Voi non potete rendere il mentale puro. Il mentale stesso è polvere. Voi non potete ripulire la polvere con la polvere.
Immaginate di voler pulire uno specchio polveroso. Dargli ancora polvere, è aggiungerne altra a quella iniziale.
Tutti gli oggetti che vedete attorno a voi sono dei riflessi nello specchio del vostro mentale. Ogni oggetto è polvere.
Gettate lo specchio e non ci sarà più mentale, nessun oggetto, nessuna polvere.
“Non lasciate venire nessun pensiero, qualsiasi sia. Non immaginate nessun pensiero nella vostra mente”. La verità non può essere compresa. Tutto quello che potete comprendere appartiene al passato. Se comprendete qualche cosa, quello non può essere la verità, perché la mente non può mai raggiungerla. Quando si prova a farlo, la mente si perde nel tentativo. Non c’è verità nella mente.
Perché la verità si riveli, la mente deve andarsene. “Illuminazione” è associata alla parola “luminoso”, che è il contrario di “oscuro”.
E’ considerata come la luce che caccia l’oscurità.
Prima di arrivare allo stato d’illuminazione, era in uno stato d’ignoranza. Il che significa che l’illuminazione è venuta dopo e che essa non era presente prima. Se è così, essa s’inscrive nel tempo, e tutto quello che s’inscrive nel tempo non è permanente. In un qualunque momento del futuro, essa sparirà. Quello che si conquista con lo sforzo, prima o poi sparirà.
Questo non è lo stato naturale, cioè essere oltre, che è sempre presente e che non necessita di alcuno sforzo per manifestarsi. Ecco la differenza tra illuminazione e stato naturale.
L’una si raggiunge con il tempo, lo sforzo è permanente, l’altro è sempre presente, naturalmente, senza sforzo.
Ognuno di noi è in questo stato naturale, che ne sia cosciente o meno. Questo stato è sempre presente. Solo l’arroganza impedisce di esserne coscienti.
L’uomo che è oltre sa che tutto si svolge naturalmente da se stesso. Non rivendica niente come appartenente a lui, nemmeno i suoi pensieri. Gli occhi mi aiutano a leggere e la lingua a parlare. Le parole che io pronuncio escono dalla bocca, ma la lingua da sola non parla. Quando avete questa impressione “Io guardo”, o “Io sento” o ancora “Io mi comporto”, il mentale è presente e lo stato naturale è nascosto.
Tutto, compresa la totalità di questo universo, sorge da questa sorgente.
Quando voi la conoscete essendo di questa stessa sorgente, allora, e solamente allora, potete dire che siete oltre.
Se restate semplicemente tranquilli e lasciate le cose venire da sole, scoprirete che è quello che è sempre presente. Non ne siete mai lontano né separato.
Tutto ciò che si compie è compiuto dalla Potenza Suprema che muove ogni cosa. Senza quella non potrei nemmeno alzare la mano. Lasciate questa Potenza Suprema prendersi carico di tutte le vostre azioni.
Inchinatevi davanti a Lei, perché Lei è Suprema. Senza di Lei, il sole non potrebbe levarsi al mattino, né la luna la notte.
Senza di Lei, niente può funzionare, ma nessuno ne ha coscienza.
Hariwansh Lal Poonja
Hariwansh Lal Poonja, ottobre 1910 in Punjab, oggi Pakistan, prima India; settembre 1997 in Lucknow, India
Il suo profondo messaggio ci stimola a trovare la nostra vera natura, in termini sanscriti il Brahman, al di là del corpo, della emozioni e dei pensieri e di tutto l'organismo psico-fisico con cui erroneamente ci identifichiamo. A trovare l'Immutabile oltre il mutevole, l'Eterno oltre il mortale, la Felicità al di là del dolore. Perché questa è la nostra vera natura, che noi siamo già da sempre.
