Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 

Le basi umane della morale

Di Admin (del 28/01/2008 @ 05:03:23, in Albert Einstein , linkato 151 volte)

Al contrario, il sapiente e compenetrato dal senso della causalità per tutto ciò che avviene.
Per lui l'avvenire non comporta una minore decisione e un minore impegno del passato; la morale non ha nulla di divino, e una questione puramente umana.
La sua religiosità consiste nell'ammirazione estasiata delle leggi della natura; gli si rivela una mente cosi superiore che tutta l'intelligenza messa dagli uomini nei loro pensieri non è al cospetto di essa che un riflesso assolutamente nullo.
Questo sentimento è il leit-motiv della vita e degli sforzi dello scienziato nella misura in cui può affrancarsi dalla tirannia dei suoi egoistici desideri.
Indubbiamente questo sentimento è parente assai prossimo di quello che hanno provato le menti creatrici religiose di tutti i tempi.
Tutto ciò che è fatto è immaginato dagli uomini serve a soddisfare i loro bisogni e a placare i loro dolori. Bisogna sempre tener presente allo spirito questa verità se si vogliono comprendere i movimenti intellettuali e il loro sviluppo perché i sentimenti e le aspirazioni sono i motori di ogni sforzo e di ogni creazione umana, per quanto sublime possa apparire questa creazione.
Quali sono dunque i bisogni e i sentimenti che hanno portato l'uomo all'idea e alla fede, nel significato più esteso di queste parole?
Se riflettiamo a questa domanda vediamo subito che all'origine del pensiero e della vita religiosa si trovano i sentimenti più diversi.
Nell'uomo primitivo e in primo luogo la paura che suscita l'idea religiosa; paura della fame, delle bestie feroci, delle malattie, della morte.
Siccome, in questo stato inferiore, le idee sulle relazioni causali sono di regola assai limitate, lo spirito umano immagina esseri più o meno analoghi a noi dalla cui volontà e dalla cui azione dipendono gli eventi avversi e temibili e crede di poter disporre favorevolmente di questi esseri con azioni e offerte, le quali, secondo la fede tramandata di tempo in tempo, devono placarli e renderli benigni.
E in questo senso io chiamo questa religione la religione del terrore; la quale, se non creata, è stata almeno rafforzata e resa stabile dal formarsi di una casta sacerdotale particolare che si dice intermediaria fra questi esseri temuti e il popolo e fonda su questo privilegio la sua posizione dominante.
Spesso il re o il capo dello stato, che trae la sua autorità da altri fattori, o anche da una classe privilegiata, unisce alla sua sovranità le funzioni sacerdotali per dare maggior fermezza al regime esistente; oppure si determina una comunanza d'interessi fra la casta che detiene il potere politico e la casta sacerdotale.
C'e un'altra origine dell'organizzazione religiosa: i sentimenti sociali.
Il padre e la madre capi delle grandi comunità umane, sono mortali e fallibili.
L'aspirazione ardente all'amore, al sostegno, alla guida, genera l'idea divina sociale e morale.
E' il Dio-Provvidenza che protegge, fa agire, ricompensa e punisce.
E' quel Dio che, secondo l'orizzonte dell'uomo, ama e incoraggia la vita della tribù, l'umanità e la vita stessa; quel Dio consolatore nelle sciagure e nelle speranze deluse, protettore delle anime dei trapassati.
Tale è l'idea di Dio considerata sotto l'aspetto morale e sociale.
Nelle Sacre Scritture del popolo ebreo si può seguire bene l'evoluzione della religione del terrore in religione morale che poi continua nel Nuovo Testamento.
Le religioni di tutti i popoli civili, e in particolare anche dei popoli orientali, sono essenzialmente religioni morali.
Il passaggio dalla religione-terrore alla religione morale costituisce un progresso importante nella vita dei popoli.
Bisogna guardarsi dal pregiudizio che consiste nel credere che le religioni delle razze primitive sono unicamente religioni-terrore e quelle dei popoli civili unicamente religioni morali.
Ogni religione è in fondo un miscuglio dell'una e dell'altra con una percentuale maggiore tuttavia di religione morale nei gradi più elevati della vita sociale.

