la causa. Al momento dell'illuminazione interiore c'è un andare al di là dell'apparenza e della vacuità. I cambiamenti che apparentemente avvengono nel vuoto mondo noi li chiamiamo reali solo a causa della nostra ignoranza. Non cercare la verità; smetti solo di avere opinioni. Non rimanere in una condizione dualistica; evita con cura tale perseguimento. Se vi è una traccia di questo o quello, il giusto e l'errato, la Mente-essenza verrà persa nella confusione. Sebbene tutte le dualità provengano dall'Unico, non avere attaccamento nemmeno ad esso. Quando la mente esiste indisturbata nella Via, niente al mondo può nuocerle, e quando una cosa non può più nuocere essa cessa di esistere nella vecchio modo. Quando non sorgono pensieri discriminatori, la vecchia mente cessa di esistere.
IV
Quando gli oggetti del pensiero svaniscono, il soggetto pensante svanisce, poiché quando la mente sparisce, gli oggetti svaniscono. Le cose sono oggetti a causa del soggetto; la mente è tale a causa delle cose. Comprendi la relatività di questi due e la realtà basilare: l'unità della vacuità. In questo Vuoto i due sono indistinguibili e ognuno di essi contiene in sé il mondo intero. Se non fai differenza tra il grezzo e il fine non sarai tentato al pregiudizio e all'opinione.
V
Vivere nella Grande Via non è né facile né difficile, ma coloro che hanno punti di vista limitati sono timorosi e irrisoluti: più essi si affrettano, più lentamente essi vanno, e l'attaccamento non può essere evitato: anche il mostrare attaccamento all'idea dell'illuminazione significa andare fuori strada. Semplicemente lascia che le cose siano così come sono e non vi sarà né andare né venire. Obbedisci alla natura delle cose (la tua stessa natura), e camminerai libero e indisturbato. Quando il pensiero è in catene la verità è nascosta, poiché tutto è confuso ed oscuro e la gravosa pratica del giudizio porta molestia e stanchezza. Quali benefici possono derivare dalle distinzioni e separazioni? Se vuoi andare nell'Unica Via non disdegnare neppure il mondo delle sensazioni e delle idee. In verità, accettare pienamente essi è identico alla vera Illuminazione. L'uomo saggio non si sforza per il raggiungimento di alcun fine, ma lo stolto si ostacola da solo. Esiste un solo Dharma, verità, legge, non molti; le distinzioni nascono dal bisogno di attaccamento degli ignoranti. Identificare la Mente con la mente discriminante è il più grande errore di tutti.
VI
Calma e inquietudine derivano dall'illusione; con l'illuminazione non vi è ciò che si preferisce e cio che è sgradito. Tutte le dualità provengono da deduzioni inconsapevoli. Esse sono come sogni di fiori nell'aria; è sciocco cercare di afferrarli. Guadagno e perdita, giusto e sbagliato: questi pensieri devono finalmente essere eliminati immediatamente. Se l'occhio non dorme mai, tutti i sogni cesseranno naturalmente. Se la mente non discrimina, le diecimila cose sono così come sono, di sola essenza. Comprendere il mistero di questa Unica-essenza significa essere liberati da ogni impedimento. Quando tutte le cose sono considerate imparzialmente, l'Auto-essenza è raggiunta. Nessuna comparazione o analogia è possibile stato privo di causa e relazioni.
VII
Considera fermo il movimento e l'immobilità nel movimento, ed entrambi gli stati di movimento e di quiete scompariranno. Quando tali dualità cessano di esistere l'Interezza stessa non può esistere. A tale definitiva finalità non può applicarsi nessuna legge o descrizione. Per la mente unificata in accordo con la Via tutte le aspirazioni provenienti dal sé finiscono. Dubbi e indecisioni svaniscono e la vita in pura fede è possibile. Con un solo colpo siamo liberati dalla schiavitù; niente si attacca a noi e noi non tratteniamo niente. Tutto è vuoto, chiaro, auto-illuminante, senza l'uso dell'energia della mente. Qui pensiero, sensazione, conoscenza e immaginazione sono di nessun valore.
VIII
In questo mondo di Similitudine non esiste nemmeno il sé o l'altro-dal-sé. Per entrare direttamente in sintonia con questa realtà quando i dubbi sorgono dì semplicemente "Non due." In questo "non due" niente è separato, niente è escluso. Non importa quando o dove, illuminazione significa penetrare questa verità. E questa verità è al di là dell'estensione o diminuzione del tempo o dello spazio; in essa un singolo pensiero dura diecimila anni.
IX
Vacuità qui, Vacuità lì, ma l'universo infinito rimane sempre davanti ai nostri occhi. Infinitamente grande e infinitamente piccolo; nessuna differenza, poiché le definizioni sono scomparse e non si vedono limiti. Così pure circa l'Essere e il non-Essere. Non perdere tempo in dubbi e discussioni che non hanno nulla a che vedere con ciò. Una cosa, tutte le cose: si muovono e si mescolano, senza distinzione. Vivere in questa realizzazione significa essere privi di ansietà circa la non-perfezione. Vivere in tale fede è la strada al non-dualismo, poiché il non-duale è uno con la mente fiduciosa. Parole! La Via è oltre il linguaggio, poiché in essa non c'è
Nessun ieri
Nessun domani
Nessun oggi.
Voi non potete rendere il mentale puro. Il mentale stesso è polvere. Voi non potete ripulire la polvere con la polvere.
Immaginate di voler pulire uno specchio polveroso. Dargli ancora polvere, è aggiungerne altra a quella iniziale.
Tutti gli oggetti che vedete attorno a voi sono dei riflessi nello specchio del vostro mentale. Ogni oggetto è polvere.
Gettate lo specchio e non ci sarà più mentale, nessun oggetto, nessuna polvere.
“Non lasciate venire nessun pensiero, qualsiasi sia. Non immaginate nessun pensiero nella vostra mente”. La verità non può essere compresa. Tutto quello che potete comprendere appartiene al passato. Se comprendete qualche cosa, quello non può essere la verità, perché la mente non può mai raggiungerla. Quando si prova a farlo, la mente si perde nel tentativo. Non c’è verità nella mente.
Perché la verità si riveli, la mente deve andarsene. “Illuminazione” è associata alla parola “luminoso”, che è il contrario di “oscuro”.
E’ considerata come la luce che caccia l’oscurità.
Prima di arrivare allo stato d’illuminazione, era in uno stato d’ignoranza. Il che significa che l’illuminazione è venuta dopo e che essa non era presente prima. Se è così, essa s’inscrive nel tempo, e tutto quello che s’inscrive nel tempo non è permanente. In un qualunque momento del futuro, essa sparirà. Quello che si conquista con lo sforzo, prima o poi sparirà.
Questo non è lo stato naturale, cioè essere oltre, che è sempre presente e che non necessita di alcuno sforzo per manifestarsi. Ecco la differenza tra illuminazione e stato naturale.
L’una si raggiunge con il tempo, lo sforzo è permanente, l’altro è sempre presente, naturalmente, senza sforzo.
Ognuno di noi è in questo stato naturale, che ne sia cosciente o meno. Questo stato è sempre presente. Solo l’arroganza impedisce di esserne coscienti.
L’uomo che è oltre sa che tutto si svolge naturalmente da se stesso. Non rivendica niente come appartenente a lui, nemmeno i suoi pensieri. Gli occhi mi aiutano a leggere e la lingua a parlare. Le parole che io pronuncio escono dalla bocca, ma la lingua da sola non parla. Quando avete questa impressione “Io guardo”, o “Io sento” o ancora “Io mi comporto”, il mentale è presente e lo stato naturale è nascosto.
Tutto, compresa la totalità di questo universo, sorge da questa sorgente.
Quando voi la conoscete essendo di questa stessa sorgente, allora, e solamente allora, potete dire che siete oltre.
Se restate semplicemente tranquilli e lasciate le cose venire da sole, scoprirete che è quello che è sempre presente. Non ne siete mai lontano né separato.
Tutto ciò che si compie è compiuto dalla Potenza Suprema che muove ogni cosa. Senza quella non potrei nemmeno alzare la mano. Lasciate questa Potenza Suprema prendersi carico di tutte le vostre azioni.
Inchinatevi davanti a Lei, perché Lei è Suprema. Senza di Lei, il sole non potrebbe levarsi al mattino, né la luna la notte.
Senza di Lei, niente può funzionare, ma nessuno ne ha coscienza.
Hariwansh Lal Poonja
Hariwansh Lal Poonja, ottobre 1910 in Punjab, oggi Pakistan, prima India; settembre 1997 in Lucknow, India
Il suo profondo messaggio ci stimola a trovare la nostra vera natura, in termini sanscriti il Brahman, al di là del corpo, della emozioni e dei pensieri e di tutto l'organismo psico-fisico con cui erroneamente ci identifichiamo. A trovare l'Immutabile oltre il mutevole, l'Eterno oltre il mortale, la Felicità al di là del dolore. Perché questa è la nostra vera natura, che noi siamo già da sempre.
