Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 

La vita come un fine

Di Admin (del 13/04/2008 @ 14:54:45, in Aivanhov Omraam Mikhael , linkato 143 volte)

Gli uomini si esauriscono per cercare il potere, il successo, il prestigio, i soldi, e fanno della vita un mezzo per ottenere tutto quello che desiderano. Dovrebbero invece considerarla come un fine, e impiegare tutte le loro facoltà per rinforzarla, rischiararla e purificarla. Quando l'uomo mantiene la vita in sé, il suo intelletto comprende, il suo cuore ama e si rallegra, la sua volontà crea e si rafforza; nel caso contrario, il suo intelletto si oscura, il suo cuore si raffredda e la sua volontà vacilla. Senza la vita, nessuna scienza è possibile, nessuna arte, nessuna filosofia. La scienza della vita è la chiave di tutte le realizzazioni. Aumentando la vita in voi, pulite la sorgente affinché l'acqua scorra più liberamente, e allora potrete riempire dei serbatoi e inviare questa vita fino all'intelletto che s'illuminerà, al cuore che si aprirà alle dimensioni dell'universo, e alla volontà che diventerà creatrice, infaticabile.

Omraam Mikhael Aivanhov

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Che cos'č il Feng Shui

Di Admin (del 12/04/2008 @ 15:51:35, in Feng Shui, linkato 141 volte)

di  Stefano Vettori    
  
Leggendo qua e là sulle presentazioni dei libri di Feng Shui si trovano delle definizioni di vario genere, alcune molto curiose, altre addirittura antitetiche tra loro. Ma già "chiedere una definizione" del Feng Shui è un approccio di tipo razionale, occidentale. Una definizione è qualcosa che ci promette di far capire un concetto o un'attività in modo più rapido, meno faticoso ma più mentale. E' possibile questo per il Feng Shui? Io ritengo di no. Preferisco guidarvi attraverso delle semplici esperienze e proporvi un'idea del Feng Shui tramite il coagularsi di più punti di vista.
Iniziamo con un esercizio semplice. Ricordate una situazione in cui siete colmi di felicità e voglia di vivere. Portate attenzione al vostro stato emozionale, alle sensazioni che vi dà il vostro corpo. Come vi sentite? Ora immaginate di scendere in una cantina molto profonda, umida, mal illuminata e sporca. C'è anche odore di muffa. Rimanete un po' in questo luogo e poi percepitevi. Sentite aumentare il vostro benessere? O non riconoscete piuttosto un abbassamento del vostro livello di energia, un desiderio di uscire all'aperto, al sole? Registrate mentalmente le vostre sensazioni.
Con questo semplice esercizio guidato mi propongo di farvi prendere coscienza che l'animale uomo (con le sue "componenti" mente, psiche, corpo) è influenzato ed influenzabile dall'ambiente.
 
