"Vedi come ti stimo: oso affidarti a te stesso"
1. È così, non cambio parere: evita la massa, evita i pochi, evita anche il singolo. Non conosco nessuno con cui vorrei che tu avessi rapporti. Vedi come ti stimo: oso affidarti a te stesso. Cratete, raccontano, discepolo proprio di quello Stilbone che ho nominato nella lettera precedente, vedendo un ragazzo che passeggiava in disparte, gli chiese che cosa facesse lì da solo. "Parlo con me stesso," fu la risposta. E Cratete replicò: "Mi raccomando, fa' molta attenzione, stai parlando con un cattivo individuo."
2. Solitamente teniamo d'occhio chi è in preda al dolore e alla paura perché non faccia cattivo uso della solitudine. Se uno è dissennato non deve essere lasciato a se stesso; ora rimugina cattivi propositi, prepara pericoli a sé o agli altri, seconda turpi passioni; ora manifesta tutti quei sentimenti che nascondeva per timore o per vergogna, acuisce la sua audacia, eccita la libidine, fomenta l'ira. Infine, l'unico vantaggio della solitudine, cioè non confidare niente a nessuno, non temere spie, manca agli sciocchi: si tradiscono da soli. Vedi, dunque, quali speranze nutro su di te; anzi, poiché la speranza indica un bene incerto, vedi che cosa mi riprometto: non c'è nessuno con cui vorrei che tu avessi rapporti piuttosto che con te stesso.
3. Ripenso alle parole magnanime e vigorose da te pronunciate: mi sono subito rallegrato con me stesso e ho detto: "Queste frasi nascono dal cuore, non dalle labbra; costui non è uno dei tanti, mira al bene."
4. Parla così, vivi così: bada che niente possa abbatterti. Sii pure grato agli dèi per avere esaudito i tuoi voti di un tempo, formulane altri nuovi: chiedi l'integrità della mente, la salute dell'anima e poi del corpo. Perché non dovresti formulare spesso questi voti? Prega dio con coraggio: non è tua intenzione chiedergli nulla che appartenga ad altri.
5. Ma per mandarti come al solito la lettera con un piccolo dono, ecco quello che ho trovato in Atenodoro e che secondo me corrisponde a verità: "Sappi che sarai libero da ogni passione, quando arriverai al punto di chiedere a dio solo ciò che puoi chiedere davanti a tutti." E invece come sono privi di senno gli uomini! Rivolgono sottovoce a dio le preghiere più turpi; se qualcuno li ascolta, tacciono, e quello che non vogliono che gli uomini sappiano lo raccontano a dio. Vedi, dunque, se non è utile questo insegnamento: vivi in mezzo agli uomini come se dio ti vedesse e parla con lui come se gli uomini ti udissero. Stammi bene.
Smetti di immaginare di essere o di fare questo e quello, e in te sorgerà la comprensione di essere la sorgente e il centro di tutto. Ciò porterà con sé un grande amore che non è scelta o predilezione, e neppure attaccamento, ma un potere che rende ogni cosa amabile, e degna di essere amata.
La mente crea l’abisso, il cuore lo valica.
L’ ”Io sono” stesso è Dio. La ricerca stessa è Dio. La coscienza che è in te e quella che è in me apparentemente sono due, ma in realtà sono una cosa sola e cercano l’unità. Questo è l’amore.
La vita è amore e l’amore è vita. Cos’è il desiderio, se non amore per se stessi? Cos’è la paura, se non il bisogno di proteggersi? E cos’è la coscienza, se non amore della verità? I mezzi e le forme possono essere sbagliati, ma il motivo che c’è dietro è sempre l’amore.
Non c’è niente di male nella dualità, finchè non crea conflitti. Al di sopra dell’unità dell’essere c’è l’unione dell’amore. L’amore è il significato e il fine della dualità.
Tu sei l’amore stesso, quando non hai paura.
Non sottovalutare l’attenzione. Significa interesse e anche amore. Per conoscere, scoprire e creare devi metterci il cuore, che è attenzione. Tutte le benedizioni fluiscono da qui.
La felicità che non puoi condividere è spuria. Solo ciò che è condivisibile è veramente desiderabile…In effetti la realizzazione non è altro che partecipazione. Entri in una coscienza più vasta e ne rendi partecipi gli altri.
