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La natura della consapevolezza, intervista a Oliver Sacks

Di Admin (del 02/05/2008 @ 00:02:02, in Co/Scienza, linkato 162 volte)

di Christian Wertenbaker

Oliver Sacks è professore di neurologia clinica alla facoltà di Medicina Albert Einstein, ed è famoso per le sue intuizioni straordinarie sul mondo interiore dei pazienti affetti da malattie neurologiche, esposte nei suoi libri e nel film Risvegli. Sono andato a trovarlo per ascoltare le sue idee sulla consapevolezza e la coscienza.

Sono andato a trovare il mio collega Oliver Sacks a casa sua, a City Island nel Bronx, per ascoltare le sue idee sulla consapevolezza e la coscienza. Il dr. Sacks è professore di neurologia clinica alla facoltà di Medicina Albert Einstein, ed è famoso per le sue intuizioni straordinarie sul mondo interiore dei pazienti affetti da malattie neurologiche, esposte nei suoi libri: L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, Emicrania, Risvegli, Zio Tungsteno, Un antropologo su Marte, Vedere voci, Su una gamba sola, L’isola dei senza colore e l’isola delle Cicadine.

Di Risvegli è stato girato un film, con Robin Williams nelle vesti del dr. Sacks, ma i suoi libri hanno ispirato anche molte recite teatrali, tra cui A Kind of Alaska di Harold Pinter e The Man Who di Peter Brook, oltre a un’opera lirica.

La piccola casa del dr. Sacks è piena di libri; una volta egli l’ha descritta come “una macchina per lavorare”. Le sue opere attingono alla dottrina di molti campi; in particolare, egli è attratto dall’antica letteratura neurologica, piena di descrizioni dettagliate e umanistiche di pazienti affetti da malattie del cervello. Tra i molti interessi del dr. Sacks vi sono la botanica e il nuoto: egli trova ispirazione e rilassamento in frequenti visite ai Giardini botanici del Bronx e nel nuoto intorno a City Island.
Christian Wertenbaker: Come definiresti la consapevolezza?

Oliver Sacks: Oh Dio! Non c’è tempo per riscaldarsi! Ciò attraverso cui una persona osserva le proprie emozioni e processi mentali ed elabora il senso dell’io… Un io storico, sociale e personale. Come Gerald Edelman (nota 1), vorrei distinguere tra una consapevolezza primaria e una di ordine più elevato: la prima è soprattutto percettiva, mentre la seconda è una nozione concettuale del proprio io.

Christian Wertenbaker: Ritieni che gli animali possiedono la consapevolezza percettiva, o nemmeno quella?

Oliver Sacks: Penso che gli animali possono creare scene, costruire scene che sono in grado di percepire e dotare di senso e coerenza; non stanno meramente reagendo a semplici stimoli. Considero la creazione di scene la caratteristica fondamentale di una consapevolezza primaria.

Christian Wertenbaker: E che cosa distingue l’altra consapevolezza?

Oliver Sacks: In parte, la consapevolezza della morte, che nessun animale possiede. In parte, la capacità di ricordare o vedere la propria vita come un tutto; la capacità di immaginare altre prospettive o altri stati mentali; di pensare ipoteticamente o teoricamente, di affrancarsi dal qui e ora.

Christian Wertenbaker: Alcune persone distinguerebbero tra la consapevolezza del mondo e la consapevolezza di essere consapevoli. Pensi che la consapevolezza del proprio io sia una caratteristica che solo noi umani possediamo, e che sia una componente necessaria della nostra consapevolezza?

Oliver Sacks: L’autoconsapevolezza è una componente determinante. Gli animali non arrossiscono. Forse non sono molto consapevoli di essere osservati… Ma, detto ciò, credo che gli animali possono avere anche questo: la nozione di essere nel campo visuale di un’altra creatura è molto primitiva.

Tuttavia, non sono sicuro di essere in grado di parlare della consapevolezza. Recentemente sono usciti tantissimi libri sull’argomento, ce n’è stata un’alluvione. Ovviamente, questo è il punto in cui la neurobiologia, la psicologia e la filosofia convergono.

Christian Wertenbaker: E forse anche la fisica. Per un certo periodo, è sembrato che i fisici fossero più interessati alla consapevolezza dei neuroscienziati.