Ora passiamo ad un'altra visualizzazione. Immaginate una persona attiva, che ama le sfide, piena di vita. Potete essere voi, ovviamente. Ora vi chiedo di immaginare come potrebbe essere la sua abitazione. Vedetela da più angoli, dall'esterno e dall'interno, da sopra. Secondo voi potrà mai essere tetra, sporca, oscura? Non ritenete piuttosto improbabile che sia così? In questo modo dovrebbe essere più chiaro il fatto che l'uomo influenza l'ambiente dove vive, sia quello naturale sia quello artificiale (come l'abitazione). Allora un primo modo di "essere" per il Feng Shui è: percepire e studiare le interazioni tra l'uomo e l'ambiente al fine di aumentare il benessere globale.
Nel Feng Shui questi aspetti sono approfonditi e studiati nei dettagli; ad esempio nel Seminario Introduttivo che propongo sono stimolati istinti e percezioni sopiti dall'educazione e dalla routine della vita quotidiana, tramite vari tipi di esercizi. Feng Shui, quindi, è anche saper riconoscere le conformazioni energetiche che si presentano in casa, sul luogo di lavoro, all'aperto (naturali o artificiali); saper evitare le conformazioni nocive ed attirare o potenziare quelle positive. Nella cultura cinese spesso ci si riferisce a queste conformazioni con nomi poetici ed immaginifici, e non a caso, perché essi sono più carichi di significato che una normale locuzione verbale. Nel Seminario Introduttivo è stato svolto un accurato lavoro di trasposizione degli antichi concetti in termini moderni, senza nulla perdere del significato originale. In questo modo tutto il loro potere viene trasferito intatto.
Un terzo modo di concepire il Feng Shui fa riferimento al Principio Alchemico dello Specchio. Microcosmo, dentro di noi, e Macrocosmo, fuori di noi, sono solo due aspetti differenti della stessa entità: il percipiente. Ciò che è al di fuori è solo un riflesso di ciò che c'è dentro e viceversa. Pensate allora come i nostri aspetti positivi e negativi, le nostre zone oscure e quelle luminose siano riflesse nell'abitazione, il luogo in cui passiamo la maggior parte della nostra vita! "Curando" l'abitazione, tramite il Principio dello Specchio, iniziamo un procedimento di consapevolizzazione e di autoevoluzione.
Un altro aspetto del Feng Shui è correlato alla scelta del tempo e del luogo per effettuare una certa attività: essere nel posto migliore nel momento migliore. Come lo spazio presenta delle conformazioni energetiche, così fa anche il tempo. Quest'ultimo ad un'attenta analisi si presenta non piatto e uniforme, ma ricco di configurazioni di vario tipo. Si ricerca quindi, oltre che la migliore conformazione energetica spaziale, anche il miglior momento per iniziare l'attività in questione. Questo aspetto è particolarmente utile sul lavoro.
Si potrebbe continuare con molte altre "modalità" di intendere il Feng Shui, ma dovrebbe essere abbastanza evidente che darne una definizione univoca risulti solamente riduttivo e, a mio parere, scorretto. Il Feng Shui è fatto di esperienza vissuta, non di parole vuote. Tutto quello che scrivo o che insegno nei miei seminari l'ho provato su di me e sperimentato in più situazioni.
Dire che il Feng Shui sia appannaggio esclusivo della cultura cinese non è propriamente corretto. In ogni cultura troviamo delle indicazioni sulla costruzione delle abitazioni e degli edifici adibiti a vari usi (ad esempio l'architettura egizia, sumera, indiana con il Vaastu ecc.). Tali indicazioni possono essere più o meno approfondite; a volte segrete in tutto o in parte. Basti pensare alle diverse tipologie costruttive delle nostre regioni italiane, che riflettono sia l'influsso dell'ambiente sugli abitanti sia la loro disposizione mentale e psichica. La costruzione delle antiche chiese e templi è stata per lungo tempo ispirata a princìpi geomantici tenuti nascosti. I Cinesi, però, hanno saputo portare quest'arte all'eccellenza e connetterla con altre arti come la filosofia, la medicina, l'astrologia, l'astronomia, la geomanzia. Le hanno dato un carattere di universalità; una capacità interpretativa che ci permette (per fare un esempio estremo), di risalire alle motivazioni energetiche per cui in Groenlandia si abiti negli igloo ed invece nel Sahara in costruzioni di forma differente.
E' anche possibile fornire delle interpretazioni scientifiche che spiegano perché le applicazioni del Feng Shui sono effettivamente valide. Esse vengono discusse nei Seminari. Tuttavia ritengo questo aspetto marginale rispetto alla pratica dell'arte ed all'affinamento della propria ricettività.
In cinese Feng Shui si scrive usando due ideogrammi. Quello superiore, Feng, significa vento, soffio. Quello inferiore, Shui, significa acqua. La pronuncia varia a seconda del dialetto locale. La combinazione di questi due ideogrammi può essere letta in vari modi. Una traduzione che mi piace è "il vento porta il Chi e l'acqua lo trattiene, lo attira". Vento ed acqua sono gli elementi naturali attivi, yang, nel paesaggio.
Abbiamo testimonianze scritte sull'esistenza del Feng Shui che risalgono alla dinastia Han (circa 1500 a.C.), ma io ritengo che le basi fossero già state poste almeno 6000 anni fa. E' stato ampliato ed approfondito dai Saggi Taoisti, con la loro visione scientista impostata sull'osservazione dei fenomeni naturali. Allora la conoscenza nasceva da un profondo rispetto ed una forte intimità con la Natura, dall'imitazione dei sui cicli e delle conformazioni che spontaneamente si venivano a creare. Il Feng Shui ha ereditato questo approccio, infatti i Princìpi sono direttamente ispirati dall'"essere tutt'uno con la Natura". Si dice che un intervento di Feng Shui sia ben fatto se è invisibile, se è così perfetto da apparire assolutamente naturale. Per questo motivo, e per correttezza verso i privati o gli enti che richiedono un intervento di valutazione e riequilibrio della qualità dello spazio abitativo, Creative Feng Shui non intende pubblicare su questo sito web nessuno degli interventi effettuati in Italia, anche in forma anonima. La discrezione e la riservatezza fanno parte del codice deontologico del professionista.