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Religiositą cosmica

Di Admin (del 27/01/2008 @ 05:02:15, in Albert Einstein , linkato 260 volte)

La più bella sensazione è il lato rnisterioso della vita.
E' il sentimento profondo che si trova sempre nella culla dell'arte e della scienza pura.
Chi non è più in grado di provare né stupore né sorpresa è per cosi dire morto; i suoi occhi sono spenti.
L'impressione del misterioso, sia pure misto a timore, ha suscitato, tra l'altro, la religione.
Sapere che esiste qualcosa di impenetrabile, conoscere le manifestazioni dell'intelletto più profondo e della bellezza più luminosa, che sono accessibili alla nostra ragione solo nelle forme più primitive, questa conoscenza e questo sentimento, ecco la vera devozione: in questo senso, e soltanto in questo senso, io sono fra gli uomini più profondamente religiosi.
Non posso immaginarmi un Dio che ricompensa e che punisce l'oggetto della sua creazione, un Dio che soprattutto esercita la sua volontà nello stesso modo con cui l'esercitiamo su noi stessi.
Non voglio e non possono figurarmi un individuo che sopravviva alla sua morte corporale: quante anime deboli, per paura e per egoismo ridicolo, si nutrono di simili idee.
Mi basta sentire il mistero dell'eternità della vita, avere la coscienza e l'intuizione di ciò che è, lottare attivamente per afferrare una particella, anche piccolissima, dell'intelligenza che si manifesta nella natura.
Difficilmente troverete uno spirito profondo nell' indagine scientifica senza una sua caratteristica religiosità.
Ma questa religiosità si distingue da quella dell'uomo semplice: per quest'ultimo Dio è un essere da cui spera protezione e di cui teme il castigo, un essere col quale corrono, in una certa misura, relazioni personali per quanto rispettose esse siano: e un sentimento elevato della stessa natura dei rapporti fra figlio e padre.

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Il Significato della vita

Di Admin (del 26/01/2008 @ 05:00:08, in Albert Einstein , linkato 143 volte)

Qual e il senso della nostra esistenza, qual e il significato dell'esistenza di tutti gli esseri viventi in generale?
Il saper rispondere a una siffatta domanda significa avere sentimenti religiosi.
Voi direte: ma ha dunque un senso porre questa domanda.
Io vi rispondo: chiunque crede che la sua propria vita e quella dei suoi simili sia priva di significato é non soltanto infelice, ma appena capace di vivere.

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Canto sulla conoscenza del Brahman (Shankara)

Di Admin (del 25/01/2008 @ 00:05:25, in Induismo, linkato 183 volte)

"La mia essenza è la pura Coscienza, che si diletta solo del Sé. La mia natura è l’assoluta Beatitudine; sono l’Essere indeperibile, immortale".

Brahmajnanavali

1. Non ho legami, non ho legami, non ho legami – questo più volte io dico. La mia natura è Esistenza, Coscienza e Beatitudine; sono l’Essere indeperibile, immortale.

2. Sono eterno, puro, libero e senza forma. La mia natura è l’eterna, perfetta Beatitudine; sono l’Essere indeperibile, immortale.

3. Sono al di là del tempo, delle forme, delle distinzioni e dei mutamenti. La mia natura è la suprema Beatitudine; sono l’Essere indeperibile, immortale.

4. La mia essenza è la pura Coscienza, che si diletta solo del Sé. La mia natura è l’assoluta Beatitudine; sono l’Essere indeperibile, immortale.

5. La mia essenza è Coscienza interiore; io dimoro nella Pace perfetta, al di là della forza creatrice. La mia natura è l’incessante Beatitudine; sono l’Essere indeperibile, immortale.

6. Sono il Sé supremo al di là dei principi originari; sono la propizia Realtà al di là dei cakra. Sono la Luce suprema al di là di Maya; sono l’Essere indeperibile, immortale.

7. La mia forma è la pura, immutabile Coscienza al di là dei nomi e delle forme. La mia natura è la felicità essenziale; sono l’Essere indeperibile, immortale.

8. Tutto ciò che è creato da Maya – come il corpo e così via – per me è irreale come un miraggio. La mia essenza è lo splendore dell’unica Luce; sono l’Essere indeperibile, immortale.

9. Al di là dei guna, sono il Testimone di Brahma e di tutti gli déi. La mia essenza è l’infinita Beatitudine; sono l’Essere indeperibile, immortale.