Di tutti gli affetti, il primo è l’amor proprio. L’amore per il mondo è il riflesso dell’amore per te stesso, perché il mondo è una tua creazione….Realizza di essere l’eterna sorgente e accetta tutto come tuo. Questa accettazione è vero amore.
Qualunque cosa faccia la mente, la fa per amore del Sé. La natura stessa del Sé è amore, perché è amabile e degno di essere amato. E’ il Sé a rendere così interessanti e cari il corpo e la mente. L’attenzione che prestiamo loro proviene dal Sé.
Non fingere di amare gli altri come te stesso. A meno che tu non li abbia riconosciuti come parte integrante di te, non puoi amarli… Se consideri qualsiasi cosa come separata da te, non puoi amarla perché la temi.
Tu ami te stesso sopra ogni cosa, e vuoi sentirti felice e al sicuro. Non vergognartene e non negarlo. E’ naturale amare se stessi, ed è un bene. L’unica cosa è che devi conoscere esattamente l’oggetto del tuo amore: non è il corpo che ami, ma la vita: percepire, provare emozioni, pensare, fare, amare, lottare, creare.
E’ stata la totale ignoranza di te stesso che ti ha nascosto l’amore e la felicità, spingendoti a cercare ciò che non avevi mai perso. L’amore è volontà, la volontà di condividere la tua felicità con tutti. Essere felici, rendere felici, è questo il ritmo dell’amore.
Nel sogno ami qualcuno, e qualche altro no. Al risveglio scopri di essere l’amore stesso, che tutto abbraccia. L’amore personale, per quanto possa essere intenso e genuino, invariabilmente ti lega. L’amore nella libertà è amore per tutto.
L’amore dice “Io sono tutto”. La saggezza dice “Io non sono niente”. E la mia vita scorre tra l’uno e l’altra.
Ha cominciato a regnare l’affetto infinito, l’amore misterioso e tranquillo che si irradia ovunque, che abbraccia tutto rendendolo interessante e meraviglioso, significativo e propizio.
Non posso non vederti uguale a me stesso. E’ nella natura stessa dell’amore non vedere differenze.
Nel matrimonio non sei né il marito né la moglie: sei l’amore tra i due.
Se nell’amore non esiste neanche la singola entità, come potrebbero essercene due? L’amore è il rifiuto di separare, di fare distinzioni. Perché tu possa concepire l’unità, devi prima creare il dualismo. Quando ami veramente non dici “Ti amo”. Dove c’è lavorio mentale, c’è dualismo.
La consapevolezza è dinamica, l’amore è l’essere. La consapevolezza è amore in azione.
Perché la vita è adesso, e adesso è l’amore che proviamo per lei. Ci piace la varietà, il gioco del piacere e del dolore, Siamo affascinati dai contrasti. Per questa ragione, abbiamo bisogno degli opposti, e della loro apparente diversità. Ne godiamo per qualche tempo, poi ce ne stanchiamo e invochiamo la pace e il silenzio del puro essere. Il cuore cosmico batte senza mai fermarsi. Io sono il testimone, e anche il cuore.
L’amore crea le sue necessità, compresa quella di diventare una persona…
E’ l’istinto di avventura, l’amore per la scoperta, che mi fa venire al mondo. E’ nella natura dell’essere vedere l’avventura nel divenire. Come è nella natura del divenire cercare la pace nell’essere. Questo alternarsi di essere e divenire è inevitabile, ma la mia dimora si trova al di là.
Veniamo al mondo per amore dell’esistenza fisica…. Essere, esistere con un nome e una forma è doloroso, ma nonostante tutto io lo amo. Tutto è parte dell’esistenza. La mia vera natura è amore. E’ possibile amare anche le cose dolorose… Noi amiamo ciò che ci causa sofferenza, questa è la nostra natura.
E’ nella natura stessa dell’amore esprimere se stesso, affermarsi, superare le difficoltà…Più che la felicità, l’amore desidera la crescita, l’allargamento e l’approfondimento della coscienza e dell’essere. Tutto ciò che li impedisce diventa causa di sofferenza, e l’amore non si sottrae al dolore.
La mente è moglie del cuore e il mondo è la loro casa, che va tenuta allegra e in ordine.