 
Come già accennato, il Maestro di Feng Shui era anche medico, filosofo, astrologo, astronomo, ingegnere, radiestesista, rabdomante e così via. Tuttora il Feng Shui si occupa della ricerca del miglior sito per la costruzione tenendo anche conto delle conformazioni energetiche sotterranee.
Tradizionalmente il Feng Shui veniva trasmesso da Maestro ad allievo dopo anni ed anni d'apprendistato, ed ancora oggi questo titolo può essere concesso solo dal proprio insegnante, che deve a sua volta essere Maestro (Master, in inglese). Il Feng Shui ha conosciuto alterne vicende: alcuni Imperatori l'hanno esaltato e fatto diventare l'arte più rinomata, altri se ne sono serviti e poi hanno ordinato di scrivere falsi testi per paura della sua efficacia.
Anticamente era riservato solo all'Imperatore ed alla sua Corte, ma di recente si è diffuso anche negli strati sociali d'origine meno nobile.Mao Tse Tung ha fatto bruciare pubblicamente i testi del Feng Shui tacciandoli di superstizione popolare, ma pare che ne facesse segretamente uso.
Gli occidentali che hanno visitato la Cina, inizialmente scettici, si sono ricreduti dopo averne constatato di persona gli innegabili effetti. Tra questi, figura una banca europea che, dopo aver aperto una filiale a Hong Kong, ha addirittura deciso di applicare il Feng Shui a tutte le nuove sedi nel resto del mondo.
Al giorno d'oggi il Feng Shui non è una disciplina morta: si studiano le nuove disposizioni abitative come gli appartamenti, i loft, i monolocali, etc.; tutte tipologie storicamente recenti. Pur essendo d'origini millenarie, ha molto da offrire all'Occidente, che dopo 150 anni di costruzione selvaggia ed inurbazione eccessiva si sta affacciando verso un nuovo rapporto con l'ambiente e, quindi, un nuovo modo di concepire gli spazi.
In questo periodo il Feng Shui conosce un periodo di notevole fioritura, soprattutto a Hong Kong, Singapore, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Si sta diffondendo rapidamente nel resto del mondo. Se da un lato ciò è auspicabile, dall'altro bisogna dire che la fretta è una cattiva consigliera. Voglio spendere qualche parola su questo aspetto perché molte persone mi fanno notare delle incongruenze che hanno riscontrato interessandosi al Feng Shui. Il numero dei testi sull'argomento è cresciuto enormemente dal 1997, spesso sull'onda della moda.
L'informazione che si trova in commercio molto spesso contiene errori veri e propri, cattive traduzioni, interpretazioni scorrette, copiature da altri testi, semplificazioni eccessive, incomprensioni dovute al differente approccio culturale, senza contare i manuali scritti usando "taglia e incolla" con l'unico fine di vendere il più possibile.
Lo stesso dicasi per i siti Internet ed i corsi proposti. Lo affermo perché anche io mi sono scontrato con questa realtà, e posso dire che non ho mai visto un testo che non fosse, come minimo, lacunoso. Per il lettore inesperto che si avvicina al Feng Shui, spesso attratto dalla curiosità, i testi risultano incompleti e quasi sempre si riducono ad un'elencazione di una serie di tecniche più o meno efficaci. Molte persone con cui ho parlato mi hanno confessato di aver abbandonato l'argomento perché non riuscivano a penetrare il punto di vista del testo, a comprendere la mappa concettuale che sta dietro questa disciplina. Molti trovano il tutto ambiguo, generico, aperto a troppe interpretazioni e praticamente inapplicabile. Che dire poi del fatto che i più rispettati Maestri di quest'arte spesso non usano e non (ri-)conoscono molte delle tecniche che si trovano sui testi?!
Se ci si allontana per un attimo dal limitato panorama italiano, e si osserva l'evoluzione e lo sviluppo del Feng Shui a livello internazionale, la prospettiva cambia radicalmente. Si può affermare con certezza che le informazioni che si trovano sulla stragrande maggioranza dei libri (oltre il 90%) non sono Feng Shui, ma solo un insieme di credenze e superstizioni popolari, originarie dell'area di Hong Kong, esportate prima negli Stati Uniti e successivamente in Europa, sull'onda della moda.
Ritengo che sia comunque impossibile imparare il Feng Shui da uno o da mille libri. E' come se uno sapesse giocare a tennis solo perché ha letto molti libri sul tennis… Non mi stancherò mai di ripetere che il Feng Shui è fatto di esperienze vissute e sperimentazione, supportate da un lavoro di esplicitazione dei Princìpi Fondamentali. Ed è questo quello che offro nei seminari che propongo.
Il Feng Shui non è appendere oggetti o piazzare acquari a destra e sinistra. Non è magia, illusione o autoconvinzione. Non è una religione. Non è una filosofia o pura speculazione, come già detto. Non fa parte della New Age. Non è un insieme di ricette per diventare ricchi o trovare il fidanzato. Non è uno stile di arredamento.
Feng Shui è saper riconoscere il respiro della Natura ed armonizzarsi con esso.

http://www.creativefengshui.it

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Chi é Jiddu Krishnamurti

Di Admin (del 10/04/2008 @ 00:18:15, in Jiddu Krishnamurti, linkato 142 volte)

Jiddu Krishnamurti nacque l'11 maggio 1895 a Madanapalle, un piccolo paese vicino Madras, nell'India Meridionale.

Nel 1905 perse la madre, Sanjeevamma, alla quale era molto legato, e nel 1909 si trasferì con il padre Narianiah ed i quattro fratelli sopravvissuti (pare che inizialmente fossero dieci) ad Adyar dove avrebbero vissuto in una capanna in condizioni molto miserevoli (Krishnamurti si ammalò spesso di malaria). Negli stessi luoghi si trovava il quartier generale della Società Teosofica, un ricco movimento religioso diffuso nel mondo (fondato nel 1875 dall'americano Holcott e dall'occultista russa Helena Blavatsky) che credeva nella venuta imminente di un nuovo Messia: il Maestro del Mondo.

Un giorno Charles Leadbeater, collaboratore di Annie Besant (presidentessa della Società), al quale si attribuivano poteri psichici e di chiaroveggenza, vedendolo, appena quattordicenne, mentre con il fratello Nitya faceva il bagno sulla spiaggia di Adyar, si convinse di aver trovato il ragazzo attraverso il quale la Divinità si sarebbe manifestata. Per questo motivo, nel 1910, la Besant chiese ed ottenne da Narianiah la tutela legale di Krishnamurti e di Nitya.

Nel 1911 fu fondato l'Ordine Internazionale della Stella d'Oriente (di cui Krishnamurti fu messo a capo) il cui intento era quello di preparare l'avvento del Maestro del Mondo. I due fratelli furono trasferiti in Inghilterra dove vennero educati ed istruiti alla maniera inglese ed iniziati alle dottrine esoteriche della Teosofia.

Negli anni a seguire Krishnamurti cominciò a tenere le sue prime conferenze e ad elargire i suoi insegnamenti ai membri dell'Ordine; ben presto tuttavia iniziò a mettere in discussione i metodi Teosofici ed a prenderne le distanze sviluppando un proprio pensiero indipendente.

Nel 1922 si trasferì, sempre accompagnato dal fratello, ad Ojai, in California dove per la prima volta ebbe luogo quello che venne chiamato il "processo": per diversi mesi Krishnamurti soffrì di svenimenti e dolori intensi alla nuca e lungo la colonna vertebrale, eventi che vennero interpretati come necessari per la sua trasformazione spirituale (In seguito, e soprattutto attorno al 1961, il così detto "processo" continuò a verificarsi).

Nel 1925 Nitya, da tempo ammalato di tubercolosi, morì, lasciando il fratello in un profondo sconvolgimento. In questo periodo aumentò notevolmente l'insoddisfazione di Krishnamurti nei riguardi della Teosofia e delle sue pratiche.

Nel 1929, infine, in occasione di un raduno della Stella tenutosi in Olanda, al quale presenziavano più di 3000 fedeli, Krishnamurti sciolse l'Ordine dopo aver declamato che "La verità è una terra senza sentieri" e che non la si potrà mai ottenere attraverso nessuna organizzazione, chiesa, maestro o guru.