Sri Ma Ananadamay è riconosciuta oggi come una grande personalità spirituale. Nacque nel 1896 e raggiunse il MahaSamadhi all’età di 86 anni; le limitazioni contingenti non condizionarono mai la sua libertà di essere se stessa in ogni circostanza. Era la personificazione della più gioiosa auto-sufficienza, che catturava il cuore di tutti quelli che la avvicinavano. Il misterioso distacco che le era caratteristico era totalmente superiore all’umana comprensione e ben bilanciato dall’amore compassionevole per tutte le creature viventi, che la rendeva vicina più di quanto possa essere il più intimo amico. Era il Maestro la cui guida era ricercata dai semplici e dagli eruditi, dagli anziani e dai bambini, da persone di culture straniere quanto da quelli legati alla tradizione. Viaggiò incessantemente, trovandosi in ogni luogo come a casa, e nessuno fu mai uno straniero per lei.
Per tutto il territorio indiano e oltre i suoi confini, la gente che la incontrava riconosceva in lei la personificazione della propria visione dell’Amato (Divino) così come era caro ai loro cuori. A Dhaka, dove fu conosciuta all’inizio, era nota come “Manush Kali”, cioè “la Kali Vivente”, poiché Kali è la divinità patrona del Bengala. Quando viaggiò in altre province, la sua presenza sollecitò lo stesso responso, fin dalla prima comparsa. Sulle sponde del sacro fiume Narmada, fu salutata come “Devi Narmada”. A Madurai la folla che attese ore per vederla la chiamava Dea Minakshi. Nel Punjab le tributarono onori al pari del santo Granth Sahab. A Vrindaban , Sri Haribabaji Maharaj, un Mahatma molto rispettato, vide in lei la divinità cui era devoto, Gauranga. I Sindi devoti di Sri Udiyababaji Maharaj la riverirono quale forma visibile di Jhoolelal, loro Dio. A un devoto musulmano accadeva di vedere la sua immagine coronata da un Taj durante la meditazione. Un devoto cristiano esclamò spontaneamente “Ora abbiamo un volto da dare a Dio”. Le semplici donne degli altopiani di Almora avrebbero detto di lei: “Ora che abbiamo te con noi, non abbiamo bisogno di visitare il tempio”.
Uno straniero, un giornalista irlandese le chiese apertamente: “Dunque devo credere che tu sei Dio?” Sri Ma rispose: “Non c’è altro che Lui solo; tutti e tutto sono soltanto forme di Dio. Anche nella tua persona Egli è venuto per offrire il suo darshana (visione)”. Questi insistette: “Perché sei in questo mondo?” “In questo mondo?” rispose Sri Ma “Io non sono in alcun luogo. Io sono sempre in me stessa”.
Durante la stessa conversazione l’irlandese disse: “Io sono cristiano” Sri Ma rispose: “Anche io, sono cristiana, musulmana, qualsiasi cosa vogliate”.
In generale il sorriso inimitabile di Sri Ma disarmava ogni indagine sulla sua identità. Una volta rispose alle domande di un devoto con queste parole: “Le persone hanno varie visioni di dei e di dee (in me), a seconda delle loro predisposizioni. Quello che ero prima, sono ora e sarò d’ora in poi. E sono anche qualsiasi cosa tu o chiunque altro pensiate che io sia… perché non la vedi in questo senso: il desiderio (di ricercare la Verità) vi ha portato a incontrare questo corpo. Tutti voi l’avete voluto e dunque l’avete trovato. Questo è quanto dovete sapere.”
Richard Lannoy, che le fu devoto per molti anni, ha riassunto lo stile di Sri Ma in una frase molto eloquente: “C’era una stranezza, una particolarità, una qualità indefinibile che era così prossima al limite di ciò che è definito umano che rendeva l’aggettivo ‘umano’ del tutto inadeguato al suo caso, e ‘divino’ insufficiente. E’ accettato da tutti che lei fosse semplicemente unica… Fu, per tutta la vita, l’apice della perfezione senza sforzo”.
Sri Ma Anandamayi nacque nel piccolo villaggio di Kheora, oggi in Bangladesh, il 30 aprile 1896. La sua era una famiglia di bramini molto pia e prestigiosa, anche se povera. Le fu dato il nome di Nirmala Sundari Devi, che significa “bellezza immacolata”, particolarmente appropriato alla splendida bambina, spensierata e felice, che trascorse la sua infanzia nell’area del villaggio. Era molto cara a tutti - sempre pronta a dare una mano nelle faccende di tutti e a servire col massimo impegno chiunque le chiedesse di fare delle commissioni. Il villaggio, che consisteva principalmente in famiglie musulmane, le riservò un affetto che sarebbe durato per molti anni. Ancora oggi, la popolazione musulmana di Kheora la ricorda come la “Nostra Ma”.
Il padre di Sri Ma era un devoto Vaishnava (di Vishnu – ndt). Era noto per le sue magnifiche interpretazioni dei canti devozionali; la sua voce melodiosa toccava sempre il cuore degli ascoltatori. Fu spesso paragonato a Ramprasad, il santo bardo del Bengala che si dice evocò la presenza della Shakti con il suo canto ispirato. La madre di Sri Ma era una donna gentile e di indole virtuosa, completamente dedita al benessere della famiglia. Che non fosse una donna comune, lo si scoprirà con il passare degli anni. Molti la ricorderanno come la Swamini vestita di ocra che accompagnava Sri Ma con il nome di Muktananda Giri.
Sri Ma era circa tredicenne quando sposò Sri Ramani Mohan Chakravarty di Atpara. La famiglia del marito era di tradizione Shakta. Come sposa bambina, Sri Ma fu accolta nella casa del fratello maggiore del marito, Sri Revati Mohan, e della moglie Pramoda Devi. Rimase con loro circa quattro anni, mentre Ramani Mohan si trovava ad Atpara e a Dhaka. Da un’infanzia spensierata in casa dei genitori, si trovò catapultata in un contesto esigente, per il considerevole lavoro fisico richiesto e in un clima di severa disciplina. Cucinava, puliva, trasportava acqua, curava i bambini e serviva la cognata in ogni maniera. Il duro lavoro è la regola per le donne dei villaggi indiani e di tutto il mondo. Quello che distingueva Sri Ma dalle ragazze nella sua stessa situazione era essere perfettamente all’altezza del compito e anche più. Rimaneva sempre sorridente, di buon umore e sempre disponibile a caricarsi dei fardelli altrui. Nessun compito le risultava ingrato. Il suo carattere sereno ed equilibrato non era mai turbato dalla disattenzione o dalle cattive maniere dei più anziani.
In realtà l’attitudine sempre positiva di Sri Ma causò alcune ansietà nei suoi famigliari: doveva essere segno di una mente semplice. Anche durante l’infanzia questo timore aveva preoccupato i genitori – forse era leggermente ritardata se non era dispettosa e disubbidiente come tutti gli altri bambini? Ci vollero molti anni perché le persone accanto a lei capissero definitivamente che lei era sempre assorta in se stessa. Ripeteva sovente a Vani: “Quello che accade, lascia che sia”.
Ci volle del tempo perché la gente capisse che Sri Ma era obbediente ma non sciocca o suggestionabile. La sua compassione senza limiti fluiva copiosa nella sollecitudine con cui si occupava di chiunque capitasse nel suo raggio di azione: famigliari, vicini, servitori, animali e piante ricevettero il tocco magico del suo interesse nel loro bene. Possedeva anche uno spontaneo e puntuale senso dell’umorismo, con cui prendeva di mira le manie dei suoi compagni, regalando un po’ di divertimento, senza però mai prendersi gioco di qualcuno con malizia. Aveva sempre un’aura di perfezione attorno a sé, che però non metteva soggezione. Al contrario, i suoi modi gentili e il sorriso sempre pronto le accattivavano le simpatie di tutti quelli che la incontravano.
All’età di diciotto anni, con il consenso delle due famiglie, Sri Ma andò ad Ashtangram, dove lavorava il marito, per vivere con lui. Negli anni successivi Sri Ma era solita chiamare il marito “Bholanath”, per cui useremo questo titolo per indicarlo. Al momento di partire per Ashtagram la madre le disse che avrebbe dovuto mostrare verso il marito lo stesso rispetto e la stessa obbedienza che aveva avuto per il padre. E’ stato osservato che per tutta la vita Sri Ma fu molto attenta ai voleri della madre. Bholanathji si trovò trattato amichevolmente ma con deferenza, che gradì molto. Ben presto scese su di lui il mantello di guardiano responsabile di un tesoro prezioso e indossò questo ruolo con rispetto e competenza per tutta la vita, fino alla sua morte nel 1938.