La serietà è amore in azione. Perché niente può essere fatto senza amore.
Il tuo vero essere è l’amore stesso, e i suoi tanti amori sono i suoi riflessi, che dipendono dalla situazione del momento.
Io sono l’altro, e l’altro è me. Siamo diversi nella forma e nel nome, ma non c’è separazione tra noi. Alla radice del nostro essere, noi siamo uno.
OM
|
|
||
Vita e Insegnamento
Di Admin (del 18/05/2008 @ 08:30:08, in Sri Nisargadatta Maharaj, linkato 224 volte)Maruti Kampli - questo è il suo vero nome - nasce nel 1897 a Bombay. Si sposa, è padre di quattro figli e per vivere fa il tabaccaio. A 33 anni conosce il maestro Sri Siddharameshwar Maharaj – del Sampradaya Navnath - che gli insegna a concentrarsi sul mantra Brahmasmi ("Sono il Supremo"). Concentrandosi sulla pratica del Maestro e grazie al Suo influsso spirituale, si realizza ed assume il nome di Nisargadatta Maharaj. Resta nella sua casa a dialogare con chiunque lo raggiunga, chiunque cerca il Sé, ogni persona che brama la Conoscenza, fino al 1982, anno in cui spegne per la Vita Eterna, il Grande riassorbimento nel Sé.
Insegnamento
Di Nisargadatta, quello che in ultima analisi si può dire come insegnamento spirituale è la sua indicazione permanente: Tat tvam asi ("Quello tu sei").
N.Maharaj, appartiene a una linea di trasmissione (marathi) del Vedanta monistico, che si fa risalire al Mahatma Dattatreya. Tra i veggenti di epoca vedica, Dattatreya avrebbe istituito il primo lignaggio spirituale (parampara), che nel Maharastra è noto come navnath sampradaya, la "scuola dei nove", cui fu affiliato il maestro di Maharaj e, alla sua morte, lui stesso.
Il suo insegnamento diviene molto simile a quello di R.Maharshi che, come abbiamo visto, diede come principale ricerca spirituale “Io sono Quello”, che lo stesso N. Maharaj citava più volte durante i suoi incontri.
A differenza di Nisargadatta, Ramana non ebbe maestri, e fece – come nella più cara tradizione indù - voto di bramhachari, ovvero non si sposò.
Maruti invece crebbe in città, a Bombay dove avviò giovanissimo, insieme al fratello, un piccolo commercio di tabacchi. Ma un giorno le sue pratiche yogiche che conduceva sporadicamente lo portarono - tramite un conoscente - ai piedi del suo Maestro Sri Siddharameshwar Maharaj del Navnath Sampradaya, che gli trasmise, per così dire, il Logos Supremo, o la Verità in forma Ultima: “Tu sei il Supremo…credilo con fermezza, sempre e non dubitarne mai”. Di li a poco il suo Maestro muore e lui riprendendo la sua vita, non smette mai di praticare quella verità che lo porterà velocemente alla meta.
Un giorno mister Fridman lo incontra a Bombay nella stanza del suo appartamento dove Maharaj è solito da qualche tempo fare Satsang, ovvero ricevere le persone che chiedono di avere illuminato il loro cammino. Fridman lo seguirà da allora e pubblicherà il libro che lo fece conoscere al mondo occidentale.
Maharaj parla la lingua dell’Anima, per dirla all’occidentale, la vera fonte dalla quale inesauribilmente fuoriesce una sola ed unica Verità annunciata con parole. Quell’unica e vera Parola che fa perno sulla domanda “Io, chi sono?”.
Egli insiste molto sulla ricerca unica della Realtà, di quella Realtà che lui vive, ma che anche gli altri possono sperimentare, anzi devono sperimentare, poiché loro stessi, fonte – passatemi il termine - del loro stesso ologramma, devono accorgersi della luce che lo proietta. Come diceva Maharshi: è come un film,noi vediamo la pellicola, ma chi è la vera fonte che ci concede di vedere la pellicola della vita che passa dinanzi i nostri occhi, se non il Sé? Dobbiamo avere la forza di iniziare a guardare verso questa Fonte, e solo allora scopriremo cosa siamo.