10. Immutabile, onnipresente, sono il principio ordinatore che dimora in ogni cosa. Sono il distaccato Testimone di tutto ciò che nasce, si sviluppa e svanisce – questa è invero la mia natura; sono l’Essere indeperibile, immortale.

11. Sono l’eterno, imperturbabile osservatore del piacere e del dolore, dell’ascesa e della degradazione. Sono il distaccato Testimone di tutto ciò che nasce, si sviluppa e svanisce – questa è invero la mia natura; sono l’Essere indeperibile, immortale.

12. Al di là delle distinzioni, sono l’unica conoscenza, sono l’unica realizzazione. Invero non agisco e non fruisco; sono l’Essere indeperibile, immortale.

13. La mia natura è l’assenza di sostegni, poiché sono il sostegno di ogni cosa. La mia natura, invero, è la libertà dai desideri; sono l’Essere indeperibile, immortale.

14. Libero dai tre tipi di sofferenza, libero dall’identificazione con i tre corpi, sono il distaccato Testimone della veglia, del sogno e del sonno profondo; sono l’Essere indeperibile, immortale.

15. Colui che vede e ciò che è visto – in ogni esperienza vi sono questi due; Colui che vede è il Brahman, e ciò che è visto è Maya. Questa è l’essenza di ciò che insegna il Vedanta.

16. “Io sono il Testimone” – il saggio che più e più volte, attraverso il discernimento, riconosce in tal modo la verità, certamente raggiunge la Liberazione. Questo insegna il Vedanta.

17. Tutti i vasi, le coppe e così via, in verità non sono altro che argilla; allo stesso modo, invero, tutto il mondo non è altro che Brahman. Questo insegna il Vedanta.

18. Il Brahman è reale, il mondo è un’illusione; il sé individuale non è altro che il Brahman. Questa è la conoscenza suprema, questo è ciò che insegna il Vedanta.

19. Io sono la luce esterna, la luce interiore e la suprema luce trascendente. Sono la Luce di tutte le luci, che illumina se stessa; sono la luce del Sé. Questa è l’essenza del mio canto: io sono questa propizia Luce!

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La Isa Upanishad

Di Admin (del 20/01/2008 @ 00:01:26, in Induismo, linkato 193 volte)

Probabilmente l'upanishad più antica. I temi sono i classici del pensiero vedanta: tutto è riassunto nel Sé, l'Assoluto, il Signore; la consapevolezza dell'identità tra il proprio Sé e l'Assoluto porta al distacco dall'azione; ...

Quello è perfetto, questo è perfetto
Dal perfetto viene il perfetto
Anche se il perfetto emana il perfetto,
esso rimane perfetto.

1. Il Signore dimora in tutto questo
Ogni cosa al mondo è tutto il mondo
Se rinunci a tutto, godi tutto
Non creare la ricchezza fuori di te!

2. Chi agisce così in questo mondo
può vivere cento anni
Se vivrai così, non incontrerai ostacoli
e nessuna azione ti legherà.

3. Tutti coloro che si oppongono al proprio Sé
dopo la morte vanno nei ciechi mondi
avvolti nelle tenebre
chiamati mondi senza sole.

4. L'Uno è immobile,
eppure è più rapido del pensiero
Egli è al di sopra di tutto,
neanche gli déi possono raggiungerlo
Senza muoversi, supera tutto ciò che corre
In lui Agni [il dio del fuoco] compie la sua opera.

5. Quello si muove, Quello non si muove
Quello è lontano, Quello è vicino
Quello è all'interno di questo, di ogni cosa
Quello è all'esterno di questo, di ogni cosa.

6. Colui che vede
tutti gli esseri nel Sé
e vede il Sé in tutti gli esseri,
questi non odia nessuno.

7. In colui che sa che tutti gli esseri
esistono solo come Sé,
in colui che così vede solo l'Uno,
non c'è illusione, non c'è sofferenza.

8. Questi invero conosce
ciò che è luminoso e immateriale,
che non può essere ferito né bagnato,
puro, senza peccato,
il veggente, il sapiente,
l'essere supremo, indipendente,
che dall'origine dei tempi
fa raggiungere il proprio scopo.