Oliver Sacks: È plausibile. Ma non mi vanno molto a genio le nozioni di consapevolezza quantica ecc., nella misura in cui scavalcano la biologia e in qualche modo la ritengono irrilevante. In realtà, la consapevolezza si è sviluppata nei sistemi nervosi di un tipo e una complessità particolari, grazie all’evoluzione e alle esperienze individuali, e mi sembra che tutto ciò non va scavalcato. Non sto affermando che per principio la consapevolezza non può esistere, eventualmente, in qualcosa fatto di silicio piuttosto che di unità di carbonio, come dicono a Star Trek (risata). Ma sono scettico delle teorie della consapevolezza che non si basano su una profonda conoscenza dell’anatomia, della fisiologia e del comportamento del sistema nervoso, oltre che della sua embriologia e della sua evoluzione.

Christian Wertenbaker: Cosa pensi delle idee di Roger Penrose, in particolare della sua tesi principale secondo cui la consapevolezza è fondamentalmente non-algoritmica, e che quindi una macchina non può mai essere consapevole?

Oliver Sacks: Egli è chiaramente un genio, nel suo campo. Ma passare dalla natura non-algoritmica del pensiero (e sono d’accordo che processi mentali “più elevati” non sono algoritmici) a una teoria meccanico-quantistica della consapevolezza, mi sembra un salto gratuito e non necessario, oltre che improduttivo. Penso che le teorie della consapevolezza possono svilupparsi naturalmente e senza discontinuità dalle esistenti leggi fisiche e fisiologiche. Quanto alla questione se una macchina può essere consapevole, dipende dalla nostra definizione di macchina. Sono sempre esistite metafore meccaniche della percezione o della consapevolezza, dal “mulino” di Leibniz nel diciassettesimo secolo, alla comunicazione telefonica nel ventesimo secolo, fino al computer di adesso. Ma penso che se vogliamo definire macchina il cervello, dobbiamo immaginare una “macchina” di tipo molto più avanzato di tutto ciò che siamo in grado di produrre, oltre che basata su principi diversi. Credo che l’evoluzione, l’emersione, l’apprendimento e l’adattamento si costruiscono nel cervello, e non sono sicuro che esistono degli equivalenti meccanici.

Nel 1948, quando ero un adolescente, vidi la tartaruga di Grey Walter, che era un robot programmato per rispondere in modo particolare a determinati stimoli. Non riesco a immaginare che una cosa del genere possa essere consapevole. D’altra parte, ritengo che alcuni dei manufatti di Edelman rivelano un certo apprendimento e categorizzazione percettivi, e potrebbero, in linea di principio, diventare consapevoli.

Mi interessano i miti del golem, che in un certo senso vertono sulla questione se una macchina può avere la consapevolezza o la coscienza, e se sì, di che tipo. Il primo golem fu creato da un rabbino praghese nel dodicesimo secolo, ed era progettato per essere un famulo, o servitore domestico. Fatto interessante, i golem erano muti; non avevano li linguaggio. Poi, alcuni di loro persero la testa e uccisero i padroni. Gershom Scholem ha scritto un saggio interessante, chiamato The Two Golems, in cui paragona il golem medievale a un computer (stava parlando alla presentazione di un nuovo, grande computer a Rehovot).

Nemmeno i più potenti supercomputer mi hanno mai dato la sensazione di essere consapevoli, mentre il contrario avviene con un cane. Di certo, in alcuni cervelli e meccanismi mentali di livello inferiore esistono forme di calcolo (o di algoritmi, se è per questo). La percezione della profondità, per esempio, può essere spiegabile con un tipo relativamente semplice di algoritmo ripetuto. E la “costruzione” del colore, nella corteccia prestriata, sebbene in forma semplificata, è stata calcolata. Ma il modo in cui una persona crea scene e significati, assegnando valori alle cose, è essenzialmente esperienziale e individuale, a differenza di tutto ciò che è svolto dalle macchine. La conclusione è questa, suppongo: ammetto il calcolo e la meccanica a molti livelli, ma non a quelli più elevati.

Christian Wertenbaker: Tutto ciò ruota fondamentalmente intorno alla domanda: cosa fa di noi degli esseri consapevoli, al contrario di tutte le altre cose che sembrano non esserlo (certamente non nello stesso modo nostro), anche se sono in grado di fare molto di ciò che facciamo noi? Qual è la caratteristica principale che ci distingue?