Viene in mente un concetto che bene esprime il Rishi Vasishtha: "Sono io un re che sogna di essere mendicante o un mendicante che sogna di essere re?". E il maestro: " Né l'uno né l'altro, sia l'uno che l'altro. Voi siete e insieme non siete ciò che pensate di essere! Lo siete perché agite in conformità. Non lo siete perché non dura. Potete essere un re o un mendicante per sempre? Tutto muta. Ma voi siete ciò che non muta. Che cosa siete?". Disse Janaka: "Sì, non sono un re né un mendicante, sono il testimone spassionato".Egli, Maharaj ,insiste sul fatto di come le percezioni siano da noi proiettate e vissute in maniera difforme la suprema realtà. Questo è un concetto molto alto di contemplazione. Non a caso lo riscontriamo anche nell’insegnamento buddista tibetano, per esempio. Per Maharaj dobbiamo instancabilmente fissare la nostra attenzione sull’Io sono. Solo allora saremo. O meglio siamo.
-Maharaj:“In realtà, niente accade. Sullo schermo della mente il destino proietta eterno le sue immagini, che sono i ricordi di proiezioni anteriori, sicché I'illusione si rinnova costantemente. Le immagini vanno e vengono: sono luce intercettata dall'ignoranza. Scorgi la luce e dimentica l'immagine.”
M.: Quando è iniziato questo processo dell'osservare? E' iniziato con l'arrivo dello stato di veglia, del sonno profondo e della conoscenza "io sono"; è tutto avvolto in un "io sono". Questo è conosciuto come nascita.Nel momento in cui sopraggiunse, l’ "io sono" viene usato per sperimentare, osservare, eccetera. Ma prima di questa nascita, dov'era quell' "io sono"? Non c'era. ... Quali domande puoi avere senza questa triade? Supponiamo che tu abbia cinquant'anni. Hai avuto l'associazione di quella triade per cinquant'anni; vai indietro ora,... prima, qual'era la tua esperienza? Che cos'eri?
D.: Non lo so.
M.: Questo è corretto. Era uno stato di non-conoscenza. In quello stato di non-conoscenza, improvvisamente è apparsa la capacità di conoscere. Ciò ha creato tutto questo misfatto.
Questa coscienza non è altro che energia. Quando l'essenza del corpo diventa più debole, la coscienza diventa più debole e alla fine se ne va; non muore nulla.
Una volta che questa coscienza è conscia di se stessa, a causa del condizionamento considera certi oggetti come suoi ed altri come non suoi e combatterà per questi cercando di proteggere quelli che considera propri. Quando la coscienza realizza il suo potere latente, la sua universalità, i concetti "me" e "mio" vengono perduti.
Questa coscienza universale è conosciuta come Dio, che è l'Onnipotente, l'Onniscente, e l'Onnipresente, tutti gli attributi. Questi attributi vengono dati a Dio nella coscienza, non all'Assoluto. L'Assoluto è senza attributi.
Qualunque cosa tu abbia inteso, non lo sei. Perché ti perdi in concetti? Tu non sei ciò che conosci, sei il conoscitore.
Quest'insieme dei tre stati e dei tre attributi è nato e qualunque cosa accada, accade a quell'insieme ed io non ho nulla a che fare con esso. Questo è il motivo per cui sono totalmente privo di paura, senza alcuna reazione nei confronti di una malattia che sarebbe traumatica per altri.
Chi dormendo sogna, ha prima di tutto risvegliato il suo essere nell'universo del sogno. Nel momento in cui sorge, l'essere crea uno spazio che è immediatamente occupato dall'universo del sogno; ma la sorgente è in questo senso profondo di essere... lo spazio in realtà non esiste. Lo spazio è un'illusione.
Lasciamo che ,quindi, la mente percorra il suo cammino….
"Ma io, chi sono?".
Per spiegare l'inspiegabile Maharaj finge di narrare una fiaba:
"Nell'immensità della coscienza appare una luce, un puntolino veloce che traccia forme, assembra pensieri e sentimenti, idee e concetti, come la penna sul foglio. Tu sei quel puntolino, e muovendoti ricrei ogni volta il mondo. Ti arresti, e il mondo scompare. Va' dentro, e vedrai che quel punto luminoso è l'"io sono", come il riflesso nel corpo dell'immensità della luce. Solo la luce è, tutto il resto appare".