In seguito chiuse ogni suo rapporto con la Società Teosofica e, anche se volle restituire tutte le donazioni ricevute dagli adepti (si parla di ingenti somme di denaro e di diverse ville e terreni), non gli fu difficile trovare il denaro (grazie ai finanziamenti di alcuni benefattori ed alle vendite dei suoi primi libri) per iniziare la sua nuova attività divulgatrice: aveva infatti ormai maturato la Verità ed era pronto per diffonderla. Sempre in occasione del discorso per lo scioglimento dell'Ordine, aveva detto: "Il mio unico scopo è rendere l'uomo assolutamente, incondizionatamente libero".

Per i successivi cinquantasette anni Krishnamurti viaggiò in lungo e in largo per il mondo al fine di trasmettere il suo insegnamento liberatorio, rifiutando sempre l'adulazione e lo status di guru. Creò inoltre delle fondazioni che servirono ad organizzare le sue conferenze ed a pubblicare i suoi scritti e fondò delle scuole (la formazione scolastica fu sempre una delle sue maggiori preoccupazioni) in India, in Inghilterra ed in America, dove "sia gli alunni, che gli insegnanti possono fiorire interiormente".

Morì il 17 febbraio 1986 ad Ojai.

fonte: http://web.tiscali.it/krishnamurti/

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Intervista a Tiziano Terzani

Di Admin (del 05/04/2008 @ 15:28:38, in Tiziano Terzani, linkato 406 volte)

di Maria Lucia De Luca e Marina Marrazzi

Come ha deciso di diventare giornalista?
Io sono il primo della mia schiatta che sa leggere e scrivere. Vengo da una famiglia poverissima, i miei primi pantaloni lunghi furono comprati a rate. Mio padre faceva il tagliapietre ma era una persona saggia, coltissima, citava Dante, sapeva il Rigoletto a memoria.
Così ho cominciato a fare il giornalista a sedici anni per guadagnare un po’ di soldi: la domenica, quando i miei amici andavano alle feste da ballo con le ragazzine, correvo con la vespa a seguire le corse ciclistiche o le partite di calcio. Ma al giornalismo vero e proprio sono arrivato che avevo già trent’anni, perché nel frattempo mi ero laureato in Legge e mi ero sposato molto giovane con la mia splendida moglie. Per mantenere la famiglia andai a lavorare all’Olivetti, dove per cinque anni ho fatto l’operaio e ho venduto macchine da scrivere. Poi finalmente, quando avevo 27-28 anni, mi offrirono una borsa di studio che mi permise di andare alla Columbia University a studiare il cinese, con il quale avrei potuto finalmente realizzare il mio sogno: conoscere l’Oriente.
Dopo la laurea tornai in Italia e andai a lavorare al quotidiano Il Giorno, dove feci il praticantato e l’esame da giornalista professionista. Appena avuto il tesserino in tasca chiesi al mio direttore di andare a fare il corrispondente in Asia: era il 1971. Mi rispose di no. Incontrai i direttori dei principali quotidiani, ma nessuno poteva soddisfare la mia richiesta. Allora diedi le dimissioni, e con il denaro della liquidazione di un anno e mezzo di lavoro cominciai a girare per l’Europa con mia moglie e due figli piccoli.
Ho avuto fortuna. Parlavo francese, inglese e tedesco… Ad Amburgo mi presentai al settimanale Der Spiegel dove mi offrirono il primo vero contratto di inviato. Mi garantivano soltanto un piccolo fisso, ma andare in giro per il mondo, cercare di capire cosa succede, era proprio quello che volevo fare da sempre.

Da lì è cominciata la sua avventura, la sua ricerca di capire gli altri?
La vita è una cosa molto strana e meravigliosa, quando la si vive non ci si rende bene conto di come stanno le cose: si è lì, in quel momento. È solo quando si invecchia che ci si guarda indietro e si vede che c’è un filo che collega tutto. Per me questo filo era la curiosità, la curiosità di capire l’altro. La spinta ad andare là dove c’era qualcosa che non era mio, per capire, per rendermi conto.
Tra noi e l’altro c’è una distanza naturale, noi riteniamo altro lui e lui ritiene altri noi. Nelle guerre questo è ancora più evidente, perché le guerre, è ovvio, nascono quando gli uni non capiscono le ragioni degli altri, e gli uni dicono che il male è lì mentre gli altri dicono che il male è qui, e in nome di questo Dio io ammazzo te e in nome di un altro Dio tu ammazzi me. Bin Laden, Bush, ora Sharon…
Il mio istinto è stato sempre quello di capire chi fossero “gli altri”. Nel 1973 ero in Vietnam con gli americani, come tutti gli altri giornalisti. Stavamo al di qua del fronte e gli altri sparavano. Ma io non sentivo questi “altri” come nemici, a me non avevano fatto nulla. E allora passai le linee e trascorsi una settimana con i Vietcong.

Lei è stato tanti anni in Cina.
La Cina è stata la mia grande avventura. È una grande civiltà, per volerla capire bisogna avvicinarcisi quasi camuffandosi.
In tutte le lingue asiatiche “altro” è una parola orribile. Identifica lo straniero, colui che è fuori, colui che viene da fuori e deve rimanere fuori. Se si è già incapsulati all’interno di una parola che rende stranieri, l’unico modo per avvicinarsi a una cultura è fare come il camaleonte, che prende il colore della foglia se è sulla foglia e il colore della sabbia se è sulla sabbia: diventare sempre di più come l’altro.
Io in Cina parlavo cinese, mangiavo cinese, vestivo cinese, mandavo i miei figli alla scuola cinese, viaggiavo insieme alla famiglia con le biciclettine dei cinesi. E nonostante tutto ciò a un certo punto i cinesi mi hanno chiesto: «Ma tu chi sei? Un italiano che lavora per i tedeschi, che parla cinese imparato in America, sei forse della CIA o del KGB?». Dopo l’interrogatorio e un mese agli arresti, arrivò l’espulsione.