9. Coloro che dimorano nell'ignoranza
cadono in una profonda oscurità
Ma in una ancor più profonda oscurità
cadono coloro
che si compiacciono della conoscenza.

10. Il destino di chi coltiva la conoscenza
certamente è diverso
da quello di chi vive nell'ignoranza
Così dicono i saggi
che insegnano a conoscere Quello.

11. Chi conosce la saggezza e l'ignoranza
vincendo l'ignoranza
sconfigge la morte,
coltivando la saggezza
beve il nettare dell'immortalità.

12. Coloro che adorano gli esseri invisibi
cadono in una profonda oscurità
Ma in una ancor più profonda oscurità
cadono coloro
che si compiacciono di ciò che è visibile.

13. Il destino di chi si fonda su ciò che esiste
certamente è diverso
da quello di chi si fonda
su ciò che non esiste
Così dicono i saggi
che insegnano a conoscere Quello.

14. Chi conosce
ciò che porta tutti gli esseri alla rovina,
supera la rovina e la morte
e beve il nettare dell'immortalità in tutti gli esseri.

15. Un velo di luce
nasconde il volto della verità
Ti prego, rimuovi questo velo
e mostrami il vero dharma [insegnamento]!

16. O sole, tu che concedi
alla forza creativa il suo potere,
unico Saggio,
trattieni, ti prego, i tuoi raggi!
Attenua il tuo splendore,
perché io possa vedere
la tua benedetta forma!
Questo Sé simile al sole,
sono io!

17. Che questo corpo sia consumato,
che il mio soffio si fonda con l'aria
e divenga immortale!
Om -- ricorda i miei sacrifici,
ricorda come ti ho servito!
Ricorda i miei sacrifici,
ricorda come ti ho servito!

18. O Agni, mio Dio, mio Signore!
Tu che conosci la via,
guidaci sul giusto cammino!
Facci superare ogni ostacolo,
liberaci da ogni difetto!
Mi inchino dinnanzi a te,
con queste parole ti rengo omaggio.

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Le Concezioni di Spazio e Tempo nella Tradizione Hindu

Di Admin (del 15/01/2008 @ 23:50:26, in Induismo, linkato 158 volte)

di Stefania Ferrari

Introduzione
I testi della tradizione hindu presentano molteplici visioni della struttura spazio-temporale dell'universo. Diamo qui una visione d'insieme dei concetti di spazio e tempo ricorrenti nei principali testi, prendendo spunto in particolare dalla "Bhagavad-Gita" (il "Canto del Beato"), famoso episodio del poema epico "Mahabharata" e tra i più popolari testi spirituali indiani, composto nel IV-III secolo a.C.

Lo Spazio

Nella tradizione hindu si ritiene che esistano infiniti universi, strutturati a strati concentrici nel seguente modo:
- strato inferiore (gli inferi)
- strato mediano (il mondo terrestre)
- strato superiore (il mondo celeste)

Nel nostro mondo celeste troviamo tutti gli oggetti astronomici conosciuti: la Luna, il Sole, i pianeti, le stelle, che si posizionano via via sempre più distanti dalla Terra. Oltre a questi, definiti "pianeti materiali", prettamente astronomici, nella Bhagavad-Gita si fa menzione anche di altri pianeti materiali ma cosiddetti "superiori", in quanto abitati dagli dèi, fino ad arrivare al pianeta superiore più lontano e importante, chiamato Brahmaloka, il pianeta in cui dimora il dio Brahma.
Gli esseri umani che vivono sulla Terra, possono, in base alle loro colpe o ai loro meriti, rinascere nello strato inferiore, in quello mediano o in quello superiore. Occorre ricordare però che anche se si rinasce nei mondi o pianeti superiori come dèi, si rimane sempre soggetti al ciclo vita-morte-rinascita. Solo la completa liberazione dal mondo materiale tramite la devozione nei confronti del Dio Supremo (nel testo citato impersonato da Krishna, eroe mitologico incarnazione del dio Visnù) permetterà di poter raggiungere un pianeta non del mondo materiale, ma di quello spirituale, Krishnaloka, o Goloka, il pianeta spirituale di Krishna, e di sconfiggere per sempre il ciclo delle rinascite [1].