"Della ricchezza gode soprattutto l'uomo che non ne sente affatto il bisogno" 1 Riconosco che è innato in noi l'amore del nostro corpo e riconosco che ne abbiamo la tutela. Non dico che non bisogna averne riguardo, dico che non bisogna esserne schiavi: se uno è schiavo del proprio corpo e teme troppo per esso e fa tutto in sua funzione, sarà schiavo di molti. 2 Comportiamoci non come se dovessimo vivere per il corpo, ma consci che non possiamo vivere senza. Se lo amiamo più del necessario, siamo tormentati dai timori, oppressi dalle preoccupazioni, esposti agli oltraggi. Colui al quale è troppo caro il proprio corpo, tiene in poco conto la virtù. Abbiamone, dunque, la massima cura, tanto, però da essere pronti a gettarlo nel fuoco quando lo richiedano la ragione, la dignità, la lealtà. 3 Nondimeno, per quanto possibile, evitiamo anche i disagi, non solo i pericoli, e mettiamoci al sicuro, pensando di volta in volta come si possano allontanare i casi più temibili. 4 Questi, se non sbaglio, sono di tre tipi: si teme la povertà, le malattie, la violenza dei più forti. Tra tutte queste ad atterrirci maggiormente è la minaccia del potere altrui, poiché si presenta con grande strepito e fragore. I mali naturali cui ho accennato, la povertà e le malattie, si insinuano silenziosamente e non spaventano: non li vediamo, né li sentiamo giungere: il male che ci viene dagli altri, invece, arriva con un grande apparato: ferro, fuoco, catene, branchi di fiere per fare scempio delle vittime. 5 Pensa ora al carcere, alla croce, al cavalletto, all'uncino, al palo ficcato nel corpo fino a uscire dalla bocca, alle membra lacerate dai carri lanciati in direzioni opposte, alla tunica intrisa e intessuta di materiale infiammabile e a tutte le torture che la ferocia umana ha escogitato. 6 Non c'è, perciò, da stupirsi se un male che ha forme diverse e un apparato raccapricciante spaventa tanto. Infatti, come il carnefice ottiene di più se mette in mostra più strumenti di tortura (spesso, è cosa nota, soccombe alla vista uno che al dolore avrebbe resistito), così, tra le sciagure che fiaccano e domano il nostro animo, hanno maggior forza quelle che si presentano con grande esteriorità. Ci sono disgrazie altrettanto gravi, la fame, intendo, la sete, le ulcere interne e la febbre che brucia le viscere, ma sono occulte e prive di minacce evidenti: le altre, invece, sono come le grandi guerre: si vincono con un vistoso spiegamento di forze. 7 Cerchiamo, dunque, di tenerci lontani dai mali. A volte è il popolo che dobbiamo temere; a volte, se in una città vige la norma di prendere in senato la maggior parte delle decisioni, dobbiamo temere i senatori influenti; a volte singoli individui, cui è concesso dal popolo il potere sul popolo. Avere amici tutti costoro sarebbe faticoso: è sufficiente non averli nemici. Perciò il saggio non provocherà mai l'ira dei potenti, anzi la eviterà, come in navigazione si evitano le tempeste. 8 Diretto in Sicilia, hai attraversato lo stretto. Il pilota temerario sfida l'austro minaccioso che sconvolge il mare siciliano e crea pericolosi vortici; non tiene la rotta a sinistra, ma si dirige là dove Cariddi agita il mare. Il pilota più prudente, invece, chiede a chi conosce il posto la direzione delle correnti e quali indicazioni diano le nubi; tiene la rotta lontana da quella zona tristemente famosa per i suoi vortici. Così fa il saggio: evita i potenti che possono nuocergli, badando soprattutto a non darlo a vedere; parte della sicurezza risiede, infatti, nel non aspirarvi apertamente: se uno fugge una cosa, la condanna. 9 Dobbiamo, dunque, vedere in che modo possiamo metterci al sicuro dalla massa. Per prima cosa cerchiamo di non avere i suoi stessi desideri: tra rivali c'è sempre lotta. Inoltre non dobbiamo possedere nulla che procuri un grande guadagno a chi voglia sottrarcelo: porta indosso il minimo indispensabile di beni soggetti a furto. Nessuno versa il sangue di un altro per il gusto di uccidere, o almeno pochi; la maggior parte agisce più per calcolo che per odio. I banditi non assalgono uno che non ha niente con sé: anche in una strada insidiata da malviventi, chi è povero può camminare tranquillo. 10 Inoltre, secondo un vecchio precetto, ci sono tre cose da evitare con cura: l'odio, l'invidia, il disprezzo. Solo la saggezza può mostrarci come realizzare questo intento; è difficile tenere una giusta via di mezzo ed evitare che la nostra paura dell'invidia ci porti a essere disprezzati, e mentre non vogliamo calpestare nessuno, gli altri abbiano l'impressione che possiamo essere calpestati. Per molti fu causa di timore l'essere temuti. Abbandoniamo tutte queste posizioni: il disprezzo altrui nuoce quanto la deferenza. 11 Dobbiamo rifugiarci nella filosofia; questa disciplina ispira un sacro rispetto non solo alle persone oneste, ma anche agli uomini non del tutto malvagi. L'eloquenza forense e qualunque altra cosa possa avere influenza sul popolo, crea avversari: la filosofia, invece, pacifica e presa dalle sue occupazioni, non può essere oggetto di disprezzo, viene anzi tenuta in considerazione in tutte le professioni anche dagli uomini peggiori. Mai la perversità sarà tanto potente, mai si congiurerà a tal punto contro le virtù che il nome della filosofia non rimanga sacro e venerabile; bisogna però occuparsene con serietà e moderazione. 