E il Giappone?
Devo dire che il Giappone per me è stato difficile, non ci sono entrato davvero dentro, non sono riuscito a imparare bene la lingua, forse ero troppo vecchio. Poi avevo un handicap: venivo dalla Cina. Chi viene dalla Cina ha difficoltà a capire il Giappone e viceversa, perché si tratta di due realtà simili, ma per niente uguali. Forse è a causa dei caratteri della scrittura: sono gli stessi ma vengono pronunciati in modo diverso.
Un’altra grande differenza: il Giappone è la civiltà del dettaglio mentre la Cina non ha dettagli, è la civiltà della grandeur, non c’è mai l’attenzione per le piccole cose. Sono due prospettive molto difficili da conciliare. E poi c’è da dire che io venivo da un’esperienza drammatica, quella di essere stato espulso dalla Cina.
In Giappone ho passato cinque anni belli, ma alla fine credo di poter dire che io e questo paese non ci siamo davvero intesi. In verità, credo che in questa vita non riuscirò a cambiare le cose, ma se avrò un’altra vita come essere umano – a me piacerebbe essere rugiada nella prossima – vorrei provare a fare i conti con il Giappone.

Può raccontarci la sua esperienza indiana?
I primi cinque anni in India li ho passati da giornalista, dietro ai ministri, agli ambasciatori, alle cene, tra i viaggi, la guerra in Kashmir, il conflitto con il Pakistan. Ma poi mi sono accorto che non sapevo nulla di questo paese.
Ero andato lì perché cercavo la dimensione del divino, ormai assente nel mondo occidentale e nella Cina maoista. In India invece ogni gesto ha ancora a che fare con un altro mondo: il salutarsi, o quando le donne prendono una manciata d’acqua e la porgono al sole la mattina… Com’era da noi cinquant’anni fa, ricordo che mia madre si segnava prima di mangiare. Questo mi affascinava. E poi, l’India mi piaceva perché mi pareva l’ultima civiltà asiatica in cui c’era ancora una forza interiore che poteva essere di freno al materialismo occidentale.
Però dopo cinque anni mi resi conto che di tutta questa roba non avevo visto niente, mi tenevano sempre lì a parlare di guerre, di morti in Kashmir, di programmi di sviluppo, di apertura del mercato delle telecomunicazioni, tutte cose da giornalisti…
Mi mancavano tre anni per andare in pensione. Dissi al mio giornale che non volevo più lavorare, non volevo più fare il corrispondente, correre dietro a tutti i massacri, le alluvioni, i colpi di stato… Così mi hanno fatto un contratto da scrittore “speciale”, talmente speciale che non avevo bisogno di scrivere. Allora ho preso i voti, sono entrato in un ashram induista, mi sono messo a studiare il sanscrito, la mattina alle cinque andavo a pulire le statue con lo yogurt e la polvere di sandalo. Sono entrato in quella realtà. Mi rendo conto che per tutta la vita non ho fatto altro che questo, per tutta la vita una sola cosa mi ha davvero incuriosito: capire gli altri. Ma per capirli bisogna avvicinarli, vivere nel loro mondo.

Come ha conciliato il desiderio di stare dentro le cose con quello di raccontare, di essere testimone…
Io ho avuto molto dalla vita, sono un uomo fortunatissimo. Innanzitutto a diciassette anni ho incontrato mia moglie, e ciò ha determinato tutta la mia esistenza. E poi la vita mi piace, mi diverte, mi affascina, e per istinto la devo raccontare. Non c’è gioia che io provi da solo, perché ho imparato molto presto a spartirla con mia moglie, e poi anche con gli altri. Ma non solo quando una cosa è bella provo il desiderio di condividerla, anche quando mi trovo di fronte un’esperienza orribile, se mi pare di aver capito qualcosa attraverso di essa, mi viene voglia di parlarne agli altri.
Come giornalista, poi, ho quasi sempre scritto in una lingua che non era la mia. Questo ha fatto sì che mi dovessi liberare scrivendo libri nella mia lingua. E mi è andata bene. Se mi guardo indietro mi dico: «Che fortuna!».

Questa sua curiosità istintiva può essere la chiave del rispetto per l’altro…
Credo di sì. L’altro giorno è venuto da me un signore per chiedere una dedica sul mio libro. Mi è venuto da scrivere: «Al signor tal dei tali perché mi aiuti a rendere i turisti dei pellegrini».
Mi spiego: la curiosità che viene dall’interno – non quella di prendere qualcosa da portarsi a casa, il ricordino, la fotografia – parte proprio dal rispetto. Mentre invece l’industria del turismo, una delle più orribili del mondo, sollecita solo una curiosità consumistica. Come si potrebbe recuperarla? Trasformando i tour in pellegrinaggi.
In realtà il turismo è nato proprio così. In un paese come il Giappone, per esempio, si andava al monte Fuji come pellegrini, non come turisti. Quando io sono stato in Giappone mi sono rapato, ho preso il bastone e ho scalato quella montagna con l’idea del pellegrino che vuole raggiungere la cima, che sta camminando su Dio, e allora non lascia cartacce. Se si potesse riportare nel turismo questo atteggiamento, il rispetto, il senso di devozione, si salverebbero i turisti, che saprebbero di più quello che fanno e la smetterebbero di continuare a consumare, e si salverebbe anche il consumabile.
Se ci si mette a studiare una cosa, come si può odiarla? L’odio dell’Occidente verso l’Islam risiede in gran parte nel fatto che nessuno se ne occupa più, nessuno più studia questa cultura. Provate a vedere quanti studenti all’università studiano l’arabo: pochissimi. È chiaro che così si aumenta la distanza. Ma se ci si mette a studiare, l’oggetto del proprio studio diventa anche l’oggetto del proprio amore. Il rispetto nasce dalla conoscenza, e la conoscenza richiede impegno, investimento, sforzo.