OM
|
|
||
Tutti gli esseri ed i fenomeni dell’universo esistono come risultato di cause. Poiché tutto nell’universo è soggetto a questa legge, niente può esistere indipendentemente dal altre cose o nascere per virtù propria. Questa Legge è anche chiamata “fondamentale interdipendenza di tutte le cose”, sia nello spazio sia nel tempo.
“Se guardiamo con occhi sereni al grande universo che ci circonda, scopriamo che ciò che a prima vista appare come un immenso silenzio è in realtà un pulsare continuo di creazione e mutamento. Lo stesso si può dire dell’uomo: invecchia, muore, rinasce e muore nuovamente. Nulla, sia nella natura sia nella società umana, conosce un momento di pausa, di riposo. Tutte le cose dell’universo sono in flusso costante, si levano e ricadono, appaiono e scompaiono, prigioniere di un incessante ciclo di mutamento condizionato …. Tale è la natura della realtà umana. Sono convinto che in un certo senso l’illuminazione di Shakyamuni sia stato un grido di meraviglia di fronte a questa misteriosa entità che chiamiamo vita, con la sua miriade di manifestazioni che si collegano e dipendono l’una dall’altra attraverso gli anelli di causa ed effetto.
Ma l’uomo comune non si rende conto di questa verità e ha l’illusoria convinzione di esistere indipendentemente dai suoi simili. Questa illusione lo allontana dalla legge della vita, che è la verità ultima, e lo rende prigioniero del desiderio, dal quale poi discendono la sofferenza, la tragedia e la sfortuna. Come si è sciocchi e da compatire! Ci si lascia fuorviare dall’ignoranza che è un’espressione del male e non si ha altra via di uscita se non affrontare questo demone che si annida nello spirito dell’uomo.”
Daisaku Ikeda
|
|
||
"Non è felice chi non pensa di esserlo."
1. Tu vuoi sapere se Epicuro ha ragione a criticare in una sua lettera quanti dicono che il saggio basta a se stesso e che perciò non ha bisogno di amici. È un rimprovero che Epicuro rivolge a Stilbone e a chi è convinto che il sommo bene sia un animo che non patisce.
2. È inevitabile cadere nell'equivoco se si vuole sbrigativamente tradurre con una sola parola e precisamente: impatientia. Può infatti, intendersi il contrario di quello che vogliamo sottolineare. Per noi si tratta dell'uomo che rifiuta la sensazione di qualsiasi male: c'è il rischio di interpretarlo, invece, come uno che non può sopportare nessun male. Vedi, dunque, se non è preferibile parlare o di un animo invulnerabile o di un animo al di là di ogni sofferenza.
3. Questa è la differenza tra noi e loro: il nostro saggio vince ogni avversità, ma l'avverte; il loro neppure l'avverte. In comune abbiamo l'opinione che il saggio è autosufficiente; e tuttavia, egli vuole avere un amico, un vicino di casa, un compagno di vita.
4. E guarda quanto è autosufficiente: certe volte di sé gli basta una sola parte. Se una malattia o un nemico lo hanno privato di una mano, se per sventura ha perso uno o tutt'e due gli occhi, anche così ridotto, sarà soddisfatto, e il corpo sconciato e mutilato gli andrà bene non meno di quando era integro. Ma se non rimpiange ciò che gli è venuto a mancare, questo non significa che preferisce la menomazione.
5. Il saggio è autosufficiente non nel senso che vuole essere senza amici, ma che può stare senza amici; e questo "può" significa che, se perde un amico, sopporta con animo sereno. Ma non sarà mai senza amici: può crearsene altri in breve tempo. Come Fidia, persa una statua, ne avrebbe fatta subito un'altra, così questo artefice di amicizie, perduto un amico, lo sostituirà con un altro.
6. Mi chiedi come si possa stringere presto un'amicizia? Te lo dirò se stabiliamo che io ti paghi subito il mio debito e per questa lettera facciamo pari. Dice Ecatone: "Ti indicherò un filtro amoroso, senza pozioni, senza erbe, senza formule magiche: se vuoi essere amato, ama." Non solo dalle amicizie sicure e di vecchia data si ricava grande piacere, ma anche dal cominciarne e dal procurarsene di nuove.