E’ stato scritto molto a proposito della purezza e della castità assoluta della vita coniugale di Sri Ma e Bholanathji. Sono parole in effetti inadeguate perché sarebbe meglio dire che tali questioni non sorsero mai tra loro.
Bajitpur. Da Ashtagram, Bholanathji si trasferisce a Bajitpur.
La cittadina di Bajitpur ha assunto un significato speciale per i devoti di Sri Ma, come il luogo in cui lei si incamminò lungo il percorso della sua intensa sadhana. Raccontò in seguito come accadde: “Un giorno a Bajitpur ero andata al bacino d’acqua vicino alla casa in cui alloggiavamo, per il mio bagno quotidiano. Mentre mi rovesciavo dell’acqua sulla testa, mi sorprese un Kheyala: ‘come sarebbe vivere la parte del Sadhaka?’ e così incominciò la Lila.” Queste due parole usate costantemente in relazione a Sri Ma, necessitano di qualche spiegazione. Kheyala si può tradurre con “un pensiero spontaneo”, distinto da un atto di volontà o dal desiderio per un fine. Generalmente manifestava la forma dei bisogni delle persone intorno a lei. Quando un Kheyala era stato espresso incominciava una serie di eventi concatenati che portavano al suo pieno compimento. Sri Ma apparve sempre equamente soddisfatta di ogni genere di risultati che derivavano dai Kheyala. Lila si potrebbe tradurre con “puro gioco” - ovvero un’attività fine a se stessa.
I Kheyala erano azioni che si manifestavano spontaneamente. Ogni sera Sri Ma spazzava le stanze e il cortile. Accendeva un incenso e percorreva il perimetro della casa con il braciere in mano. Si prendeva cura di Bholanathji di ritorno dal lavoro, fino al momento di preparargli la hooka per fumare dopo cena. Quando Bholanath era a posto, gli chiedeva il permesso di dedicarsi per un po’ alla Sadhana. Permesso che le era prontamente accordato. Dunque Sri Ma si sedeva in un angolo della loro stanza e ripeteva a voce la parola “Hari, Hari, Hari…” per la sola ragione che aveva imparato a cantare questo Nome da suo padre durante l’infanzia. Bholanathji la vedeva diventare sempre più assorta nel mondo della gioia interiore. Dopo alcuni giorni di questo esercizio, la vide assumere spontaneamente posizioni yogiche o asana. La prima della serie fu probabilmente la siddhasana. Bholanathji sapeva bene che la moglie non possedeva alcuna conoscenza acquisita di yoga o di asana; questi fenomeni accadevano spontaneamente. Un giorno le disse “Perché reciti ‘Hari’? Noi non siamo Vaishnava.” Sri Ma chiese: “Devo dire Shiva, Shiva?” Bholanathji fu soddisfatto. Il cambiamento di Nome non produsse alcun cambiamento sull’andamento della Sadhana.
Sri Ma dichiarò di non contemplare alcuna forma durante la ripetizione dei Nomi divini. Il suono era tutto. Le sillabe erano come la risonanza di un battito onni-pervadente. Il suo corpo si trovava in sintonia con il rimo universale che sostiene tutto l’esistente. Era come uno strumento per l’esecuzione della musica cosmica. Sembrava diventare una cosa sola con il suono delle lettere che pronunciava; il corpo si muoveva ritmicamente nella danza vibrante dalla coreografia soprannaturale, diretta da una potere interiore. Talvolta restava immobile per ore, totalmente assorta nella beatitudine interiore. In tali occasioni il suo corpo emetteva una luminosità che era visibile ai presenti, Bholanathji la guardava ammaliato, mai dubitando della genuinità delle manifestazioni; fu inflessibile nel respingere i commenti maligni di alcuni vicini, che si rifiutavano di comprendere ciò di cui erano stati testimoni.
Sri Ma condusse la vita del pellegrino spirituale per circa sei anni; durante questo periodo iniziò e procedette nella pratica spirituale in maniera sistematica. Bholanathji capì di trovarsi in presenza di una incarnazione speciale del Divino. Lui stesso ricevette la tanto desiderata iniziazione da Sri Ma durante il primo anno di manifestazione. Di conseguenza la loro relazione acquisì una nuova dimensione – quella di Guru e discepolo, sebbene Sri Ma non mutò mai la propria attitudine di obbedienza e reverenza nei confronti di Bholanathji.
Di questo periodo della sua vita Sri Ma disse: “Esistono numerosi generi di Sadhana, che significa disciplina volta alla realizzazione del Sé, e ciascuno possiede innumerevoli aspetti. Tutti si rivelarono a me come parte di me stessa.” In anni successivi ebbe occasione di parlare delle sue esperienze in incontri di asceti, studiosi e altri ricercatori. I pandit si meravigliarono della sua conoscenza di ogni fede religiosa, fin nel dettaglio dottrinale. Sri Ma disse comunque aveva potuto riferire solo di una millesima parte di ciò che le era stato rivelato durante i suoi anni di Sadhana intensiva. Ad un certo punto, nel 1922, divenne maunam, cioè silente. Questo silenzio avvenne a sancire il completamento della Sadhana. Dopo il periodo maunam iniziò a conversare con i visitatori sui temi religiosi.
Da Bajitpur Sri Ma e Bholanath si trasferirono a Dhaka il 10 aprile 1924. Bholanath fu assunto come direttore del Shahbagh Garden, parte del complesso Nawabzadi Pyari Bano. Molte della persone che li avevano conosciuti ad Ashtagram e Bajitpur avevano contatti a Dhaka. Perciò cominciò a circolare la voce che la giovane moglie che abitava nei giardini Shahbagh era dotata di straordinari doni spirituali. Giunsero molti visitatori spinti dalla curiosità e rimasero come devoti per il resto dei loro giorni.
In ossequio ai costumi ortodossi del tempo, Sri Ma si mostrava in pubblico velata. Se Bholanathji le chiedeva di parlare con qualcuno lo faceva, altrimenti no. Le donne, ovviamente, erano libere di farle visita sempre e presto ce ne furono attorno a lei moltissime. Gli uomini continuavano a trovarsi in svantaggio per timore dell’opinione pubblica, finché Bholanathji si assunse un ruolo cruciale. Presto si cominciò a identificarlo come Baba Bholanath, persona di meritato rispetto. Sotto la sua protezione, la folla crescente assunse il carattere di una famiglia sempre più numerosa ma profondamente unita.
Tra i primi devoti c’era Sri Jyotish Chandra Rai, che è noto col nome di Bhaiji; Sri Shashanka Mohan Mukherji (poi Swami Akhandanandaji) e sua figlia Adorini Devi, nota ai devoti come Gurupriya Devi o Didi. Sri Nishikanta Mitra, Sri Pran Gopal Mukherjee, Sri Niranjan Rai, Sri Baaul Chandra Basak (amico di sempre di Bholanathji) e molti altri.
I genitori di Sri Ma furono invitati da Bholanathji a raggiungerli a Shahbagh. Persero il nome di Didima (Madre della Madre) e Dadamashai (Padre della Madre). Da loro i devoti di Dhaka appresero le notizie sull’infanzia di Sri Ma. I fratelli e le sorelle di Bholanathji e le rispettive famiglie arrivarono a Dhaka dopo alcuni anni. Una delle sorelle dichiarò: “Dopo la morte di nostro padre ci eravamo un po’ dispersi; ora Badhuthakurani (un termine per indicare la moglie del proprio fratello) ci ha permesso di riunirci di nuovo come una famiglia”.
A Dhaka, Sri Ma viveva in un’atmosfera di miracoli. Il suo tocco risanatore fu sperimentato da persone vicine e da stranieri. La si vedeva abbandonasi all’estasi del Samadhi e del Mahabhava durante i Kirtan. Un testimone oculare racconta così uno di questi episodi: “ Un momento prima Sri Ma era seduta come una di noi. Il momento successivo era cambiata completamente. Il suo corpo oscillava ritmicamente. Il sari le cadeva dalla testa. I suoi occhi erano chiusi e tutto il suo corpo si muoveva al ritmo del kirtan. Ancora col corpo che dondolava si alzava in piedi, o meglio era sollevata sui piedi. Sembrava come se avesse abbandonato il corpo, che si era trasformato in uno strumento nelle mani di un potere invisibile. Era evidente a tutti che non c’era volontà nelle sue azioni. Sri Ma era chiaramente inconsapevole e in completo abbandono. Girava in tondo nella stanza come sospinta dal vento. A volte il suo corpo iniziava a cadere a terra, ma prima di aver completato il movimento riguadagnava la posizione eretta, come una foglia nel vento che fluttua fino al suolo per poi esserne sollevata da un soffio”.