Come si può coniugare il rispetto, il riconoscimento di una cultura altra e la nostra idea occidentale di universalità dei diritti umani…
Questo è il vero grande problema. Innanzitutto bisogna intendersi sulle parole. Le parole di per sé sono una trappola. Per esempio, cosa significa felicità? Per Gengis Kan forse la felicità era ammazzare un migliaio di persone, chiamare il capo di quella tribù, prendergli la moglie, violentarla sotto i suoi occhi e poi tagliarle la testa. Ma per me quella non è felicità.
Quindi parlare di diritti umani, di universalità dei diritti umani, mi lascia qualche perplessità… Vorrei che i diritti fondamentali fossero sempre rispettati, ma onestamente mi chiedo: siamo tutti d’accordo sull’universalità di questi diritti?
Certo che c’è qualcosa che accomuna gli esseri umani, che dovrebbe essere il rispetto per tutti. Un occidentale ha forse meno paura della morte di un orientale? Forse la psiche è diversa tra un orientale e un occidentale? Non credo. Un orientale ama più o meno come un occidentale, ha la stessa paura di essere solo... Secondo me di cuore ce n’è uno solo, e il cuore è uguale per tutti, la voce del cuore sa quali sono i diritti umani, i diritti degli animali, il cuore parla allo stesso modo nel petto di tutti, musulmani, ottentotti, bantù, esquimesi, uomini, donne. Il problema è che questa voce del cuore non la sta più ad ascoltare nessuno, c’è tanto rumore, quella è una voce piccola, che bisbiglia, proprio un soffio a volte.

È da questo, a suo avviso, che dipendono le difficoltà sempre più gravi che il mondo si trova a fronteggiare?
L’umanità sta affrontando un periodo di spaventosa barbarie, le torri che crollano sono una barbarie, il modo con cui l’occidente reagisce – perché non sono solo bombe americane, sono bombe di tutti – è un’altra barbarie. E Guantanamo – la base americana sull’isola di Cuba dove vengono portati i prigionieri afgani – non è una barbarie? Forse potevano risparmiarsi la foto del marine che tiene l’arabo legato come un cane con la camicia di forza. Quella foto non l’ha mica rubata un paparazzo, l’ha fatta un fotografo ufficiale del Dipartimento della difesa ed è stata diffusa nel mondo perché volevano farla vedere, volevano soddisfare la fame e la sete di vendetta dell’opinione pubblica americana.
Quello che mi stupisce è come mai un paese che per tanti anni ha fatto giustamente la lotta per la difesa dei diritti umani nei confronti del mondo comunista, nei confronti di tante dittature africane, d’un tratto fa distinzione tra cittadini americani e cittadini non americani.
Ci sono voluti centocinquanta anni per mettere a punto la Convenzione di Ginevra, per dare una vernice di umanità alla convivenza umana, e ora viene tutto messo da parte in nome dell’interesse nazionale americano, della lotta al terrorismo. Di nuovo l’ambiguità delle parole: ma chi è il terrorista?
Certo, ci vogliono le istituzioni, ci vorrebbero le leggi, ci vorrebbero le definizioni, ma a corto di tutto ciò bisogna fermarsi, rallentare, bisogna sedersi, chi sa pregare preghi, chi non sa pregare faccia qualcos’altro. E allora prendiamo coscienza di esserci e cominciamo a ragionare, cosa vogliamo diventare, da dove veniamo, dove stiamo andando.
Voi, con le vostre preghiere, trovate una consolazione tutti i giorni… Permettetemi di dire che avete scoperto l’acqua calda, ma quest’acqua calda l’hanno dimenticata tutti. Com’è possibile che con tutte queste scienze delle comunicazioni, con tutti questi telefonini, abbiamo dimenticato le cose fondamentali?
Ma pensi ai suoi nonni, o ai miei bisnonni, la mattina si alzavano e pregavano, andavano nei campi, tornavano la sera e c’era il vespro, prima di andare a cena guardavano il pezzo di pane e dicevano grazie, c’era sempre un momento in cui si ringraziava, oggi siamo tutti distratti, tutti di corsa…
A volte mi intristisce un po’ che questa grande vecchia civiltà europea, che aveva una sua storia e che potrebbe ritrovare anche all’interno di se stessa dei valori, deve avere dei giovani che viaggiano fino in Oriente e vanno a cercare la soluzione laggiù.
Credo che occorra cercare in se stessi le proprie radici, la propria ricchezza. Non è un caso che si stia diffondendo proprio il Buddismo, che non è una religione, è una civiltà, non ha comandamenti o dogmi. Einstein diceva che il Buddismo è l’unica religione che si confà alla mentalità scientifica. A Bodhigaya ho visto mongoli, tibetani, cinesi, srilankesi, europei, e ho avuto per la prima volta il senso di come il Buddismo sia una grande religione, una religione universale.