7. Tra chi ha un amico e chi lo cerca c'è differenza, come tra il contadino che miete e quello che semina. Il filosofo Attalo era solito dire che farsi un amico dà più gioia che averlo, "come al pittore procura più gioia l'atto di dipingere che l'opera finita." L'attendere con zelo a un lavoro dà di per sé un grande piacere: non ne prova, invece, uno uguale chi, finita un'opera, toglie mano. Gode ormai del frutto della sua arte: dipingendo, invece, godeva dell'arte stessa. I figli adolescenti dànno più frutti, ma da piccoli ci dànno una felicità più dolce.
8. Ritorniamo ora al nostro tema. Il saggio, anche se è autosufficiente, vuole, però avere un amico, se non altro per esercitare l'amicizia, e perché una virtù così nobile non languisca; non lo fa per il motivo dichiarato da Epicuro nella medesima lettera, e cioè "per avere chi lo assista se ammalato, chi lo soccorra in carcere o in miseria", ma per avere qualcuno da assistere lui stesso, nelle malattie, o da liberare se prigioniero dei nemici. Se uno si preoccupa solo di sé e perciò fa amicizia, sbaglia. L'amicizia finirà, come è cominciata: si è procurato un amico perché lo aiutasse nella prigionia: non appena ci sarà rumore di catene, costui sparirà.
9. Sono le amicizie cosiddette opportunistiche: un'amicizia fatta per interesse sarà gradita finché sarà utile. Così se uno ha successo, lo circonda una folla di amici, mentre rimane solo se cade in disgrazia: gli amici fuggono al momento della prova; per questo ci sono tanti esempi infami di persone che abbandonano l'amico per paura, e di altre che per paura lo tradiscono. L'inizio e la fine fatalmente concordano. Chi è diventato amico per convenienza, per convenienza finirà di esserlo. Se nell'amicizia si ricerca un utile, per ottenerlo si andrà contro l'amicizia stessa.
10. "Perché, dunque, ti fai un amico?" Per avere qualcuno per cui morire, qualcuno da seguire in esilio, da strappare alla morte anche a prezzo della mia vita: quella che tu descrivi non è amicizia, ma traffico, che mira a un profitto e guarda ai possibili vantaggi.
11. L'amore senza dubbio somiglia un po' all'amicizia; lo si potrebbe definire un'amicizia dissennata. Si ama forse per denaro? Per ambizione o per desiderio di gloria? L'amore di per sé trascura tutto il resto e accende negli animi un desiderio di bellezza e la speranza di un mutuo affetto. Ma come? Da una più onesta causa può nascere un sentimento ignobile?
12. "Ma ora non stiamo discutendo," potresti ribattere, "se l'amicizia si debba ricercare per se stessa." E, invece, è questa la prima cosa da dimostrare, poiché, in tal caso, vi si può accostare chi è autosufficiente. "E come, dunque, ci si accosta ad essa?" Come a un sentimento bellissimo, non per lucro, né per timore dell'instabilità della sorte; se uno stringe amicizia per opportunismo le toglie la sua grandezza.
13. "Il saggio è autosufficiente". I più, caro Lucilio, interpretano male questa espressione: allontanano il saggio da tutto e lo costringono dentro il suo guscio. Bisogna allora chiarire il significato e i limiti di questa frase: il saggio è autosufficiente per vivere felice, non per vivere; a questo scopo gli occorrono, infatti, molti elementi, per vivere felice solo un animo onesto, fiero e noncurante della sorte.
14. Voglio ora indicarti anche la distinzione fatta da Crisippo. Egli dice che il saggio non sente la mancanza di niente e, tuttavia, ha bisogno di molte cose: "Lo sciocco, invece, non ha bisogno di niente, perché non sa servirsi di niente, ma sente la mancanza di tutto." Il saggio ha bisogno delle mani, degli occhi e di molte altre cose indispensabili alle attività di ogni giorno, ma di nessuna sente la mancanza; sentire la mancanza di qualcosa deriva dalla necessità, mentre al saggio niente è necessario.
15. Quindi, per quanto sia autosufficiente, ha bisogno di amici e desidera averne il più possibile, ma non per vivere felice: è felice anche senza amici. Il sommo bene, cioè la felicità, non cerca al di fuori mezzi per realizzarsi; è un bene interiore e nasce tutto da se stesso; diventa schiavo della sorte se ricerca una parte di sé all'esterno.