12 "E allora?" ribatti. "Ti sembra che Catone abbia esercitato la filosofia con misura, quando respinse la guerra civile con la forza dei suoi discorsi? Quando intervenne nella lotta dei capi furenti? Quando, mentre alcuni si scagliavano contro Pompeo, altri contro Cesare, egli li attaccò entrambi?" 13 Qualcuno può mettere in discussione se a quel tempo il saggio avrebbe dovuto occuparsi di politica. Che vuoi, Marco Catone? Oramai non è più in gioco la libertà: già da tempo è andata in malora. Il problema è se avrà il potere Cesare o Pompeo: che hai a che fare con questa disputa? Niente. Si sceglie un padrone: che ti importa chi vince? Può anche vincere il migliore, ma chi vincerà non può non essere il peggiore. Ho accennato all'ultimo periodo dell'attività di Catone; ma neppure negli anni precedenti il saggio poteva intervenire in quello scempio dello stato. Che altro poteva fare Catone se non gridare e parlare invano, quando, sollevato di peso dal popolo e coperto di sputi, ora veniva trascinato via dal foro, ora veniva condotto dal senato al carcere? 14 Vedremo in seguito se il saggio debba partecipare alla vita politica: richiamo intanto la tua attenzione su quegli Stoici che, esclusi dagli affari pubblici, si ritirarono a vivere in disparte e a dare agli uomini leggi al riparo dalla violenza dei potenti. Il saggio non porterà scompiglio nella moralità pubblica, e non attirerà il popolo a sé vivendo in maniera singolare. 15 "E allora? Sarà completamente al sicuro chi seguirà questo modello di vita?" Non posso garantirtelo, come a un uomo temperante non posso garantire la salute, pur essendo la temperanza una valida premessa al benessere fisico. Qualche nave naufraga addirittura in porto: pensa a che cosa può accadere in mezzo al mare! Quanto maggiore sarebbe il pericolo per chi ha molte attività e si dà da fare, se neppure vivendo appartati si è al sicuro? Talora vanno a morte gli innocenti (chi lo nega?), ma più spesso i colpevoli. Se un soldato è stato colpito attraverso l'armatura non è detto che non sappia combattere. 16 Il saggio, infine, in ogni cosa guarda al proposito, non all'esito; cominciare dipende da noi, del risultato, invece, decide la sorte e io non le riconosco il diritto di giudicarmi. "Ma farà nascere contrattempi, avversità." Chi è colpevole non condanna. 17 E ora tendi la mano per il dono giornaliero. Te la riempirò d'oro, e poiché si è fatto cenno all'oro, senti in che modo puoi usarlo e goderne con maggiore soddisfazione. "Della ricchezza gode soprattutto l'uomo che non ne sente affatto il bisogno." "Dimmene l'autore" dici. Perché tu sappia quanto sono generoso, mi sono proposto di lodare le sentenze altrui: si tratta di Epicuro o di Metrodoro o di qualche altro filosofo di quella scuola. 18 E che importa chi l'ha detto? L'ha detto per tutti. Se uno sente il bisogno della ricchezza, teme di perderla; ma nessuno può godere di un bene che gli dà preoccupazione. Cerca il modo di accrescerla; e mentre pensa a incrementarla, dimentica di farne uso. Fa i conti, passa tutto il suo tempo nel foro, consulta il libro dei crediti: da padrone diventa amministratore. Stammi bene.
Dio è taoista?
di Raymond M. Smullyan
Mortale: Perciò, o Dio, io ti prego, se hai un briciolo di pietà per questa tua creatura sofferente, liberami dal dover avere il libro arbitrio!
Dio: Tu rifiuti il dono più grande che io ti abbia fatto?
Mortale: Come puoi chiamare dono ciò che mi è stato imposto? Io ho il libero arbitrio, ma non per mia scelta. Non ho mai scelto liberamente di avere il libro arbitrio. Devo avere il libro arbitrio, che mi piaccia o no!
Dio: Perché vorresti non averlo?
Mortale: Perché il libero arbitrio significa responsabilità morale e la responsabilità morale è un peso che non posso sopportare!
Dio: Perché trovi così insopportabile la responsabilità morale?
Mortale: Perché? A dire la verità non so spiegarne il perché; so soltanto che è così.
Dio: D'accordo, in tal caso supponiamo che io ti assolva da ogni responsabilità morale, ma ti lasci il tuo libero arbitrio. Questo ti andrebbe?
Mortale (dopo una pausa): No, temo di no.
Dio: Ah, proprio come pensavo! Dunque la responsabilità morale non è l'unico aspetto del libero arbitrio che non ti va. Che cos'altro ti disturba del libero arbitrio?
Mortale: Col libero arbitrio io sono in grado di peccare e io non voglio peccare!
Dio: Se non vuoi peccare, perché pecchi?
Mortale: Buon Dio! Non lo so perché pecco: pecco e basta! Vengono le tentazioni, e per quanto mi sforzi non riesco a resistere.
Dio: Se è proprio vero che non riesci a resistere alle tentazioni, allora non pecchi per tua libera scelta, e quindi (almeno secondo me) non pecchi affatto.
Mortale: No, no! Non posso fare a meno di pensare che se solo mi sforzassi di più potrei evitare il peccato. Mi risulta che la volontà è infinita. Se uno con tutto il cuore non vuole peccare, non pecca.
Dio: E dunque dovresti saperlo. Ti sforzi al massimo per non peccare, oppure no?