Tornando all’universalità dei diritti umani, come possiamo agire in loro favore senza calpestare l’identità delle altre culture? Come possiamo porci, ad esempio, nei confronti del burqa indossato dalle donne afgane?
Il punto è chiedersi: dobbiamo aiutare altri popoli, che ci sembrano oppressi, a volere quello che vogliamo noi? Bisogna per prima cosa rendersi conto che nel mondo ci sono oggi milioni e milioni di persone che non vogliono essere come noi.
Sono orgogliosissimo di essere italiano, di essere fiorentino, di essere europeo, ma dico, specie ai giovani: «Siate orgogliosi di essere chi siete, però non pretendete che la vostra cultura abbia il monopolio di tutto, il monopolio della dignità della donna, il monopolio della civiltà, il monopolio della felicità, del benessere, del progresso. Analizzate, confrontatevi, difendete la vostra in maniera giusta, non violentemente».
Io trovo bello, meraviglioso essere diversi. Pensate alle donne giraffa del nord della Birmania, che portano quei lunghi collari. È una tortura terribile, ma cosa dovremmo dire loro: «Toglieteveli»? Non solo il loro collo è diventato così lungo che levando il collare soffocherebbero, ma soprattutto in questo modo sarebbero private della loro identità. Tutta la vita sognano questo… Alla lunga se non gli andrà più bene saranno loro a cambiare, le trasformazioni economiche e culturali porteranno a questo mutamento, ma l’idea che ci debba essere un gruppo di donne americane che gli tolgono i collari è una follia.
Riguardo al burqa è lo stesso. Sono d’accordo che è l’espressione di un aspetto maschilista dell’Islam, ma è anche una tradizione di centinaia di anni. Ci sono gruppi di coraggiose donne afgane che risolveranno il problema. Ma mi chiedo nuovamente: dobbiamo aiutarle a volere quello che vogliamo noi?
Si ritorna a quanto dicevamo all’inizio: il rispetto delle altre culture è una grande cosa, quello che va evitato è lo scontro tra civiltà, che porterà alla fine di tutto. Mai come ora l’umanità ha avuto in mano armi di distruzione di massa così potenti, e questo rappresenta un pericolo per tutti gli esseri umani, ma l’idea che gli americani vogliono andare a bombardare Saddam Hussein per togliergli queste armi è assurda, come se solamente loro avessero il diritto di possederle.
Ma allora perché non ricominciamo da zero, non eliminiamo le armi e smettiamo di produrle?

Dopo l’11 settembre si è detto da più parti che interpretare gli attuali conflitti come scontri tra civiltà è una posizione pericolosa e fuorviante. Secondo lei oggi, nei conflitti, pesano più gli aspetti ideologici o quelli economici?
Questa domanda mi permette di esprimere una mia posizione ben precisa. Per trent’anni ho fatto il giornalista, e mi sono sempre dovuto occupare di quello che si pensa domani, la prossima settimana o il prossimo mese. Non c’è dubbio che se fossi giornalista e dovessi analizzare la situazione di oggi direi che per la popolazione americana l’istinto di vendetta è comprensibile, perché si sono presi una botta spaventosa. Direi anche che dietro c’è il petrolio, c’è l’interesse delle aziende militari che vogliono rinnovare tutto l’armamento, la voglia di essere una superpotenza.
Ma oggi voglio fare un passo in avanti: le vere radici della violenza, cioè della guerra, secondo me non sono fuori di noi. La violenza ha le sue radici dentro, nelle nostre passioni, nei nostri desideri, nella nostra voluttà, nel nostro arraffare, nel nostro voler possedere più che volere essere.
Di questo sono assolutamente convinto, e quindi arrivo a dire che le rivoluzioni esterne sono state dei disastri. Quelle di questo secolo le ho viste tutte, all’inizio o alla fine. Sulla fine della rivoluzione sovietica ci ho scritto un libro, Buonanotte signor Lenin. Che disastro, le montagne di morti, le montagne di lacrime, le tracce di orrore, di tristezza… E quella cinese? Quanti morti… E quella vietnamita? Perciò sono arrivato a questa conclusione, che è la mia ultima speranza: forse l’unica rivoluzione da fare è quella interiore, che non fa morti, non massacra, non lascia tristezza.
Ci vorrà tempo, forse due vite, tre, quattro generazioni, ma è questa una buona ragione per non cominciare? Dico sempre che se ognuno di noi fa una piccola cosa, allora tutti insieme ne facciamo una grande.

Quindi se ognuno di noi decide di fare qualcosa…
Ma cosa vogliamo sperare, che Bush ci salvi dall’orrore del mondo? Forse ci salviamo noi se è vero quello che sento, che la vita è una, che siamo tutti collegati. Il Buddismo ha dato veramente il contributo più grande. Mi piace raccontarlo come fa Thich Nhat Hanh, quando dice che il tavolino che ha davanti è lì perché migliaia di cose hanno contribuito: quel seme, quel giorno che ha piovuto, quella pianta che è diventata albero dentro la foresta, il boscaiolo che va e lo taglia, e poi lo porta in una segheria dove c’è un falegname, e il falegname prende i chiodi, e anche i chiodi vengono da una miniera dove un giorno un altro signore è andato a comprarli. Bastava che il nonno del falegname non fosse nato, e quel tavolo non sarebbe stato lì…
Se la vita è così, allora perché vogliamo eliminarne un pezzo che non ci sta bene?
Se riuscissimo a dire: «Siamo tutti parte di questa cosa», se riuscissimo con questa benedetta coscienza a prendere coscienza di chi siamo, dove siamo, da dove veniamo, dove andiamo, forse… Io per un mese e mezzo sono andato in giro per l’Italia a parlare di queste cose, e la cosa curiosa è che la gente mi sta ad ascoltare. Nelle tante lettere che mi scrivono il tono è sempre questo: «Grazie, lei dice quello che sento». Siccome sono vecchio e non ho più paura di essere preso per pazzo dico le cose che sento… e la gente questa pazzia la riconosce, è la pazzia di tutti, tutti vogliono vivere in pace, chi vuol mandare i propri figli a morire?
Però soltanto quando si vedono i morti altrui come propri, quando si sente la sofferenza sui corpi degli altri come sul proprio, allora si comincia a ragionare. Il cammino di pace può partire da tante considerazioni: secondo me è l’unico cammino oggi. Qualcuno mi ha detto: ah, tu parli sempre della pace, ma in tutta la storia dell’umanità c’è stata sempre la guerra… Io ho risposto, citando Gandhi: ma perché ripetere la vecchia storia e non cominciarne una nuova?
L’essere umano che noi siamo oggi non è allo stadio definitivo, veniamo dalla scimmia, ci sono voluti cinque milioni di anni per diventare così. Questa non è la fine della nostra specie, è una parte della sua storia. Allora perché non approfittare ora di questa bella cosa che è la coscienza per fare un passo in su invece che in giù? Visto che possiamo ancora cambiare, perché non prendiamo la decisione di cambiare in meglio, un po’ più di fratellanza, un po’ meno violenza…
Ma guardatevi davvero bene attorno, guardate la televisione, siamo all’inizio di una svolta orribile di disumanità, di atrocità, di imbarbarimento… Vogliamo continuare in questa catena oppure, come io dico, cogliere questa buona occasione? Tutto il mondo ha visto le torri crollare, e tutto il mondo tutte le sere vede la Palestina, com’è che la gente non si sveglia? Io ci spero ancora: questa è una buona occasione, l’occasione che tutti dicano basta, non si può andare avanti così…