Sri Ma si muoveva al suono del Kirtan per alcuni istanti. Dopo si accasciava in Samadhi per molte ore. Era Bholanathji a decidere quando cercare di risollevarla. Siccome lei avrebbe seguito il Kheyala di obbedirlo, lui la chiamava ripetutamente, finché lei apriva gli occhi e diceva: “Vuoi che mi alzi?” con un filo di voce. A questo punto lui chiedeva alle donne di strofinarle le mani e i piedi gentilmente, di parlarle e di farle delle domande. In questo modo lentamente Sri Ma veniva riportata nel mondo ordinario.
L’alternanza di stati di coscienza, tra normalità e trascendenza, fu una caratteristica costante e inalienabile del comportamento di Sri Ma. Fu talvolta paragonato all’apparire improvviso del fulmine nel cielo. Una descrizione ne dice: “Era come sperimentare simultaneamente la luce del sole e della luna. Prima che si venisse accecati e sopraffatti dai raggi del sole, si veniva accarezzati e rassicurati da un gentile chiarore lunare.”
Questi stati furono frequenti e visibili a tutti in questo periodo, ma accadevano già nell’infanzia e nel periodo trascorso presso la famiglia di Revati Mohan. Non furono compresi da coloro che le erano vicini a quel tempo e credute delle crisi passeggere che sarebbero scomparse con la crescita. L’atteggiamento di Sri Ma era nell’insieme così radioso e sorridente che era facile perdonarle alcuni segnali di ripiegamento improvviso nel suo mondo interiore.
I giorni felici della vita comune intorno a Sri Ma furono però brevi. Sri Ma iniziò i suoi viaggi nel 1927. Baba Bholanath desiderava visitare alcuni luoghi di pellegrinaggio. Viaggiarono a lungo. I devoti di Dhaka lentamente fecero l’abitudine alle frequenti assenze di Sri Ma. Divenne chiaro che Sri ma aveva il kheyala di lasciare Dhaka. I devoti costruirono un piccolo Ashram per lei, ma il kheyala di Sri Ma a partire si rivelò più forte. Accompagnata da Bholonath e Bhaiji, Sri Ma lasciò Dhaka il 2 giugno 1932.
Viaggiando a caso giunsero a Dehra Dun. Da lì trovarono un sentiero per Raipur, un remoto villaggio dell’interno. Si sistemarono in un tempio in rovina dedicato a Shiva, a poca distanza dal villaggio. Questo fu l’inizio di una nuova vita per due di loro. Bholanathji di dedicò alla sadhana completamente. Bhaiji si rimboccò le maniche a svolgere i compiti che fino a poco tempo prima aveva affidato ai servitori. Spazzare e pulire, lavare i panni, cucinare pasti primitivi erano i suoi duri compiti. A volte Sri Ma lo aiutava, ma in generale vagava per la zona in solitudine o si sedeva insieme alle donne del villaggio.
Quando fece ritorno a Dhera Dun, lei e Bhaiji si stabilirono al tempio di Manohar di Ananda Chowk. Bholanathji trascorse quasi tre anni ad Uttarkashi praticando austerità. A Dhera Dunn lei entrò in contatto con le famiglie originarie del Kashmir che vivevano lì. Sri Hari Ram Joshi divenne un devoto e un grande ammiratore di Bhaiji. Era un uomo di forti convinzioni e aveva il coraggio delle proprie convinzioni. Offerta la propria fedeltà a Sri Ma, fece del suo meglio per portare ai suoi piedi tutti i suoi amici. Fu lui il tramite per presentare Kamala Nehru a Sri Ma. L’ardente devozione di Kamala Nerhu fu memorabile per intensità e durata. Avrebbe poi raccontato le sue esperienze in Svizzera, dove influenzò numerosi amici che si recarono in India per conoscere Sri Ma. Il Mahatma Gandhi sentì raccontare a lungo di Sri Ma da Kamalaji e il suo collaboratore di fiducia, Sri Jamnalal Bajaj, divenne devoto di Sri Ma, che incontrò direttamente Gandhiji nel 1942. Negli anni successivi Jawaharlal Nehru e Indira si recarono da Sri Ma, coinvolti dai racconti di Kamalaji nei suoi ultimi giorni.
Dhera Dunn divenne un’altra Dhaka. I tradizionali raduni gioiosi si diffusero in altre città come Delhi, Meerut, Lucknow, Solon e Simla . A Simla il festival Hari-kirtan ricevette una ventata di vita nuova per la partecipazione entusiastica di Sri Ma e di Bholanathji. Bholanathji aveva raggiunto di nuovo Sri Ma di ritorno da Uttarkashi. Fu presentato ai nuovi devoti e accettato di tutto cuore come Pitaji (padre).
Due crisi irruppero nella felice comunità che navigava a vele spiegate: Bhaiji spirò in Almora nell’agosto del 1937 e Bholanathji lasciò la sua famiglia di devoti nel maggio 1938 presso il Kishenpur Ashram. Con la morte di Bholanathji la personalità di Sri Ma emerse in una nuova luce. Era stata una moglie devota e lo aveva servito personalmente in ogni circostanza, anche durante la malattia. Durante l’ultima malattia di Bholanathji lei fu costantemente al suo fianco. Morì con la testa tra le sue mani espirando il nome “ananda”. Si comprese che aveva espresso così il suo stato di beatitudine e di pace.
Molti devoti supposero che Sri Ma ne fosse sconvolta, ma furono sorpresi nel constatare che in lei non c’erano segni di dolore. Era serena come sempre. Notò la loro reazione e disse gentilmente: “Vi mettete forse a piangere e a gemere se una persona va in un’altra stanza della casa? La morte è inevitabilmente connessa alla vita. Nella sfera dell’Immortalità, cosa può dirsi morto o perduto? Nessuno è perduto per me.” I seguaci di Sri Ma capirono qualcosa di più del significato del suo totale distacco unito alla straordinaria compassione per le persone.
Con il passare degli anni l’enigma della sua personalità si approfondì; fin dalla nascita Sri Ma era stata pienamente auto-cosciente; quando si immerse nella Sadhana, tutto le fu rivelato dai suoi Kheyala. Era praticamente una ragazza analfabeta di villaggio, ma quando iniziò a insegnare si espresse nel linguaggio degli studiosi più eruditi, senza commettere il minimo errore nella logica delle argomentazioni. Era del tutto consapevole delle differenze dottrinarie e mai confuse le une con le altre nelle conversazioni che intrattenne con gli istruiti pandit. Così come non era stata iniziata ad alcun ordine religioso o scuola di yoga, non aveva incontrato Guru che potessero averla influenzata. Neppure si ritirò mai dal mondo per abbracciare la vita eremitica; né si sottrasse mai ad amici e parenti. Non aveva svolto la sadhana come è intesa generalmente nella tradizione, eppure poteva parlare con autorità di tutti gli aspetti della ricerca religiosa. Per questi fatti adoperiamo la parola “unica” per descriverla.
Sri Ma continuò a viaggiare come sua abitudine senza itinerari prestabiliti e senza scegliere in anticipo i suoi compagni. Una folla eterogenea la circondava sempre. Spesso accadeva che queste persone non parlassero neppure la stessa lingua. Gente proveniente da province diverse e da differenti cammini di vita si mescolavano insieme in una felice commistione. Si sapeva che Sri Ma accettava gli inviti alle funzioni religiose. Così i devoti organizzarono in varie città le celebrazioni per Bhagavat Saptah, Durga Puja, Chandipath etc e implorarono la sua presenza. Dovunque Sri Ma si recasse, diventava immediatamente il centro di raduno di migliaia di persone. Non c’era un’organizzazione centrale attorno a Sri Ma; chiunque ne era capace se ne occupava per quanto gli era possibile. Le cose si aggiustavano da sole. E’ difficile descrivere la totale improvvisazione dell’organizzazione attorno a Sri Ma. Se non lo si è visto di persona, non è possibile credere alle fotuite coincidenze di eventi che sembravano esaudire i kheyala di Sri Ma per i viaggi, gli accompagnatori e gli alloggi.
In tutte le principali città che Sri Ma visitava i devoti si riunirono per costruire un Ashram dopo l’altro, ma non furono in grado di limitare i suoi spostamenti né di offrirle delle comodità durante i periodi di permanenza, perché sovente lei neppure li visitava, preferendo recarsi in qualche altro luogo.
Nel 1940 Sri Ma entrò in contatto con Sri Prabhu Dattaji Maharaj di Jhunsi, un Mahatma molto rinomato. Questi la invitò a raggiungere un concilio di sadhu a Jhunsi nel 1944, dove giunsero per conoscerla altri Mahatma, Sri Haribabaji Maharaj, Sri Chakrapaniji e Sri Sharananandaji. Però il Sadhu Samaj avrebbe evitato l’incontro perché l’ospite era incarnata in una forma femminile. Sri Prabhu Dattaji decise di demolire questa barriera artificiale. Infine Haribabaji Maharaj le conferì i massimi onori possibili. I capi di altre congregazioni monastiche riconobbero in lei la quintessenza della tradizione delle Upanishad e accentarono le sue parole come quelle delle Scritture.