Oliver Sacks: Un organismo, e soprattutto un organismo umano, deve creare un mondo, oltretutto reagendo a specifici stimoli. Un cane vive nel mondo di un cane, un pipistrello in quello di un pipistrello. Le esperienze conducono a un mondo, e allo stesso tempo sono definite da esso. Henry James una volta disse che le avventure accadono solo a coloro che sono in grado di raccontarle. Quindi, per una mente creatrice di avventure, queste ultime accadono; il mondo, in realtà, consiste in larga misura di avventure. Creiamo uno spazio interiore in cui possiamo muoverci in modo relativamente facile con l’immaginazione e il sentimento. Esiste una notevole libertà di azione… Anche se, quando si è depressi, si perde tale libera volontà e si ha la sensazione che nessuno la possieda. Esiste un bel passaggio, nelle Meditazioni di Cartesio, in cui egli guarda fuori dalla finestra e, vedendo le persone sotto di lui, afferma: “Sembra che esse abbiano volontà e libertà di scelta, ma come posso sapere se non sono ingegnosi burattini o parti del meccanismo di un orologio?”. La volontà è essenziale per definire un organismo e la consapevolezza.

Christian Wertenbaker: In precedenza hai accennato al fatto che la capacità di immaginare la posizione – il mondo – degli altri, è parte integrante della consapevolezza di cui siamo capaci. Adesso stai dicendo che quando siamo depressi, perdiamo la percezione sia della nostra libertà che di quella degli altri. È un fatto interessante.

Oliver Sacks: Ricordo una collega che una volta mi disse che, quando era depressa, pensava che gli altri si muovessero come robot, e che era molto difficile immaginare cosa li motivasse. In modo simile, quando sono depresso, la poesia non riesce a commuovermi; non sono in grado di entrare in essa ed essa non è in grado di entrare in me. Vedo una sorta di superficie tessellata di parole della quale posso forse apprezzare l’abilità prosodica, ma che mi lascia freddo. Questo può succedere anche con le persone affette da autismo. La mia amica Temple Grandin, una donna autistica, è molto musicale, anche se in realtà non ha alcun senso della musica. Ma possiede un’elevata intelligenza musicale. Quando è andata a un concerto di Bach – le Invenzioni a due e tre voci – il suo principale commento è stato che avrebbe desiderato ci fossero state anche invenzioni a quattro e cinque voci! La musica non l’ha toccata minimamente, anche se l’ha giudicata molto ingegnosa.

Volontà. Libertà di azione. Movimento. Penso che nello stile motorio di ognuno vi siano emotività e individualità. La festinazione parkinsoniana sembra meccanica e robotica, priva di stile e musicalità. È come se “esso” camminasse, mentre il soggetto del camminare dovrebbe essere “io”. Una volta ho avuto come paziente un’ex insegnante di musica, descritta in Risvegli, che diceva di essere stata “demusicalizzata” dal morbo di Parkinson, ma che poteva essere “rimusicalizzata”. Penso che stiamo parlando, in parte, di “io” e di “esso”.

Christian Wertenbaker: “Rimusicalizzata” come?

Oliver Sacks: In risposta alla musica stessa. Con la musica lei era in grado di danzare o camminare con grazia e oscillando le braccia, oltre che in modo autonomo e con un senso dell’io. Invece di essere un oggetto agitato dalla festinazione, camminava naturalmente. Forse è necessario usare un temine come identità. La festinazione parkinsoniana non ha identità; è anonima, senza stile.

Christian Wertenbaker: Ma la persona continua ad agire?

Oliver Sacks: Sì, ma i gesti sono un’importante espressione della propria identità. Questa è una delle ragioni per cui ho provato una sensazione strana e imbarazzante quando, per girare Risvegli, Robin Williams si è appropriato di molti dei miei gesti (risata).

Christian Wertenbaker: Questo fatto di entrare nei panni di un altro, in relazione alla consapevolezza, ha molto a che fare con la coscienza. In alcune lingue, per esempio nel francese, i due concetti sono resi dalla stessa parola.