Mortale: Sul serio, non lo so! Al momento sento di fare tutti gli sforzi di cui sono capace ma poi, quando ci ripenso, mi tormenta l'idea che forse non li ho fatti.
Dio: In altre parole, insomma, non sai se hai peccato oppure no. Non si può quindi escludere la possibilità che tu non abbia peccato affatto!
Mortale: Certo che questa possibilità non è esclusa, ma forse ho peccato ed è questo pensiero che mi fa paura!
Dio: Perché ti fa tanta paura il pensiero di aver peccato?
Mortale: Non lo so perché! Intanto, tu hai una certa fama d'infliggere castighi piuttosto atroci nell'aldilà!
Dio: Ah, è questo che ti turba! Perché non l'hai detto subito, invece di menare il can per l'aia tirando in ballo il libero arbitrio e la responsabilità? Perché non hai semplicemente chiesto di non punirti per nessuno dei tuoi peccati?
Mortale: Sono abbastanza realista, credo, da sapere che tu non acconsentiresti a questa richiesta!
Dio: Ma davvero! Tu sai realisticamente a quali richieste io accontento, eh? Bene, ecco che cosa farò: ti concedo una dispensa specialissima di peccare quanto ti piace e ti do la mia divina parola d'onore che non ti punirò neanche un poco. D'accordo?
Mortale (spaventatissimo): No, no, non farlo!
Dio: Perché no? Non ti fidi della mia divina parola?
Mortale: Certo che mi fido! Ma non capisci, io non voglio peccare! Aborrisco il peccato con tutto me stesso, indipendentemente dai castighi che può procurarmi.
Dio: In tal caso farò qualcosa di meglio. Eliminerò il tuo orrore per il peccato. Ecco una pillola magica! Inghiottila e non avrai più alcun orrore per il peccato. Potrai peccare allegramente in lungo e in largo senza provare rimorsi, senza provare orrore, e ti prometto nuovamente che non sarai mai punito né da me né da qualunque altro ente. Sarai felice e beato per tutta l'eternità. Ecco qua la pillola!
Mortale: No, no!
Dio: Non ti stai comportando in modo irrazionale? Voglio addirittura eliminare l'orrore che hai del peccato, che è il tuo ultimo ostacolo.
Mortale: Non la voglio prendere lo stesso!
Dio: Perché no?
Mortale: Io credo che la pillola eliminerà sì il mio orrore futuro per il peccato, ma l'orrore che ne ho adesso è sufficiente a togliermi la volontà di prenderla.
Dio: Ti ordino di prenderla!
Mortale: Mi rifiuto di farlo!
Dio: Come? Rifiuti di tua volontà, di tuo libero arbitrio?
Mortale: Sì!
Dio: Allora il tuo libero arbitrio si direbbe ti faccia piuttosto comodo, no?
Mortale: Non capisco!
Dio: Non sei contento ora di avere il libero arbitrio che ti permette di rifiutare un'offerta così spaventosa? Che ne diresti se ti obbligassi a prendere questa pillola, volente o nolente?
Mortale: No, no! Ti prego, non farlo!
Dio: Naturale che non lo farò; sto soltanto cercando di farti capire. Va bene, mettiamola così: invece di obbligarti a prendere la pillola, supponiamo che io esaudisca la tua preghiera iniziale di toglierti il libero arbitrio, ma ti dica anche che nel momento in cui non sarai più libero prenderai la pillola?
Mortale: Una volta scomparsa la mia volontà, come farei a decidere di prendere la pillola?
Dio: Non ho detto che tu decideresti; ho detto soltanto che la prenderesti. Agiresti, diciamo, in conformità a leggi puramente deterministiche, le quali, di fatto, te la farebbero prendere.
Mortale: Rifiuto lo stesso.
Dio: Dunque rifiuti la mia offerta di toglierti il libero arbitrio. Siamo un po' lontani dalla tua preghiera iniziale, non ti sembra?
Mortale: Adesso ho capito dove vuoi arrivare. Il tuo argomento è ingegnoso, ma non sono sicuro che sia proprio giusto. Ci sono alcuni punti che dovremo riesaminare.
Dio: Ma certo.
Mortale: Ci sono due cose che hai detto che mi sembrano contraddittorie. Prima hai detto che non si può peccare se non lo si fa col libero arbitrio. Ma poi hai detto che mi avresti dato una pillola che mi avrebbe privato del libero arbitrio, così da permettermi di peccare a mio piacimento. Ma se non avessi più il mio libero arbitrio, come potrei, secondo la tua prima asserzione, essere in grado di peccare?
Dio: Stai confondendo due parti distinte della nostra conversazione. Io non ho mai detto che la pillola ti priverebbe del libero arbitrio, ma solo che eliminerebbe il tuo orrore per il peccato.
Mortale: Non credo proprio di capire.