Su indicazione di un kheyala di Sri Ma, presso il nuovo Ashram di Varanasi si diede inizio a un grande Savitri Yajna il 14 gennaio 1947. Il Samkalpa (richiesta, beneficio) era “Il Bene dell’Umanità”. Vi era forte tensione nel Paese a poca distanza dalla proclamazione dell’Indipendenza nell’agosto dello stesso anno. Ciò nonostante lo Yajna procedette senza intoppi e giunse a una conclusione spettacolare il 14 gennaio1950. L’occasione fu premiata dalla partecipazione di un grande numero di Mahatma e visitarono la cerimonia principi, artisti di fama, personalità politiche, oltre a un gran numero di persone comuni. La presenza di Sri Ma conferiva alle cerimonie un lustro particolare e questo Yajna solenne e grandioso ebbe un impatto impressionante sui partecipanti.
La funzione di maggior richiamo che si tenne sotto l’egida di Sri Ma fu il Samyam Saptah (settimana dedicata alla sadhana intensiva da svolgere in collettività). Sri Ma aveva espresso molte volte l’importanza di osservare alcune restrizioni di condotta, almeno una volta la mese o alla settimana. Sri Jogibhai, Presidente del Sri Anandamayee Sangha suggerì di organizzare un Samyam Saptah in presenza di Sri Ma, così che tutti i devoti si potessero riunire con questo programma. Il primo Saptah si tenne nel Varanasi Ashram nel 1952. I partecipanti avrebbero osservato il digiuno completo durante il primo e l’ultimo giorno. Nei giorni intermedi, Sri Ma stessa stabilì un menù molto semplice per un pasto quotidiano. Sotto la sua guida si programmarono le attività giornaliere: dopo la puja individuale, tutti i partecipanti si dovevano riunire nella Sala Centrale per l’ascolto delle Scritture, il Kirtan e la meditazione. Le porte dovevano restare chiuse per non subire alcun disturbo. Dopo una breve pausa pomeridiana per mangiare e per un po’ di riposo, rientro in assemblea per la sessione serale, e così via.
Questa iniziativa ebbe una popolarità straordinaria. Tutto l’Ashram vi si radunò e giunsero Mahatma da vicino e da lontano. Si potevano ascoltare lezioni tenute da oratori che non si sarebbero potuti avvicinare in altre occasioni. Si leggevano testi rari e si ascoltava ottima musica. La parte migliore della giornata era alle 9.30 della sera, quando Sri Ma rispondeva alle domande della gente. La giornata passava in un lampo nell’attesa dell’ora e mezza serale di “matri satsang”. I partecipanti erano meravigliati di poter vivere una condotta ascetica per una settimana intera senza provare alcuna fatica.
Il solo modo per comprendere Sri Ma è non paragonarla a nessun altro luminare del nostro cielo spirituale. Il riconoscimento che ottenne nella vita avvenne solo per la sua presenza. Così disse Swami Chinmayananda di lei; “Quando il sole splende nessuno ha bisogno di dimostrare lo splendore del sole.” L’armonia degli opposti fu il tema sottostante di tutta al sua vita. Nel mezzo dello splendore e della magnificenza che sembravano inevitabili dovunque lei si trovasse, viveva come un asceta. Per tutta la vita si nutrì pochissimo. Oltre ai mesi in cui si asteneva completamente dal cibo, come accadeva periodicamente, seguì altre restrizioni. Per molti anni fu solita mangiare a giorni alterni. Quando qualcuno se ne lamentava, rispondeva: “Non è affatto necessario mangiare per mantenere in vita il corpo. Mangio soltanto per mantenere una parvenza di normalità, così che non vi sentiate a disagio con me.” L’inappetenza non era collegata ad alcuna patologia. Era in ottima salute quando non mangiava nulla. Alcune malattie comparirono e scomparirono da sole, in altre circostanze.
Nel corso della sua vita incontrò quasi tutti i personaggi politici che salirono al potere dopo l’Indipendenza. Non parlarono mai con lei di questioni di Stato. Lei parlava loro solo di Dio e delle aspirazioni religiose degli uomini.
Alcuni devoti, per lodare il suo messaggio universale, dicono che riconosceva tutte le religioni come autentici cammini verso Dio. E’ ancora poco. In realtà Sri Ma non percepiva alcuna differenza sostanziale; per lei ogni cosa era l’Uno soltanto. La stessa cosa si può dire del trattamento riservato alle donne. Non riconosceva alcuna inferiorità o superiorità. Esigeva (se così si può dire) la stessa elevata disposizione ascetica dai brahmachari e dalle brahmacharini dell’Ashram. Purezza di parola, di azione e di pensiero era l’ideale costante, che stabilì per tutti i viaggiatori del sentiero della Realizzazione divina.
Quando Sri Ma parlava con persone giovani, di mentalità moderna, mostrava di essere completamente al corrente delle istanze del tempo; ciò non di meno, i suoi interlocutori non riuscirono mia a farla scendere a compromessi. Con grande senso dell’umorismo e comprensione riusciva sempre a coinvolgerli fino a farli accettare la sua richiesta di ricercare Colui che è nascosto nel profondo del cuore. Per tutti i devoti il sentimento nei confronti di Sri Ma può essere espresso con le parole di questo testo :
bhidyatehrdayagranthicsahhidyante sarvasainsayah kshiyante casya karmani tasmin drste paravare
Il nodo del cuore è stato dissolto, tutti i dubbi sono svaniti. La schiavitù è finita vedendo Lui, che è qui e oltre. (Mundakopanisad 11.2.8)
In retrospettiva sembra di vedere che Sri Ma iniziò il processo di riassorbimento in sé molto prima del tempo. Divenne sempre più ritirata e indisponibile perché, si disse, non stava bene. Tutti i suoi devoti sapevano che il malessere si verificava perché non le era possibile impedirglielo. Molte volte aveva detto: “Perché tanto avversione verso le malattie? Esse giungono a questo corpo proprio come fate voi. Dico forse a voi di andarvene?” Per assecondare le preghiere dei suoi compagni, Sri Ma fu vista alcune volte impegnata in esercizi di yoga adatti a guarire i suoi malanni. Alla fine degli anni ‘70 e nel 1981, però, non aveva il kheyala di rispondere ad alcuna preghiera per la propria guarigione. Cercò di far fronte ai vari impegni. Non sembrava malata, ma bellissima e serena come sempre; ma infine i devoti si rassegarono all’idea che non avrebbero avuto il suo darsana con la solita facilità. A parte pochissime eccezioni, cancellò ogni apparizione pubblica e rifiutò ogni impegno pratico. Il suo ultimo kheyala sembra sia stato la celebrazione dello ati Rudra Yajna a Kankhal. Fu il più straordinario degli Yajna Vedici. Con la guida di Sri Ma fu celebrato con tale splendore e scrupolosa aderenza a ogni dettaglio delle ingiunzioni rituali che i sapienti dichiararono che Sri Ma aveva dato inizio al Satya Yuga.
Negli ultimi giorni Sri Ma era serena, ma stranamente sembrava sottrarsi alle preghiere delle persone attorno a lei. Di solito prestava la massima attenzione alle parole dei Mahatma, ma ora alle preghiere per la sua guarigione sorrideva e diceva: “Non c’è Kheyala”. Lo Sri Jagadguru Sankaracharya of Shringeri, Sarada Peetham, volle invitarla a Sringeri in occasione dell’annuale Durga Puja e desiderava perciò che si ristabilisse al più presto. Lei gli rispose con la consueta gentilezza: “Questo corpo non è malato, Pitaji. E’ stato richiamato dall’Immanifesto. Qualsiasi cosa vedrà accadere ora è finalizzata a quell’evento”. Quando fu il giorno di dirgli addio (2 giugno) di nuovo ribadì la sua impossibilità di soddisfare la sua richiesta , dicendo: “Come l’Atman, io vivrò sempre con voi”.
Allo stesso modo, con altri mezzi, Sri Ma prese a svezzare i devoti dalla sua presenza fisica. Non rispondeva alle lettere ricevute, eppure chi le scriveva riusciva a percepire la sua presenza direttamente nel cuore e trovava risposta alle proprie domande. Non partecipò più alle funzioni religiose che comunque continuarono a svolgersi nell’Ashram con l’usuale scrupolosità. Smise di prendere cibo per alcuni mesi. Le ragazze che la assistevano potevano darle solo alcune gocce d’acqua in rari momenti. Sri Ma trascorse i suoi ultimi giorni nell’Ashram di Kishenpur. Non pronunciò alcun addio tranne le parole “Shivaya Namah” nella notte del 25; questo mantra segnò la dissoluzione finale dei legami mondani. Ritornò all’Immanifesto la sera di venerdì 27 agosto 1982, verso le 8 di sera.