Oliver Sacks: Sì… Un esempio interessante è Phineas Gage, un famoso paziente che ebbe una spaventosa lesione cerebrale verso il 1840. Prima che i suoi lobi frontali venissero accidentalmente tagliati in due da un piede di porco, egli veniva considerato una persona attenta, premurosa, prudente e lungimirante. Dopo il danno cerebrale, divenne incauto, imprudente, sconsiderato, privo di scrupoli e stupido, sebbene l’intelligenza formale – le facoltà cognitive formali come il linguaggio e così via – rimasero intatte. Era come se non fosse più in grado di vedere alcune conseguenze delle sue azioni, o immaginare come gli altri potevano vederle. Per cui, nel suo caso si ebbe un collasso di entrambi gli aspetti della consapevolezza: quello intellettuale, e quella che si potrebbe definire la consapevolezza morale, o coscienza.

Christian Wertenbaker: Si tratta di un’incapacità a concettualizzare o è qualcosa di più sottile? Voglio dire: se gli fosse stato chiesto cosa sarebbe successo facendo questo o quello, egli probabilmente avrebbe potuto rispondere, ma…

Oliver Sacks: Sì, esattamente. Di questo fatto parla spesso Antonio Damasio (nota 2): i pazienti del lobo frontale articolato sono in grado di dire perfettamente, forse, ciò che dovrebbero sentire.

Nella prima guerra mondiale ci fu un giudice che subì una grave lesione al lobo frontale: essa lo rendeva incapace di provare emozioni, ma non colpiva le sue facoltà intellettuali. Si sarebbe potuto pensare che ciò avrebbe fatto di lui un giudice migliore, invece egli abbandonò il seggio, dicendo che poiché non era più in grado di comprendere o immaginare i motivi degli altri, non si riteneva adatto a quel lavoro. Un intuito raro.

Christian Wertenbaker: Mi ricorda l’intuito che la tua amica autistica, Temple Grandin, sembra avere in relazione al proprio funzionamento.

Oliver Sacks: Certamente lei sa intellettualmente che le mancano alcune forme di consapevolezza. A scuola aveva la sensazione che le altre persone comunicassero tra loro mediante un linguaggio complesso, verbale e no, fatto di segni segreti, cenni e allusioni, che lei ignorava e non riusciva a comprendere. Esisteva l’intuizione intellettuale, ma era inutile… Anche se la portò a “esplorare” la mente e gli scopi degli uomini, diventando, nelle sue parole, “un’antropologa su Marte”.

La coscienza è solo un’interiorizzazione della disciplina dei genitori e delle sanzioni sociali, o esiste qualcosa che trascende tutto ciò, un senso del bene e del male? Io credo che esiste una forma trascendente di coscienza, che non ha nulla a che fare con ricompense e punizioni.

Christian Wertenbaker: Questa coscienza è qualcosa che si impara o è innata?

Oliver Sacks: Wittgenstein usava il termine decenza, cioè se si era esseri umani decenti. Non vedo come si può dire se una cosa come questa è appresa o innata, perché la gente, a parte i ragazzi-lupo e cose simili, subisce sin dall’inizio l’influenza del mondo della cultura. È difficile parlare della “natura umana” in quanto tale, perché siamo sempre sotto l’influenza della cultura. Questa è una delle ragioni per cui i ragazzi-lupo sono così affascinanti: per questa idea secondo cui potremmo vedere in essi la natura umana allo stato primitivo.

Christian Wertenbaker: Il sistema visivo è chiaramente sia innato che acquisito: si nasce con un sistema connettivo innato che è massicciamente modificabile dalle esperienze, e che non si svilupperà adeguatamente se non verrà esposto a queste ultime.

Oliver Sacks: Giusto. Direi che allo stesso modo può esistere una sorta di primitivo sistema connettivo morale all’interno dei lobi frontali, e tra questi e il sistema limbico ecc., lo sviluppo del quale può dipendere da complesse esperienze sociali e morali. La cosiddetta empatia è innata o acquisita?

Quando guido, sono affascinato dal comportamento sconsiderato, impulsivo, egoista, violento o criminale di certi guidatori. Questo mi fa sorgere il desiderio di conoscere più da vicino il loro tipo morale, così spesso li raggiungo per vedere la loro fisionomia morale, la posa, l’espressione dei volti.