Dio: E va bene. Ricominciamo daccapo. Supponiamo che io accetti di toglierti il libero arbitrio, ma mettendo bene in chiaro che dopo tu compirai un numero enorme di azione che tu ora consideri peccaminose. Da un punto di vista tecnico, in tal caso non peccherai, poiché non compirai quelle azioni di tuo libero arbitrio. E quelle azioni non comporteranno alcuna responsabilità morale, alcune colpevolezza morale, o alcun qualsivoglia castigo. Nondimeno saranno tutte quelle azioni del tipo che tu ora consideri peccati, avranno tutte questa qualità che ora t'ispira orrore; ma il tuo orrore scomparirà, perciò, allora, non proverai orrore per quelle azioni.
Mortale: No, però ne provo orrore ora e questo orrore di adesso è sufficiente a farmi rifiutare la tua proposta.
Dio: Hmm! Fammi capire bene: tu non vuoi più che io ti tolga il libero arbitrio.
Mortale (con riluttanza): No, credo di no.
Dio: D'accordo, acconsento di non togliertelo. Ma ancora non mi è del tutto chiaro perché tu non vuoi più sbarazzarti del tuo libero arbitrio. Dimmelo di nuovo, per favore.
Mortale: Perché, come mi hai detto tu, senza libero arbitrio peccherei ancora più di adesso.
Dio: Ma ti ho già detto che senza libero arbitrio non puoi peccare.
Mortale: Ma se ora decido di sbarazzarmi del libero arbitrio, tutte le cattive azioni che commetterò in seguito saranno peccato, non del futuro, bensì del momento presente, in cui decido di non avere il libero arbitrio.
Dio: Mi sembri proprio intrappolato!
Mortale: Certo che sono intrappolato! Mi hai cacciato in un orribile doppio vincolo! Qualunque cosa faccia è sbagliata: se mi tengo il libero arbitrio continuo a peccare e se lo abbandono (col tuo aiuto, naturalmente) pecco in questo momento, nell'atto di abbandonarlo.
Dio: Ma anche tu cacci me in un doppio vincolo. io sono disposto a lasciarti o a toglierti il libero arbitrio, come preferisci, ma nessuna delle due alternative ti soddisfa. Desidero aiutarti, ma a quanto pare non mi è possibile.
Mortale: È vero!
Dio: Ma dal momento che non è colpa mia, perché sei lo stesso in collera con me?
Mortale: Perché sei stato tu a cacciarmi in questo orribile dilemma.
Dio: Ma, a sentir te, non avrei potuto fare niente che andasse bene.
Mortale: Niente che vada bene ora, vorrai dire, ma ciò non significa che non avresti potuto fare qualcosa prima.
Dio: Perché? Che cos'avrei potuto fare?
Mortale: È chiaro: non avresti mai dovuto darmi il libro arbitrio. Ora che me l'hai dato, è troppo tardi: qualunque cosa io faccia è sbagliata. Ma tu non avresti mai dovuto darmelo.
Dio: Ah, ecco! E perché sarebbe stato meglio se non te l'avessi mai dato?
Mortale: Perché allora non sarei mai stato in grado di peccare.
Dio: Ah sì? Be’, sono sempre pronto a imparare qualcosa dai miei errori.
Mortale: Come!?
Dio: Lo so, suona un po' autoblasfemo. Racchiude quasi un paradosso logico! Da un lato, come ti hanno insegnato, è moralmente sbagliato per un essere senziente sostenere che io sia in grado di sbagliare. Dall'altro, io ho il diritto di fare qualunque cosa. Ma anch'io sono un essere senziente. Dunque la questione è: ho o non ho il diritto di sostenere di essere in grado di sbagliare?
Mortale: Questa è una battuta di cattivo gusto! Intanto, una delle tue premesse è falsa. Non mi è stato insegnato che un essere senziente sbaglia se mette in dubbio la tua onniscienza, ma solo che sbaglia un mortale. Ma poiché tu non sei mortale, sei ovviamente esente da questo obbligo.
Dio: Bene, quindi a livello razionale questo lo capisci. Eppure mi sei sembrato scosso quando ho detto: “Sono sempre pronto a imparare dai miei errori”.
(continua...)
La Consapevolezza Contemplativa
Di 1pensiero (del 03/06/2008 @ 10:25:19, in Unpensiero, linkato 302 volte)Può rappresentare un limite non riuscire a comprendere il valore che ha in sé la propria esperienza interiore. Uno dei motivi che causa questo mancato riconoscimento è la distrazione costante e, talvolta, cosciente dalla consapevolezza contemplativa. Nessuno (o pochi) ha più tempo per contemplare. In genere, la contemplazione è ritenuta una perdita di tempo. Invece, in essa ha luogo la Conoscenza di tutto quello che, per vari motivi, sfugge ai sensi. Ma c’è dell’altro.
L’azione intima e minima del contemplare può metterci in contatto con quell’Io, che diffusamente è denominato Superiore o Autentico, che non contempla le controversie, i sensi di inadeguatezza e di inferiorità, i paragoni, i giudizi, e via dicendo. Quando, invece, proviamo queste emozioni vuol dire che siamo a costante contatto con l’Ego. La sofferenza interiore può esistere se l’Ego è autorevole; e quanto è più autorevole tanto più si è inquieti. Pertanto, chiunque può valutare la propria esistenza dal livello di tribolazione, per attribuire così la grandezza, o meno, al proprio Ego.