Kankhal, situata ai piedi dell’ Himalaya, è una terra sacra. Tutti gli ordini monastici hanno una propria sede generale ad Hardwar. Per decisione unanime l’intera corporazione dei Mahatma si riunì per trasportare i resti terreni di Sri Ma. Le fu tributato il massimo onore; una processione di migliaia di persone scortò il veicolo con il suo corpo da Dehra Dunn a Kankhal. Il Mahanirvani Akhadha officiò l’ultimo rito del Samadhi. Così come Sri Ma aveva sempre detto di appartenere a tutti, tutti si radunarono per tributare l’estremo saluto al corpo umano che aveva sostenuto l’amatissima Ma per 86 anni.
Sri Ma venne in un’epoca in cui l’India e il mondo attraversavano crisi epocali. Ella rimase unita alla gente attraverso tutte le vicende della sua epoca, impartendo speranza e consolazione e sostenendo gli ideali antichi della tradizione sull’impatto soverchiante delle influenze aliene. Comprese perfettamente le implicazioni della tecnologia nell’era presente e con il suo esempio di vita orientò alla corretta prospettiva coloro che desiderano vedere al di là di essa. Che Dio, cioè, è presente nel mondo scoperto dalla ricerca scientifica quanto lo era nell’era della mitologia.
Noi riteniamo che il suolo di Bharatvarsha sia sacro. Per una volta vediamo in India non soltanto apparire un maestro o un santo, ma un esempio vivente dello stile di vita che è la quintessenza del suo spirito. L’India alimenta l’incontro tra il cielo e la terra, la commistione dell’ordine a-temporale con l’ordine del tempo, l’incontro tra l’eterna aspirazione dell’uomo e la discesa della Grazia. Un giorno questo sogno si avvera. Incontriamo un Maestro, uno Jagadguru, che non solo risveglia coloro che ricercano la Verità, ma infiamma e sostiene la fede verso la sua piena realizzazione.
Sri Ma rimane per sempre con noi nelle sue parole immortali, tra le quali ci è particolarmente cara questa frase: “Ma è (io sono) qui, di cosa vi preoccupate?” (Ma Adzhen, kiser cinta?)
Dal testo di Bithika Mukerji :
L’insegnamento di Sri Ma dalle sue parole
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Tutto questo, che è Sua creazione, è sotto la Sua disposizione, esiste alla Sua presenza, è in realtà Lui stesso. In qualsiasi condizione ci ponga, è sempre a fin di bene, poiché ogni cosa è disposta da Lui e Gli appartiene. La felicità relativa, che si manifesta in relazione a qualcosa, si esaurisce nel dolore. E’ dovere dell’uomo meditare su Dio che è Pace. Se non si ricorre a ciò che istruisce al ricordo di Dio, non può esserci pace. Non avete visto com’è la vita in questo mondo? Il Solo da amare è Dio. In Lui c’è tutto – Lui solo dovete ricercare.
L’essere umano dovrebbe accettare di vivere soltanto la più nobile e irreprensibile linea di condotta. Sarebbe una gioia immensa se tutti si sforzassero di modellare la propria vita su questo ideale. Solo le azioni che illuminano la natura divina dell’uomo meritano il nome di azioni; il resto sono non-azioni, spreco di energie. Ogni comportamento che non permette di risvegliare il divino nell’umano deve essere escluso, non importa quanto appaia allettante; e tutto ciò che aiuta il risveglio della divinità innata nell’uomo deve essere adottato risolutamente, anche se appare indesiderabile. La vocazione dell’uomo è aspirare alla realizzazione della Verità, percorrere il sentiero dell’eccellenza che conduce all’Immortalità. Ciò che pare delizioso ai sensi si trasforma in veleno subito dopo, generando disordine interiore e disastro, poiché appartiene al dominio della morte.
In qualunque direzione volgete lo sguardo trovate Un solo Essere Eterno e Indivisibile che si manifesta. Eppure non è facile riconoscere questa Presenza, perché Egli compenetra tutto. Così come un re è riconosciuto per il proprio titolo, come il fuoco è conosciuto per il suo calore, così l’Immanifesto rivela Sé stesso attraverso il mondo della manifestazione. Le analisi sulla materia di tutte le cose create, se condotte sufficientemente a fondo, porteranno alla scoperta che ciò che rimane è identico ed egualmente presente in tutte le creature: è Lui, Quello che è definito Pura Coscienza.
Se, nel mezzo delle diversità del mondo delle apparenze, fate uno sforzo costante a svolgere il vostro lavoro come un servizio all’Onnipotente Padre dell’Universo, nel vostro cuore si risveglieranno l’amore e la devozione per Lui. Quando i muri della prigione dell’ego saranno crollati, diventerete sempre più ostinati e innamorati della ricerca della Realtà. Allora le differenti immagini della percezione si fonderanno in un solo quadro e gli stati d’animo e i sentimenti divergenti si tufferanno nel grande oceano della Beatitudine.
Il Corpo Universale di Dio comprende tutte le cose, alberi, fiori, foglie, colline, montagne, fiumi, oceani, e il resto. Verrà un tempo, deve venire, in cui si percepirà la Forma Universale dell’Uno che pervade ogni cosa. La verità delle Sue forme e sembianze è infinita, innumerabile, senza fine. Come il ghiaccio non è altro che acqua, così l’amato è senza forma, senza qualità e non esiste problema di manifestazione. Quando si è realizzato ciò, si è realizzato il proprio Sé. Dunque, trovare l’Amato è trovare il proprio Sé, scoprire che Dio è la propria natura, completamente identica al proprio Sé, il più profondo Sé, il Sé del sé. Occorre per prima cosa entrare in confidenza con Colui che intendete invocare. Pensare e parlate costantemente di Lui, guardate le sue immagini, cantale le sue lodi o ascoltate musica sacra, visitate luoghi di pellegrinaggio, cercate la solitudine o associatevi a persone sante e sagge, e diverrete famigliari con Lui. Quando questo sarà fatto, potrete chiamarlo “Padre” o “Madre”. Si deve stabilire una relazione di questo tipo con Lui, perché gli esseri umani non riescono a provare affinità a meno di definire il legame con questi termini. Siete abituati ai legami di parentela nella vita mondana; perciò dovete stabilire questo genere di relazione anche a livello spirituale. Sebbene all’inizio potreste non sentire profonda devozione, imparate a invocarLo incessantemente con la ripetizione del Suo nome, o con qualsiasi altro metodo, finché gradualmente Lui riempirà il vostro cuore. La preghiera, la meditazione e la carità offerta in Suo nome sono necessarie anche dopo che si sia saldato il legame d’amore, e devono essere proseguite costantemente. In questo modo la consapevolezza di Lui diventerà la vostra seconda natura e non vi lascerà fino all’ultimo respiro. E’ questo che si chiama Comunione con Dio.
Ascoltate! Non lasciate trascorrere il vostro tempo inutilmente. Tenete sempre con voi un rosario e recitate il japa; oppure, se non vi piace, almeno ripetete il Nome del Signore regolarmente e senza interruzioni come il ticchettio dell’orologio. Non esistono regole o restrizioni in questo. InvocateLo con il Nome che preferite, per tutto il tempo che potete – più lo fate, meglio è. Se vi stancate o perdete interesse, somministratevi il Suo Nome come una medicina che deve essere presa. Con questa pratica, quando sarà il momento propizio, scoprirete il rosario della mente, e udirete continuamente dentro di voi la lode del Maestro Supremo, Signore della Creazione, come la musica costante dell’oceano illimitato; ascolterete la terra e il mare, l’aria e il cielo risuonare il canto della Sua gloria. Questo è chiamato la onnipervadente Presenza del suo nome.
Il japa silenzioso va recitato sempre. Non si sprechi il respiro; quando non si ha niente di speciale da fare, si reciti silenziosamente il japa al ritmo del proprio respiro. Questo esercizio deve proseguire finché il japa diventi naturale come il respiro.
E’ molto importante leggere i testi sacri e il libri di saggezza. Dite sempre la verità. Ricordate che il Nome di Dio e Esso stesso una Sua forma; fate che diventi il vostro inseparabile amico. Esercitatevi al massimo per non rimanere mai senza di Lui. Più intenso e continuo sarà il vostro sforzo per vivere alla Sua Presenza, maggiori saranno le possibilità di crescere nella gioia e nell’armonia. Quando la vostra mente è libera, lavorate per riempirla con la consapevolezza di Dio e con la Sua contemplazione.