Sono ossessionato dalla nozione delle bugie, o delle non-verità – mie o di qualcun altro – incluse quelle cose inconsapevoli che sono quasi automatiche. Nel mio lavoro, trovo che talvolta sono necessarie varie riscritture per raggiungere una sorta di correttezza morale e di equilibrio intellettuale. A proposito delle bugie, ho conosciuto una famiglia in California, proveniente dal Messico rurale, di raccoglitori stagionali di carciofi, in cui cinque dei bambini erano congenitamente sordi e non conoscevano alcun linguaggio. Non avevano mai incontrato altre persone, né erano andati a scuola. Non avevano nessun vero linguaggio gestuale, solo una sorta di lingua dei segni “fatta in casa”, con pochissimi elementi. Comunicavano tra loro, con la famiglia e forse con alcuni vicini, ma il loro non era un vero linguaggio. E i due più giovani, un ragazzo e una ragazza adolescenti, adesso stanno imparando il linguaggio gestuale americano. La ragione per cui parlo di questo è che la ragazza, che ora ha quindici anni, è diventata ossessionata dall’idea delle bugie. Ha la sensazione che lei o gli altri possano mentire, come se l’acquisizione del linguaggio avesse portato con sé il concetto di bugia.

Christian Wertenbaker: Interessante. Si può vedere subito che per comprendere l’idea di bugia devi conoscere il linguaggio, ma…

Oliver Sacks: Hughlings Jackons parla del fatto che le persone afasiche, ovvero persone che hanno perso il linguaggio a causa di un danno cerebrale, non possono fare proposizioni, non sono in grado di pensare a se stesse. Possiedono solo un linguaggio emotivo, fatto di esclamazioni.

Christian Wertenbaker: Come quel tuo paziente artista che, avendo perso la visione dei colori, non riusciva più nemmeno a immaginare questi ultimi, anche se intellettualmente sapeva tutto su di essi.

Cambiando argomento: pensi che esistono livelli intermedi di consapevolezza, oltre al sonno e la veglia?

Oliver Sacks: Oh sì. Ci sono dei momenti in cui si è più sensibili, in cui il proprio intuito è più vasto e profondo. Uno dei poteri dell’arte è rendere più grande e profonda, in modi diversi, la consapevolezza di una persona, che si tratti di consapevolezza estetica, morale o mistica. Questa è una funzione anche della scienza e della filosofia: favorire forme di consapevolezza intellettuale più ampie e profonde. Una persona ha degli stati d’animo, o degli umori, nei quali la consapevolezza sembra espandersi e farsi più comprensiva, accogliente, generosa, sensibile e anche particolareggiata, mentre in altre occasioni sembra restringersi. L’educazione andrebbe considerata come educazione della consapevolezza, e non solo come l’insegnamento delle varie professioni.

Esistono molte forme di consapevolezza. Per esempio, leggendo Simone Weil, avverto una straordinaria consapevolezza mistica e religiosa. Anche se non è alla mia portata e non rientra nei miei gusti preferiti, riesco ad avere un’intuizione dello spazio in cui si trova lei.

Christian Wertenbaker: Quando si sperimentano questo allargamento e questa “consapevolezza particolareggiata”, non siamo nello stesso campo di cui sta parlando Simone Weil?

Oliver Sacks: Forse. Esistono le esaltazioni. Come diceva Flaubert? “Anche la mente ha le sue erezioni”. William James pensava che le droghe, compreso l’alcool, erano mistagogiche, e certamente l’espressione “espansione di consapevolezza” era molto in voga negli anni sessanta. Anche la perdita e il dolore possono espandere la consapevolezza. Ho scritto la maggior parte di Risvegli subito dopo la morte di mia madre. Tutti i tipi di esperienza possono espandere la consapevolezza, e forse in questo c’è un elemento mistico.

Alla fine del mio libro L’isola dei senza colore, descrivo una passeggiata nella foresta in cui la percezione dell’antidiluviano, di prospettive immense del tempo, sembrava portarmi da un orizzonte egoico meschino, pressante e ordinario, a qualcosa di più spazioso e trascendentale… Un sentimento di amicizia con la terra, la sensazione di essere quasi coevo del mondo. È molto interessante muoversi tra piante, rocce, animali e isole molto più antichi dell’uomo.

Circa tre mesi fa c’è stata un’eclissi totale di luna. E io, che normalmente sono troppo timido per parlare in strada con la gente, sono uscito di corsa con il binocolo e un piccolo telescopio, dicendo: «Guardate, guardate!». Sono addirittura intervenuto in una discussione che si stava svolgendo nel parcheggio sotto casa mia, tra una donna e il custode, dicendo: «Fermatevi, voi due! Fermatevi per un minuto, e guardate il cielo! È una vista meravigliosa che non vedrete mai più. Date un’occhiata e poi, se proprio non potete farne a meno, ricominciate a discutere». Sono stati così colti di sorpresa che si sono messi a guardare – avevo dato loro il binocolo e il cannocchiale – e penso che abbiano provato un istante di meraviglia, di stupore e di una sorta di sensazione trascendentale. Poi mi hanno restituito le cose e sono tornati a discutere (risata).