Dunque, pochissime persone hanno conosciuto il Potere fruibile che esiste dentro la consapevolezza contemplativa. Si può contemplare, al fine di unificarsi con l’Anima Mundi, camminando nudi dentro un dipinto, uno scenario della natura, un filo d’erba, un libro, un pensiero, uno sguardo, un profumo, un riflesso, un’onda. E coloro che s’inoltreranno in questo spazio infinito non si stupiscano se sentiranno la pelle anche dell'anima attraversata, oltre che dalla libera energia, dall’intento.
Ma questo mondo abituato com'è alla confusione preferisce l'illusione dorata - ma non d'oro - che viene della distrazione che, per natura, esiste solo nel superfluo e nell'esteriore.
http://1pensiero.splinder.com/
Edward Bach nacque a Mosley, un piccolo villaggio del Galles, nei pressi di Birmingham, il 24 settembre del 1886. Suo padre gestiva una fonderia di ottone. Era un bambino dalla costituzione piuttosto debole, con una grande passione per il sapere e una profonda compassione per il prossimo. Trascorse la sua giovinezza a stretto contatto con la natura, preferendola talvolta alla compagnia degli stessi coetanei.
Dal 1903 al 1906 Bach lavorò nella fonderia del padre come apprendista, dove ebbe modo di osservare le diverse malattie degli operai della fabbrica, che non potevano permettersi un'assistenza medica, e i conflitti dell'anima che ne derivavano. Il desiderio di poter fare qualcosa di utile per gli altri lo faceva sognare una medicina a misura d'uomo, basata su rimedi semplici e alla portata di tutti. Tuttavia per un certo periodo fu molto combattuto se indirizzarsi verso la teologia o la medicina.
Tra il 1906 e il 1912 Bach studiò a Birmingham e Londra. La sua carriera di medico cominciò in modo canonico e si concluse con la laurea in medicina conseguita a Londra nel 1912. Fu dapprima direttore del pronto soccorso dell'University College Hospital, per poi diventare assistente nel reparto di batteriologia e immunologia. In quegli anni ebbe modo di individuare la relazione tra la presenza nell'intestino umano di specifici ceppi batterici e la comparsa di malattie croniche. Riuscì quindi a ricavare da ogni ceppo un vaccino.
Lavorando in ospedale si rese conto di come la medicina tradizionale considerasse i pazienti più come portatori di dolori e malattie da debellare che come esseri umani bisognosi di cure. Per questo motivo, seguendo la sua vocazione per la ricerca della causa primaria generatrice della malattia, lasciò il lavoro ospedaliero per dedicarsi all'immunologia.
Nel 1917, a trent'anni, mentre la sua carriera decolla, gli viene diagnosticato un tumore alla milza con metastasi. Le conclusioni dei suoi colleghi sono gravi: tre mesi di vita! Bach riesce a reagire e si dedica anima e corpo alla ricerca, desideroso di lasciare qualcosa di utile all'umanità. Questa attitudine produce il "miracolo della guarigione". Passano i tre mesi e non solo lui era ancora vivo, ma l'esperienza della malattia l'aveva reso più tenace nel perseguimento del suo intento. Più tardi, forse grazie anche a questa esperienza, arriverà alla conclusione che "non vi è vera guarigione senza la pace dell'anima e la gioia interiore".
Sosterrà da quel momento che la malattia nasce dal conflitto che può scatenarsi quando la personalità non vive in armonia con il proprio essere (anima) e genera uno squilibro nel campo energetico dell’individuo, da interpretarsi come un campanello d’allarme che segnala la necessità d’intervenire per riportare il sistema all'equilibrio, evitando che si arrivi al collasso del sistema organico-emozionale.
Tra il 1918 e il 1922 lavora all'Homeopathic Hospital di Londra, dove viene a conoscenza dell'"Organon", l'imponente opera fondamentale di Samuel Hahnemann, studia l'omeopatia e si sente vicino al suo fondatore, poiché entrambi sono desiderosi di prendersi cura del paziente piuttosto che della malattia. Anche Hahnemann, come Bach, mette in relazione le malattie croniche con l'intossicazione intestinale, curandole non con batteri (come faceva Bach a quel tempo) ma con sostanze vegetali, minerali o animali ad alte diluizioni.