Supremo Padre, Madre e Amico – Dio è davvero tutto questo. Di conseguenza, quale potrebbe essere la causa o la ragione della Sua Grazia? Voi siete suoi, e in qualunque modo Lui vi stia portando a Sé, è per rivelarSi a voi. Il desiderio di trovare Dio che si risveglia improvvisamente nell’uomo, chi lo instilla? Chi vi fa adoperare per soddisfare questo desiderio? Dovete giungere alla comprensione che tutto origina da Lui. Qualsiasi facoltà o competenza possediate – sì, proprio voi -da dove proviene? E non è forse finalizzata a trovare Lui, il distruttore del velo dell’ignoranza? Tutto ciò che esiste ha la propria origine in Lui soltanto. Dunque dovete cercare di realizzare il vostro Sé. Potete dire di essere padroni anche di un solo respiro? Fino al minimo livello Lui vi fa sentire liberi di agire, se comprendete che questa libertà deve essere usata per aspirare alla Sua realizzazione, per il vostro bene. Ma se credete di essere voi agenti e Dio molto lontano e se, a causa della Sua apparente lontananza, operate per la soddisfazione dei desideri, agite in modo errato. Dovete vedere tutte le cose come una Sua manifestazione. Quando riconoscete l’esistenza di Dio, Lui si rivela a voi come il compassionevole, il benevolo o il misericordioso, in accordo con la vostra attitudine nei Suoi confronti in quel momento – così, ad esempio, per l’umile diventerà il Signore degli Umili.
Attraverso il respiro, la Coscienza diventa Materia. Tutto ciò che vive respira. Quando il respiro si ferma, si muore. La vita fisica dipende dal respiro. Mediante il Prana, la materia diventa viva. I desideri e la mente agitata rendono il respiro impuro. Perciò vi consiglio la pratica della concentrazione sul respiro combinata con la ripetizione di uno dei Nomi di Dio. Se il respiro e la mente diventano concentrati in un solo punto e stabili, la mente si può espandere all’infinito, e tutti i fenomeni possono essere inclusi in quel solo punto. Se meditate Dio con il respiro purificate il Prana, la guaina corporea e la mente. Se respirate meditando il Nome di Dio, sentirete il richiamo della Sua Grazia.
Il Sé, o Dio, è inconoscibile all’intelligenza ordinaria, ma non ci è ignoto quale respiro vitale. Se si adopera il ritmo del proprio respiro come supporto alla meditazione, si alimenta l’energia individuale. Perciò si deve sedere in meditazione in un luogo solitario e rivolgere la mente all’interno, quindi ripetere il mantra al ritmo del proprio respiro, senza forzature, in modo naturale. Quando dopo una lunga pratica, il Nome diventa inscindibilmente collegato al respiro e il corpo bel saldo, si arriva a realizzare che l’individuo è parte di Una Grande Vita che pervade l’Universo.
Io sono una bambina e voi siete i miei genitori. Accettatemi così e accordatemi un posto nel vostro cuore. Dicendo “Madre” mi tenete a distanza. Le madri devono essere riverite e rispettate. Ma una bambina vuole solo essere amata e accudita ed è cara al cuore di tutti. Questa è la mia sola richiesta per voi: lasciate un posto per me nel vostro cuore!.>>
Canto sulla conoscenza del Brahman (Shankara)
Di Admin (del 25/01/2008 @ 00:05:25, in Induismo, linkato 182 volte)"La mia essenza è la pura Coscienza, che si diletta solo del Sé. La mia natura è l’assoluta Beatitudine; sono l’Essere indeperibile, immortale".
Brahmajnanavali
1. Non ho legami, non ho legami, non ho legami – questo più volte io dico. La mia natura è Esistenza, Coscienza e Beatitudine; sono l’Essere indeperibile, immortale.
2. Sono eterno, puro, libero e senza forma. La mia natura è l’eterna, perfetta Beatitudine; sono l’Essere indeperibile, immortale.
3. Sono al di là del tempo, delle forme, delle distinzioni e dei mutamenti. La mia natura è la suprema Beatitudine; sono l’Essere indeperibile, immortale.
4. La mia essenza è la pura Coscienza, che si diletta solo del Sé. La mia natura è l’assoluta Beatitudine; sono l’Essere indeperibile, immortale.
5. La mia essenza è Coscienza interiore; io dimoro nella Pace perfetta, al di là della forza creatrice. La mia natura è l’incessante Beatitudine; sono l’Essere indeperibile, immortale.
6. Sono il Sé supremo al di là dei principi originari; sono la propizia Realtà al di là dei cakra. Sono la Luce suprema al di là di Maya; sono l’Essere indeperibile, immortale.
7. La mia forma è la pura, immutabile Coscienza al di là dei nomi e delle forme. La mia natura è la felicità essenziale; sono l’Essere indeperibile, immortale.
8. Tutto ciò che è creato da Maya – come il corpo e così via – per me è irreale come un miraggio. La mia essenza è lo splendore dell’unica Luce; sono l’Essere indeperibile, immortale.
9. Al di là dei guna, sono il Testimone di Brahma e di tutti gli déi. La mia essenza è l’infinita Beatitudine; sono l’Essere indeperibile, immortale.
10. Immutabile, onnipresente, sono il principio ordinatore che dimora in ogni cosa. Sono il distaccato Testimone di tutto ciò che nasce, si sviluppa e svanisce – questa è invero la mia natura; sono l’Essere indeperibile, immortale.
11. Sono l’eterno, imperturbabile osservatore del piacere e del dolore, dell’ascesa e della degradazione. Sono il distaccato Testimone di tutto ciò che nasce, si sviluppa e svanisce – questa è invero la mia natura; sono l’Essere indeperibile, immortale.
12. Al di là delle distinzioni, sono l’unica conoscenza, sono l’unica realizzazione. Invero non agisco e non fruisco; sono l’Essere indeperibile, immortale.
13. La mia natura è l’assenza di sostegni, poiché sono il sostegno di ogni cosa. La mia natura, invero, è la libertà dai desideri; sono l’Essere indeperibile, immortale.
14. Libero dai tre tipi di sofferenza, libero dall’identificazione con i tre corpi, sono il distaccato Testimone della veglia, del sogno e del sonno profondo; sono l’Essere indeperibile, immortale.
15. Colui che vede e ciò che è visto – in ogni esperienza vi sono questi due; Colui che vede è il Brahman, e ciò che è visto è Maya. Questa è l’essenza di ciò che insegna il Vedanta.
16. “Io sono il Testimone” – il saggio che più e più volte, attraverso il discernimento, riconosce in tal modo la verità, certamente raggiunge la Liberazione. Questo insegna il Vedanta.
17. Tutti i vasi, le coppe e così via, in verità non sono altro che argilla; allo stesso modo, invero, tutto il mondo non è altro che Brahman. Questo insegna il Vedanta.
18. Il Brahman è reale, il mondo è un’illusione; il sé individuale non è altro che il Brahman. Questa è la conoscenza suprema, questo è ciò che insegna il Vedanta.
19. Io sono la luce esterna, la luce interiore e la suprema luce trascendente. Sono la Luce di tutte le luci, che illumina se stessa; sono la luce del Sé. Questa è l’essenza del mio canto: io sono questa propizia Luce!
Probabilmente l'upanishad più antica. I temi sono i classici del pensiero vedanta: tutto è riassunto nel Sé, l'Assoluto, il Signore; la consapevolezza dell'identità tra il proprio Sé e l'Assoluto porta al distacco dall'azione; ...
Quello è perfetto, questo è perfetto
Dal perfetto viene il perfetto
Anche se il perfetto emana il perfetto,
esso rimane perfetto.
1. Il Signore dimora in tutto questo
Ogni cosa al mondo è tutto il mondo
Se rinunci a tutto, godi tutto
Non creare la ricchezza fuori di te!
2. Chi agisce così in questo mondo
può vivere cento anni
Se vivrai così, non incontrerai ostacoli
e nessuna azione ti legherà.
3. Tutti coloro che si oppongono al proprio Sé
dopo la morte vanno nei ciechi mondi
avvolti nelle tenebre
chiamati mondi senza sole.
4. L'Uno è immobile,
eppure è più rapido del pensiero
Egli è al di sopra di tutto,
neanche gli déi possono raggiungerlo
Senza muoversi, supera tutto ciò che corre
In lui Agni [il dio del fuoco] compie la sua opera.
5. Quello si muove, Quello non si muove
Quello è lontano, Quello è vicino
Quello è all'interno di questo, di ogni cosa
Quello è all'esterno di questo, di ogni cosa.
6. Colui che vede
tutti gli esseri nel Sé
e vede il Sé in tutti gli esseri,
questi non odia nessuno.
7. In colui che sa che tutti gli esseri
esistono solo come Sé,
in colui che così vede solo l'Uno,
non c'è illusione, non c'è sofferenza.