16. "Quale sarà la vita del saggio se, gettato in carcere o relegato in terra straniera o costretto a una lunga navigazione o sbattuto su una spiaggia deserta, rimane senza amici?" Sarà simile a quella di Giove, quando alla fine del mondo, scomparsi gli dèi in un tutt'uno e cessando per qualche tempo l'ordine naturale delle cose, si riposerà chiuso in sé abbandonandosi ai suoi pensieri. Il saggio fa qualcosa di simile: si ritira in sé, sta solo con se stesso.
17. Finché gli è possibile ordinare le sue faccende a suo piacere, è autosufficiente e prende moglie; è autosufficiente e genera figli; è autosufficiente e tuttavia non potrebbe vivere se dovesse vivere senza nessuno. All'amicizia non lo porta nessun interesse personale, ma una naturale inclinazione; come in altri sentimenti, anche nell'amicizia c'è un'innata attrattiva. Come esiste l'odio per la solitudine e la ricerca di associazione, come la natura lega uomo a uomo, così anche in questo sentimento c'è uno stimolo che ci spinge a ricercare le amicizie.
18. E tuttavia, pur amando molto gli amici, che mette sul suo stesso piano, o che spesso addirittura antepone, il saggio delimiterà in sé ogni bene e ripeterà le parole di quel famoso Stilbone, lo stesso che Epicuro critica nella sua lettera. Costui, dopo la caduta della sua città, in cui aveva perso moglie e figli, uscì da solo, e tuttavia sereno, dall'incendio generale; gli fu chiesto da Demetrio, che ebbe poi il soprannome di Poliorcete per le città da lui distrutte, se avesse perso qualcosa. "Tutti i miei beni," rispose, "li ho con me." Ecco un uomo forte e valoroso! Egli vinse il nemico vincitore.
19. "Non ho perso nulla," disse: e costrinse il nemico a dubitare della propria vittoria. "Tutti i miei beni li ho con me": senso di giustizia, virtù, saggezza e soprattutto l'intelligenza di non ritenere un bene ciò che può essere tolto. Ci meravigliamo vedendo certi animali che attraversano indenni il fuoco; quanto è più ammirevole quest'uomo che uscì illeso e indenne dalle armi, le rovine, le fiamme! Vedi quanto è più facile vincere tutto un popolo che un solo uomo? Sono parole uguali a quelle del filosofo stoico: anch'egli porta i suoi beni intatti attraverso la città in fiamme: è autosufficiente e in questi confini delimita la sua felicità.
20. Non pensare che solo noi pronunciamo nobili parole; lo stesso Epicuro, censore di Stilbone, proferì una frase simile, e tu prendila per buona, anche se per oggi ho già pagato il mio debito: "Se pure è padrone del mondo intero, è un infelice l'uomo che non giudica ingentissimi i propri beni." Oppure, se in questo modo ti sembra espresso meglio (bisogna badare più al significato che alle parole): "Chi non si ritiene molto felice, anche se è padrone del mondo, è un poveretto."
21. Perché tu sappia poi che questo è un concetto comune, appunto perché dettato dalla natura, leggerai nei versi di un poeta comico: Non è felice chi non pensa di esserlo. Che importa qual è il tuo stato, se a te non sembra buono?
22. "E come?" ribatti "se si definirà felice uno vergognosamente ricco e quell'altro, padrone di molti schiavi, ma schiavo di più persone ancora, diventeranno felici per la loro frase?" Non importa quello che dicono, ma quel che pensano, e non quello che pensano un giorno solo, ma quello che pensano sempre. Non temere, poi, che un bene tanto grande tocchi ad un uomo indegno: solo il saggio è contento delle cose sue; gli sciocchi, invece, sono tormentati dal disgusto di se stessi. Stammi bene.
"Nulla è straordinario tranne l'anima e per un'anima grande nulla è grande"
1. "Mi esorti a evitare la folla," scrivi, "e a starmene per conto mio, pago della mia coscienza? Che fine hanno fatto dunque i precetti della vostra filosofia che impongono di essere attivi fino alla morte?" Ma come? Credi che io ti inviti all'inerzia? Io mi sono appartato e ho sbarrato le porte per essere utile a molta gente. Non trascorro mai la giornata in ozio: parte della notte la dedico allo studio; non mi abbandono al sonno, vi soccombo e costringo al lavoro gli occhi che si chiudono stanchi per la veglia.