In realtà anche noi siamo complici di tutto ciò.
Io dico che siamo inconsapevoli complici, non c’è dubbio, siamo corresponsabili. Se non prendiamo coscienza e non diciamo basta….

Come facciamo noi occidentali a vivere questa contraddizione? In realtà tutti virtualmente abbiamo bombardato l’Afghanistan.
Sono d’accordo, e mi vergogno… Ci sono momenti nella storia in cui vivere normalmente, come se non fosse successo niente, è vergognoso. Bisogna arrestare un attimo la propria vita frenetica e dire no, parlare con gli altri, contarsi. Viviamo ancora in un sistema democratico, possiamo fare qualcosa. Io ho scritto un libro, vado in giro, parlo, ognuno fa il suo. Durante una delle mie presentazioni un signore anziano si è alzato e ha chiesto come avrebbe potuto contribuire. Io gli ho domandato: «Ma lei cosa faceva nella vita?». «Io suonavo». «E allora si rimetta a suonare per la pace, insegni ai giovani a godere della musica, se amano la musica verranno fuori dei pacifisti, forse…».

Cosa direbbe a un bambino?
Gli parlerei di una cultura di pace. Ieri il mio editore mi ha detto: «Visto che ha un nipotino di due anni e mezzo – a cui è dedicato l’ultimo libro Lettere contro la guerra, ndr – perché non scrive un racconto per lui?»
Io mi rendo conto che sono vissuto tutta la vita senza essere esposto a delle idee di pace, tutta la storia che studiamo parla di massacri, di guerre, Alessandro è Magno (grande) perché ammazza tutti… Sono dovuto arrivare a sessant’anni per scoprire in India che l’imperatore Ashoka, vissuto nel terzo secolo a.C., dopo una battaglia disse: «Che cosa terribile ho fatto!», e cambiò profondamente. Davanti al museo nazionale di Delhi c’è una stele dove si annuncia che Ashoka aveva aperto in Siria due ospedali, uno per gli umani e uno per gli animali. Questo accadde più di duemila anni fa. E noi parliamo tanto di progresso. Un bambino che sa queste cose cresce in modo diverso.
Davvero sono preoccupato… le cose sono complicate, non mi aspetto niente di buono, senonché continuo a credere che questa possa essere ancora una buona occasione. Questi orribili mezzi di comunicazione di massa che oggi mi spaventano sono anche un potente aiuto.

Esiste allora un lato positivo della globalizzazione?
Certo. Questo mio pellegrinaggio di pace che mi ha portato in diverse città italiane a parlare del mio ultimo libro è cominciato con una letterina, una e-mail che ho mandato a tre o quattro amici dal mio rifugio sull’Himalaya. Questi a loro volta l’hanno mandata ai loro amici e agli amici degli amici, ed è diventata una catena di S. Antonio. A un certo punto ho ricevuto la telefonata di un preside di un liceo di Foggia che mi diceva: «Ho avuto la sua e-mail da una monaca buddista di Katmandu». Vedi la globalizzazione…
In questo viaggio in Italia ho incontrato migliaia di giovani, migliaia di persone, ho fatto a volte tre riunioni al giorno. Se in ciascuno di questi incontri ho acceso anche una sola lampadina, e questa ne ha accesa un’altra e così via… posso essere contento, ho fatto il mio dovere. E ora torno per un po’ alla mia meravigliosa montagna.

 
Spunti di Lettura
Tiziano Terzani
 
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La pių grande forza dell'Universo

Di Admin (del 02/04/2008 @ 22:19:21, in Aivanhov Omraam Mikhael , linkato 229 volte)

La luce, quella sostanza impalpabile e apparentemente così debole e inoffensiva, in realtà è la più grande forza che esista nell’universo. È lei che Dio, in principio, ha chiamato per prima per farne la materia della creazione. Grazie ad essa i mondi girano nello spazio, e le pietre, le piante, gli animali e gli uomini vivono.
La stessa idea è espressa da San Giovanni all’inizio del suo Vangelo quando scrive: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio… Tutto è stato fatto per mezzo di Lui, e senza di Lui nulla è stato fatto di tutto ciò che esiste. In Lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini…» Si, tutto ciò che è stato fatto proviene da quella luce originale: il Verbo. Ecco perché la scienza dell’avvenire sarà quella della luce e dei colori.

Omraam Mikhael Aivanhov

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Il sermone della natura

Di Admin (del 20/03/2008 @ 11:51:07, in Perle di Saggezza, linkato 236 volte)

Un maestro stava per iniziare il suo sermone quando un uccellino attaccò a cantare. Il maestro non parlò e tutti ascoltarono l'uccellino. Cessato il canto, il maestro disse: "Bene, il sermone è terminato", e così se ne andò.

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