8. Questi invero conosce
ciò che è luminoso e immateriale,
che non può essere ferito né bagnato,
puro, senza peccato,
il veggente, il sapiente,
l'essere supremo, indipendente,
che dall'origine dei tempi
fa raggiungere il proprio scopo.
9. Coloro che dimorano nell'ignoranza
cadono in una profonda oscurità
Ma in una ancor più profonda oscurità
cadono coloro
che si compiacciono della conoscenza.
10. Il destino di chi coltiva la conoscenza
certamente è diverso
da quello di chi vive nell'ignoranza
Così dicono i saggi
che insegnano a conoscere Quello.
11. Chi conosce la saggezza e l'ignoranza
vincendo l'ignoranza
sconfigge la morte,
coltivando la saggezza
beve il nettare dell'immortalità.
12. Coloro che adorano gli esseri invisibi
cadono in una profonda oscurità
Ma in una ancor più profonda oscurità
cadono coloro
che si compiacciono di ciò che è visibile.
13. Il destino di chi si fonda su ciò che esiste
certamente è diverso
da quello di chi si fonda
su ciò che non esiste
Così dicono i saggi
che insegnano a conoscere Quello.
14. Chi conosce
ciò che porta tutti gli esseri alla rovina,
supera la rovina e la morte
e beve il nettare dell'immortalità in tutti gli esseri.
15. Un velo di luce
nasconde il volto della verità
Ti prego, rimuovi questo velo
e mostrami il vero dharma [insegnamento]!
16. O sole, tu che concedi
alla forza creativa il suo potere,
unico Saggio,
trattieni, ti prego, i tuoi raggi!
Attenua il tuo splendore,
perché io possa vedere
la tua benedetta forma!
Questo Sé simile al sole,
sono io!
17. Che questo corpo sia consumato,
che il mio soffio si fonda con l'aria
e divenga immortale!
Om -- ricorda i miei sacrifici,
ricorda come ti ho servito!
Ricorda i miei sacrifici,
ricorda come ti ho servito!
18. O Agni, mio Dio, mio Signore!
Tu che conosci la via,
guidaci sul giusto cammino!
Facci superare ogni ostacolo,
liberaci da ogni difetto!
Mi inchino dinnanzi a te,
con queste parole ti rengo omaggio.
Le Concezioni di Spazio e Tempo nella Tradizione Hindu
Di Admin (del 15/01/2008 @ 23:50:26, in Induismo, linkato 158 volte)di Stefania Ferrari
Introduzione
I testi della tradizione hindu presentano molteplici visioni della struttura spazio-temporale dell'universo. Diamo qui una visione d'insieme dei concetti di spazio e tempo ricorrenti nei principali testi, prendendo spunto in particolare dalla "Bhagavad-Gita" (il "Canto del Beato"), famoso episodio del poema epico "Mahabharata" e tra i più popolari testi spirituali indiani, composto nel IV-III secolo a.C.
Lo Spazio
Nella tradizione hindu si ritiene che esistano infiniti universi, strutturati a strati concentrici nel seguente modo:
- strato inferiore (gli inferi)
- strato mediano (il mondo terrestre)
- strato superiore (il mondo celeste)
Nel nostro mondo celeste troviamo tutti gli oggetti astronomici conosciuti: la Luna, il Sole, i pianeti, le stelle, che si posizionano via via sempre più distanti dalla Terra. Oltre a questi, definiti "pianeti materiali", prettamente astronomici, nella Bhagavad-Gita si fa menzione anche di altri pianeti materiali ma cosiddetti "superiori", in quanto abitati dagli dèi, fino ad arrivare al pianeta superiore più lontano e importante, chiamato Brahmaloka, il pianeta in cui dimora il dio Brahma.
Gli esseri umani che vivono sulla Terra, possono, in base alle loro colpe o ai loro meriti, rinascere nello strato inferiore, in quello mediano o in quello superiore. Occorre ricordare però che anche se si rinasce nei mondi o pianeti superiori come dèi, si rimane sempre soggetti al ciclo vita-morte-rinascita. Solo la completa liberazione dal mondo materiale tramite la devozione nei confronti del Dio Supremo (nel testo citato impersonato da Krishna, eroe mitologico incarnazione del dio Visnù) permetterà di poter raggiungere un pianeta non del mondo materiale, ma di quello spirituale, Krishnaloka, o Goloka, il pianeta spirituale di Krishna, e di sconfiggere per sempre il ciclo delle rinascite [1].
Il Tempo
Il tempo si conta a partire da un'unità di misura molto piccola, il "battito di ciglia" di un uomo. A partire da una serie particolare di suoi multipli, si arriva alla definizione del giorno umano e quindi dell'anno umano. Ma un anno degli uomini corrisponde solamente ad un giorno degli dei, ed è sulla base degli anni divini che si costruisce la struttura delle ere cosmiche [2]:
1 anno umano = 1 giorno degli dei (giorno divino)
360 anni umani = un anno divino
12.000 anni divini = 1 grande era (mahayuga)
1.000 grandi ere = 1 età del mondo o "giorno di Brahma" (kalpa) = 432 x 107 anni umani
100 anni di Brahma = vita di Brahma = 432x 109 anni divini = 15.552 x 1010 anni umani
Un'età del mondo (kalpa) corrisponde ad un giorno della vita di Brahma. Alla fine di ogni giorno comincia la notte di Brahma, in corrispondenza della quale l'Universo fisico si dissolve temporaneamente riassorbendosi nel caos indifferenziato delle origini, l'"Uno indifferenziato"; fino all'alba che segna l'inizio di un nuovo giorno di Brahma in cui l'universo si manifesta nuovamente. Queste continue dissoluzioni del mondo si susseguono per un'intera vita di Brahma, che dura 100 anni di 360 giorni. Alla fine di questa vita, Brahma muore e si verifica una "Grande Dissoluzione" del mondo. Visnù si risveglia dal suo sonno profondo, e con l'energia del suo respiro induce la rinascita di Brahma, con la quale si dà inizio ad una nuova vita del dio, e quindi ad una nuova origine dell'Universo.
Le Ere Cosmiche
Il mahayuga è suddiviso in quattro ere cosmiche o yuga, le quali rappresentano la progressiva decadenza delle virtù degli esseri umani. I nomi di queste ere corrispondono a quelli dei colpi del gioco dei dadi (dal vincente al perdente):
Krta: durata 4000 anni divini più due crepuscoli di 400 anni divini ciascuno;
Treta: durata 3000 anni divini più due crepuscoli di 300 anni divini ciascuno;
Dvapara: durata 2000 anni divini più due crepuscoli di 200 anni divini ciascuno;
Kàli: durata 1000 anni divini più due crepuscoli di 100 anni divini ciascuno.
Il Krta è l'era perfetta, in cui regnano giustizia e verità; il Treta è l'era in cui la saggezza deve essere acquisita con il sapere e lo studio; nel Dvapara il sorgere delle passioni comincia a incrinare la saggezza acquisita; nell'era Kali prevalgono violenza e ingiustizia [1].
Al termine di ogni singolo yuga, il dio Visnù discende sulla Terra per riportare l'ordine. L'ultima discesa, avvenuta tramite l'incarnazione nell'eroe mitologico Krishna, segna il passaggio dallo yuga Dvapara a quello Kali; l'inizio dell'era Kali coincide con la morte di Krishna, che viene collocata tradizionalmente nel 3102 a.C.. Pertanto, secondo questa classificazione noi ci troviamo attualmente all'inizio dell'era Kali (la peggiore...), più precisamente, nel crepuscolo mattutino del Kaliyuga. Sempre secondo la tradizione, il mahayuga che comprende questo nostro attuale yuga, si colloca nel primo kalpa del 51° compleanno di Brahma, kalpa che prende il nome di Età del Cinghiale [2].
Il "Batter di Ciglia" del Supremo
Un'intera vita di Brahma, tutto questo tempo incredibilmente lungo e inconcepibile dalla mente degli uomini, non è, però, altro che un semplice battito di ciglia del Supremo, di Dio, il quale si colloca al di sopra anche di Brahma stesso che, pur essendo un dio nasce e muore come gli uomini, seppure su scale temporali lunghissime. Al culmine di tutta quest'immensa scala di misure temporali, il battito di ciglia umano si riflette in quello di Dio: e l'universo non è altro che il periodico manifestarsi di un attimo di transitorietà, un breve pensiero, nella mente di Dio.
Note Bibliografiche
[1] A.C.B.S. Prabhupada, La Bhagavad-Gita così com'è, The Bhaktivedanta Book Trust, Italia,1990
[2] Piano Stefano, Sanatana Dharma, un incontro con l'induismo, Edizioni San Paolo, Milano, 1996
fonte: http://astrocultura.uai.it

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