Il Tempo

Il tempo si conta a partire da un'unità di misura molto piccola, il "battito di ciglia" di un uomo. A partire da una serie particolare di suoi multipli, si arriva alla definizione del giorno umano e quindi dell'anno umano. Ma un anno degli uomini corrisponde solamente ad un giorno degli dei, ed è sulla base degli anni divini che si costruisce la struttura delle ere cosmiche [2]:

1 anno umano = 1 giorno degli dei (giorno divino)
360 anni umani = un anno divino
12.000 anni divini = 1 grande era (mahayuga)
1.000 grandi ere = 1 età del mondo o "giorno di Brahma" (kalpa) = 432 x 107 anni umani
100 anni di Brahma = vita di Brahma = 432x 109 anni divini = 15.552 x 1010 anni umani

Un'età del mondo (kalpa) corrisponde ad un giorno della vita di Brahma. Alla fine di ogni giorno comincia la notte di Brahma, in corrispondenza della quale l'Universo fisico si dissolve temporaneamente riassorbendosi nel caos indifferenziato delle origini, l'"Uno indifferenziato"; fino all'alba che segna l'inizio di un nuovo giorno di Brahma in cui l'universo si manifesta nuovamente. Queste continue dissoluzioni del mondo si susseguono per un'intera vita di Brahma, che dura 100 anni di 360 giorni. Alla fine di questa vita, Brahma muore e si verifica una "Grande Dissoluzione" del mondo. Visnù si risveglia dal suo sonno profondo, e con l'energia del suo respiro induce la rinascita di Brahma, con la quale si dà inizio ad una nuova vita del dio, e quindi ad una nuova origine dell'Universo.

Le Ere Cosmiche

Il mahayuga è suddiviso in quattro ere cosmiche o yuga, le quali rappresentano la progressiva decadenza delle virtù degli esseri umani. I nomi di queste ere corrispondono a quelli dei colpi del gioco dei dadi (dal vincente al perdente):

Krta: durata 4000 anni divini più due crepuscoli di 400 anni divini ciascuno;
Treta: durata 3000 anni divini più due crepuscoli di 300 anni divini ciascuno;
Dvapara: durata 2000 anni divini più due crepuscoli di 200 anni divini ciascuno;
Kàli: durata 1000 anni divini più due crepuscoli di 100 anni divini ciascuno.

Il Krta è l'era perfetta, in cui regnano giustizia e verità; il Treta è l'era in cui la saggezza deve essere acquisita con il sapere e lo studio; nel Dvapara il sorgere delle passioni comincia a incrinare la saggezza acquisita; nell'era Kali prevalgono violenza e ingiustizia [1].
Al termine di ogni singolo yuga, il dio Visnù discende sulla Terra per riportare l'ordine. L'ultima discesa, avvenuta tramite l'incarnazione nell'eroe mitologico Krishna, segna il passaggio dallo yuga Dvapara a quello Kali; l'inizio dell'era Kali coincide con la morte di Krishna, che viene collocata tradizionalmente nel 3102 a.C.. Pertanto, secondo questa classificazione noi ci troviamo attualmente all'inizio dell'era Kali (la peggiore...), più precisamente, nel crepuscolo mattutino del Kaliyuga. Sempre secondo la tradizione, il mahayuga che comprende questo nostro attuale yuga, si colloca nel primo kalpa del 51° compleanno di Brahma, kalpa che prende il nome di Età del Cinghiale [2].

Il "Batter di Ciglia" del Supremo

Un'intera vita di Brahma, tutto questo tempo incredibilmente lungo e inconcepibile dalla mente degli uomini, non è, però, altro che un semplice battito di ciglia del Supremo, di Dio, il quale si colloca al di sopra anche di Brahma stesso che, pur essendo un dio nasce e muore come gli uomini, seppure su scale temporali lunghissime. Al culmine di tutta quest'immensa scala di misure temporali, il battito di ciglia umano si riflette in quello di Dio: e l'universo non è altro che il periodico manifestarsi di un attimo di transitorietà, un breve pensiero, nella mente di Dio.


Note Bibliografiche
[1] A.C.B.S. Prabhupada, La Bhagavad-Gita così com'è, The Bhaktivedanta Book Trust, Italia,1990
[2] Piano Stefano, Sanatana Dharma, un incontro con l'induismo, Edizioni San Paolo, Milano, 1996

fonte: http://astrocultura.uai.it

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