La musica, in particolare la musica religiosa vocale, come Bach, talvolta mi trasporta in sfere e stati di consapevolezza altrimenti inaccessibili. Mi sono sentito sopraffatto quando ho ascoltato la Passione secondo S. Matteo di Jonathan Miller, l’altra domenica. Jonathan Miller è un mio vecchio amico, e come me è un ebreo ateo. Tuttavia, questo ebreo ateo ha elaborato una visione affascinante e profondamente commovente della Passione.

Il discorso è simile per le arti visive. Dopo aver visto Vermeer ed essermene saturato, posso rimanerne così influenzato da vedere la luce, le ombre e le pose umane in modo del tutto nuovo.

Quando stavo in Sudafrica, ho incontrato un mio quasi omonimo, un uomo chiamato Albie Sachs (poi abbiamo scoperto che i nostri nonni venivano dalla stessa regione della Lituania). Egli è un grande amico di Nelson Mandela, e come lui ha vissuto moltissime esperienze: quando cercarono di assassinarlo, ha perso un braccio. Ma, come Mandela, egli è completamente privo di amarezza o risentimento. La sua presenza mi incuteva timore reverenziale. Avevo la sensazione di trovarmi di fronte un genio morale, un essere straordinario, con una consapevolezza… una coscienza morale trascendente ed espansa. E semplicemente camminando con lui, penso di avere assorbito qualcosa, così come quando, passeggiando con una persona molto sensibile e poetica, si comincia a condividerne la visione per un po’. E forse qualcosa resta anche dopo.

Christian Wertenbaker: Anche passeggiare con una persona che non conosce il luogo in cui stiamo camminando può aiutare a sperimentare quel luogo come fosse nuovo.

Oliver Sacks: Assolutamente. Ogni contatto umano ha il potenziale di cambiare la consapevolezza, perché ci si imbatte in una concezione e una costruzione del mondo diverse dalla propria.

Christian Wertenbaker: Sei davvero ateo?

Oliver Sacks: Oh, non lo so.

Christian Wertenbaker: Mi ricordo la tua espressione “comprendere il primo compositore”, che è bellissima.

Oliver Sacks: In realtà, credo che fosse una citazione di Sir Thomas Browne. Essa si trova in The Twins [in L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello]. E ci sono molti contenuti mistici e religiosi anche nel libro della gamba (Su una gamba sola). Ma non riesco più a vedermi in alcuni di quegli stati mentali. Non ne sento il bisogno, e non vedo più spazio per un “protettore”, un Padre Celeste o qualsiasi cosa non abbia a che fare con la scienza. Non scorgo “Disegni” o “Scopi”. D’altra parte sento, per parafrasare Darwin, che esiste una sorta di grandiosità nella visione dell’evoluzione. Ma non è il tipo di grandiosità che può essere emotivamente soddisfacente o che può fare su una persona lo stesso effetto, per dire, degli affreschi di Giotto nella Cappella degli Scrovegni, con la loro raffigurazione di un cosmo ruotante intorno all’uomo e un paradiso dal quale qualcuno guarda in basso verso di te, prestandoti attenzione. Non riesco a immaginare nessuna divinità personificata.

Christian Wertenbaker: L’idea di un Dio che guarda in basso verso di te è chiaramente non-atea, ma è anche possibile considerarsi più piccoli di una cellula, dal punto di vista dell’attenzione ricevuta, e continuare a percepire l’esistenza di una sorta di scopo.