2. Mi sono allontanato non tanto dagli uomini quanto dagli impegni e prima di tutto dai miei impegni personali: sono al servizio dei posteri. Scrivo cose che possano servire loro; affido alle mie pagine consigli salutari, come se fossero ricette di medicamenti utili; ne ho sperimentata l'efficacia sulle mie ferite che non sono guarite completamente, ma almeno non si sono diffuse.
3. Mostro agli altri la via giusta: io l'ho conosciuta tardi e stanco del lungo errare. Grido: "Evitate tutto ciò che piace al volgo e che viene dal caso; fermatevi sospettosi e pavidi di fronte ad ogni bene fortuito: l'esca alletta fiere e pesci e li inganna. Li credete doni della fortuna? Sono trappole. Chi di voi vuole vivere una vita sicura, eviti il più possibile questi beni vischiosi, che tradiscono, noi, poveri infelici, anche in questo: pensiamo di tenerli in pugno e, invece, ci siamo attaccati.
4. Questa strada ci porta alla rovina; il destino di una persona salita tanto in alto è precipitare. E dopo non si può resistere, quando la prosperità comincia a farci deviare: o si prosegue diritti o si precipita una volta per tutte; la sorte non solo ci travolge, ma ci abbatte e ci cola a picco.
5. Seguite questa sana e salutare regola di vita: concedete al corpo solo quanto basta a mantenerlo in salute. Bisogna trattarlo con una certa durezza perché non disobbedisca alla mente: il cibo deve estinguere la fame, il bere la sete, i vesti devono proteggere dal freddo, la casa difendere dalle intemperie. Non importa se è stata costruita con zolle o con marmo variegato di importazione: sappiate che un tetto di foglie copre bene quanto uno d'oro. Ornamenti e fregi ottenuti grazie a inutili fatiche, disprezzateli tutti; pensate che nulla è straordinario tranne l'anima e per un'anima grande nulla è grande."
6. Dico queste cose a me stesso, le dico ai posteri; e non mi rendo più utile secondo te che se mi presentassi come difensore in giudizio o imprimessi il sigillo ai testamenti o mettessi gesto e voce a servizio di un candidato senatoriale? Credimi, fa di più chi sembra che non faccia niente: si cura nello stesso tempo delle faccende divine e di quelle umane.
7. Ma ormai è tempo di concludere e, come stabilito, devo pagare il mio tributo per questa lettera. Non è farina del mio sacco: ancora una volta saccheggio Epicuro; oggi ho letto queste sue parole: "Consacrati alla filosofia, se vuoi essere veramente libero." Chi si sottomette e si affida a essa, non deve attendere: è libero subito; infatti questo stesso servire la filosofia è libertà.
8. Probabilmente mi chiederai perché io riporti tante belle frasi di Epicuro, invece che quelle degli Stoici: ma perché ritieni di Epicuro queste massime e non patrimonio comune? Quanti poeti esprimono concetti già formulati o che dovrebbero essere formulati dai filosofi! Non menzionerò i tragici e nemmeno le nostre commedie togate, che per la loro gravità sono una via di mezzo fra tragedia e commedia: quanti versi eloquentissimi ci sono nei mimi! Quante frasi di Publilio dovrebbero essere recitate in una tragedia, non in un mimo.
9. Ti citerò un unico suo verso che riguarda la filosofia e l'argomento or ora discusso. Egli sostiene che non dobbiamo considerare nostri i beni fortuiti: Non ci appartiene quanto accade secondo i nostri desideri.
10. Ricordo che anche tu hai espresso lo stesso concetto assai meglio e con maggiore concisione: Non è tuo ciò che la fortuna ha fatto tuo. Ma voglio citare quest'altra tua massima ancora migliore: Un bene che può essere dato, può anche essere tolto. Questo non lo calcolo come pagamento: ti restituisco un bene già tuo. Stammi bene.

(p)Link
Commenti
Storico
Stampa





Feed RSS 0.91
Feed Atom 1.0