Studiando la relazione esistente tra le malattie croniche e l'atteggiamento nei confronti della vita, Bach divide i batteri che causano le malattie in sette gruppi ai quali collega determinate caratteristiche personali. Inizialmente suppone che ogni malattia produca un certo stato d'animo, ma poi arriva alla conclusione opposta, e cioè che un certo stato d'animo produce un determinato tipo di malattia. Arriva a sostenere che non sia necessario preoccuparsi della manifestazione patologica in quanto tale di una malattia, bensì dell'alterazione primigenia, psicologica, emozionale che, in un più o meno breve lasso di tempo, avrebbe dato luogo alla malattia (n.d.r. ecco perché, per fare un esempio, un infarto del miocardio o un'ulcera duodenale, possono essere affrontati con la medesima composizione terapeutica floreale purché la causa della malattia sia la stessa, ad esempio uno shock affettivo recente. Parimenti, due pazienti, entrambi affetti da infarto del miocardio, possono richiedere anche una terapia differente, purché differente sia il momento eziologico, ad esempio un grave stato ansioso piuttosto che una paura improvvisa).
Bach cerca di applicare quanto appreso alle sue scoperte precedenti e, interpretando i suoi lavori di ricerca batteriologica in chiave omeopatica, introduce 7 nuovi importanti nosodi, vaccini da utilizzare per via orale, con i quali ottiene molti successi. In sostanza, classifica i numerosi batteri intestinali in gruppi, a seconda della loro azione fermentativa; ricava cosi sette gruppi di nosodi conosciuti come "i nosodi di Bach":
Bacterius proteus
Bacterius dysentery
Bacterius Morgan
Bacterius Faekals alkalagenes
Bacterius Coli mutabile
Bacterius Gaertner
Bacterius Nº 7
La sua popolarità aumenta e, mentre continua gli studi, i suoi nosodi spopolano. Da buon ricercatore, comunque, continua a sperimentare e scopre che anche questi hanno dei limiti. Nella ricerca di una valida alternativa ai batteri, si accorge dell'energia curatrice di alcune piante ed erbe.
Tra il 1920 e il 1928 Bach apre un laboratorio a Crescent Park, uno studio in Harley Street e un consultorio per gli indigenti a Nottingham Palace. Sono gli anni in cui, grazie alla collaborazione con diversi omeopati, si presenta finalmente al pubblico con numerose pubblicazioni. Ma il suo desiderio maggiore è quello di continuare a scoprire sempre nuovi rimedi puri. Individua diverse piante la cui frequenza vibrazionale è simile a quella dei nosodi, che però non rispettano il principio della polarità. Le piante trattate omeopaticamente hanno infatti una polarità positiva, mentre la polarità dei nosodi attivi derivati dall'intestino è negativa. Egli cerca di neutralizzarne la polarità attraverso un trattamento di potenziamento.
Sempre in questi anni, Bach elabora anche la cosiddetta "sintomatologia dell'animo" del paziente, basata sulla corrispondenza tra ogni gruppo di batteri e precise tipologie caratteriali e psicologiche.
Per approfondire e verificare questa sua intuizione, nel 1930, quando ormai ha raggiunto l'apice della carriera medica, Bach decide spontaneamente di chiudere lo studio londinese e di vendere il laboratorio. Torna nel Galles e, passeggiando per le campagne, raccoglie i primi due rimedi floreali, Mimulus e Impatiens, sperimentandoli sotto forma di nosodi. Si rende subito conto che questi rimedi funzionano solo su alcuni soggetti: Mimulus su soggetti timidi, silenziosi, con paure concrete e definite, Impatiens su soggetti veloci, solitari e impazienti (in entrambi i casi, si può osservare la similitudine tra persona e pianta). Dati i risultati eccezionali, decide di dedicarsi completamente alla ricerca, allo studio e alla sperimentazione dei fiori. Si stabilisce definitivamente nel Galles, abbandonando fama e successo e suscitando critiche e derisioni nei suoi colleghi, che non comprendono l'abbandono del certo per l'incerto.
Lavora passeggiando nelle campagne e nei boschi, in compagnia della sua assistente Nora Weeks, "ascoltando" l'energia dei fiori in cui s'imbatte, per comprendere a quali soggetti corrispondano e a quali squilibri siano abbinati.
Questa volta, per la sua ricerca, non utilizza più gli strumenti tradizionali (microscopio, esami di laboratorio, eccetera), ma se stesso, il proprio intuito e la propria sensibilità. Elabora, inoltre, il metodo di preparazione detto "del sole", che permette di risolvere la questione della polarità. Bach riuscì a percepire le capacità vibratorie dei fiori, notando una maggior energia nelle piante cresciute al sole rispetto a quelle cresciute in zone ombrose; notò inoltre che la rugiada contenuta nei fiori aveva le stesse proprietà vibrazionali del fiore stesso. Bach iniziò così a preparare i suoi rimedi con l'aiuto dei quattro elementi:
· TERRA e ARIA per portare la pianta a maturazione;
· SOLE per liberare le virtù guaritrici dall'involucro vegetale;
· ACQUA per trattenere le vibrazioni e trasmetterle al paziente.
I nuovi rimedi floreali sono sperimentati dai suoi vecchi colleghi, che lo incoraggiano a proseguire nel lavoro di ricerca, e naturalmente dallo stesso Bach, il quale, durante il periodo invernale, tratta gratuitamente alcuni pazienti. Insorgono, tuttavia, parecchie difficoltà e, a ogni sua scoperta, l'ordine dei medici lo minaccia di espulsione; esasperato, rinuncia all'iscrizione all'ordine e al titolo di medico, sostenendo che preferisce essere chiamato "guaritore". Regala a due grandi farmacie londinesi le tinture madri, purché si impegnino ad offrire i rimedi al pubblico a prezzi stracciati.
Nel 1932 completa lo studio di dodici fiori che corrispondono ai dodici stati d'animo da lui isolati, che chiama "I dodici guaritori": Mimulus, Impatiens, Centaury, Clematis, Rock Rose, Gentian, Chicory, Vervain, Water Violet, Agrimony, Cerato, Scleranthus.
Dal 1932 al 1935 scopre gli altri ventisei rimedi, completando quindi il suo lavoro. Convinto di aver ultimato il suo sistema e di aver così concluso l'opera, decide di tenere una serie di conferenze per permettere a un pubblico un po' più vasto di venire a conoscenza della nuova terapia e delle sue scoperte. La sera del suo cinquantesimo compleanno, a Wallingford, egli tiene la sua prima conferenza. Il 27 novembre 1936 la sua anima lo lascia durante il sonno: muore per ischemia cardiaca, dopo essere sopravvissuto per 19 anni al cancro.
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"La malattia non è un crudeltà e nemmeno un castigo, ma unicamente un correttivo: lo strumento di cui si serve la nostra Anima (l'Io Superiore) per indicarci i nostri errori, per impedirci di commetterne altri, combinando così nuovi guai, e per riportarci sulla via della Verità e della Luce, dalla quale non avremmo mai dovuto allontanarci" (E. Bach).
Secondo la visione di Bach, una vera terapia deve sciogliere quei nodi e quelle barriere mentali che ingabbiano lo spirito in errati (e dolorosi) atteggiamenti, per espandere, quindi, la sua capacità di vedere e comprendere la realtà delle cose, i propri bisogni e i propri scopi reali. Una vera terapia deve tendere a liberare l'uomo dall'errore di valutazione in cui si sia impantanato e dall'illusione di sentirsi solo in un mondo ostile. Non c'è vera guarigione senza una modificazione profonda dell'animo del sofferente, senza una sua crescita interiore, senza un rinnovamento del suo modo di vedere e di sentire: solo in seguito a queste trasformazioni i sintomi diventano inutili e la malattia scompare.
Suggerimenti di guarigione (Edward Bach)
Non colpevolizzare l'errore.
* Non sopprimere il difetto e non lottare contro di esso ma coltivare la virtù opposta, che è la stessa energia purificata e sublimata. Non sopprimere il difetto e non lottare contro di esso ma coltivare la virtù opposta, che è la stessa energia purificata e sublimata.
Sviluppare amore per l'umanità.
* Provare compassione e simpatia per ogni simile: l'Amore è il grande Guaritore che ogni uomo può attivare nelle profondità del suo Cuore, di cui il Cristo è il massimo Archetipo.
Scegliere la libertà.
* Scegliere la via che conduce a seguire i dettami della propria Anima e la strada del proprio destino, imparando a non temere nessuno e ad impedire agli altri di distoglierci e di ostacolare la nostra evoluzione.
Coltivare la più grande umiltà.
* Riflettere che anche la personalità più potente è niente in se stessa, ed è incapace di resistere alla potenza delle tenebre senza l'assistenza della Luce dell'Anima.
Non arretrare di fronte all'esperienza.
* Non perdere occasioni per mancanza di decisione e di volontà, o per preconcetti mentali che ostacolano l'acquisizione e la rivelazione di una più ampia Verità.
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Edward Bach
Opere Complete
Per l'antica scuola ermetica, la Sorgente del tutto è la Sostanza Madre dalla quale sgorgano tutti i tipi di materia e tutti i tipi di luce.
Per la fisica odierna l'origine di tutti i tipi di materia e tutti i tipi di luce è la Forza di Higgs.
I suoi messaggeri sono i bosoni di Higgs.
Se la Sostanza Madre coincide con la Forza di Higgs, si può spiegare perché:
- siamo cittadini cosmici immortali, "rivestiti" da un involucro mortale;
- siamo tutti Uno, parte di un Universo Organico Eterno;
- osserviamo solo una Matrix, una delle tante possibili;
- possiamo partecipare anche ad altri mondi;
- la "distanza" dalla Sorgente è la propria paura;
- la coscienza è l'unità con la propria vera identità.
La Sostanza è l'UNITA' COSMICA, Origine femminile.
Dalla Sostanza Madre discende anche la materia ordinaria che compone, tra l'altro, i corpi umani. Non siamo, quindi, separati, bensì parte del tutto. Per Giordano Bruno la materia ordinaria è "lo stato secco, composto da atomi", cioè la fase solida della Sostanza, ovvero l'Elemento TERRA (ELEMENTI).
La Sostanza Madre dimostra che la divisione non esiste, ma è un auto inganno della mente umana.

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