Oliver Sacks: Sì, in un certo senso si contribuisce alla storia dell’universo… Ma, detto questo, mi accorgo che parole come paradiso e inferno, benedizione e maledizione, preghiera e ringraziamento, sono spesso sulle mie labbra. Sul mio comodino tengo una Bibbia e un dizionario. Non posso dire di leggere la Bibba come se fosse letteratura, o perché mi piace il linguaggio della versione di Re Giacomo, anche se è così. Forse è un po’ come Vermeer o Bach: trovare un accesso almeno indiretto a un altro mondo o a molti altri mondi. Penso che occorre avere un atteggiamento di gratitudine per il fatto di essere vivi, e che bisogna sentirsi benedetti o privilegiati per essere qui, avere il pieno possesso delle proprie facoltà mentali e godere di discreta salute. Non sono sicuro del nome da dare a questo sentimento. Non si tratta solo di un sentimento morale. Spesso voglio dire grazie, ma a chi? Per cosa? Mi piace lavorare in un’atmosfera religiosa: tutti i mercoledì lavoro al mattino in un ospedale ebraico, e al pomeriggio in una casa cattolica.

Christian Wertenbaker: Nel pensiero medico dell’India, la mente viene considerata un altro organo di senso. Tu stai descrivendo un rapporto con il mondo che richiede la mente, perché essa può conoscere il significato di ciò che vedo; ma allo stesso tempo tale rapporto richiede qualcosa di più, perché la mente da sola non conduce a quel tipo di sentimento.

Oliver Sacks: Quando mi sento bene, ho la sensazione di essere un germoglio che sta sbocciando: questa sensazione, questa immagine biologica, per me, è l’immagine della consapevolezza e della coscienza. Non è assolutamente un’immagine meccanica. Winnicott sentiva che all’interno di ognuno c’era qualcosa di simile, che lui paragonava a un tulipano: un’identità unica e autonoma, inaccessibile alla consapevolezza, protetta da interventi o interferenze nei modi più comuni, e pensava che uno dei compiti della psicoanalisi fosse mantenere il terreno sgombro da tali interferenze. Credo che una delle ragioni per cui mi piacciono le piante sia la sensazione della loro persistenza in ciò che sono, senza essere – per così dire – spugne delle influenze sociali o altro.

Prendo la maggior parte delle mie metafore dal mondo biologico, e un numero sorprendente da quello vegetale. La gente direbbe subito: “Beh, siamo animali”, usando quindi metafore animali, ma penso che la nozione vegetale di un germoglio in fioritura sia un buon simbolo per la consapevolezza. Sono più sensibile al mondo nella natura che a quello della cultura e degli uomini. Che si tratti delle stelle, della foresta o di immersioni subacquee nelle barriere coralline, sento che queste cose espandono la consapevolezza.

Nota 1. Il dr. Edelman, direttore dell’Istituto di neuroscienze e presidente del Dipartimento di neurobiologia allo Scripps Research Institute, ha scritto molti libri sulle basi neurali della consapevolezza. Nella sua concezione viene messa in particolare rilievo la natura biologica ed evolutiva del cervello e della mente umani. Egli ha anche creato molte macchine computerizzate che simulano alcuni aspetti dell’attività mentale umana.

Nota 2. Il dr. Damasio, professore e presidente del Dipartimento di neurologia nella facoltà di Medicina dell’Università dello Iowa, è universalmente considerato uno dei più importanti studiosi degli effetti dei danni cerebrali sull’attività mentale. Il suo libro del 1994, L’errore di Cartesio, sottolinea il ruolo dell’emozione nella cognizione e razionalità umane. Inoltre, esso contiene una descrizione dettagliata del caso di Phineas Gage, che fu importantissimo per comprendere la funzione dei lobi frontali nell’uomo.

Il dr. Christian Wertenbaker è professore clinico aggiunto di neurologia e oftalmologia alla facoltà di Medicina Albert Einstein, e un redattore capo della rivista “Parabola”.

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Sri Ma Anandamayi

Di Admin (del 01/05/2008 @ 23:42:51, in Induismo, linkato 196 volte)

Sri Ma Ananadamay è riconosciuta oggi come una grande personalità spirituale.  Nacque nel 1896  e raggiunse il MahaSamadhi all’età di 86 anni; le limitazioni contingenti non condizionarono mai la sua libertà di essere se stessa in ogni circostanza. Era la personificazione della più gioiosa auto-sufficienza, che catturava il cuore di tutti quelli che la avvicinavano. Il misterioso distacco che le era caratteristico era totalmente superiore all’umana comprensione e ben bilanciato dall’amore compassionevole per tutte le creature viventi, che la rendeva vicina più di quanto possa essere il più intimo amico. Era il Maestro la cui guida era ricercata dai semplici e dagli eruditi, dagli anziani e dai bambini, da persone di culture straniere quanto da quelli legati alla tradizione. Viaggiò incessantemente, trovandosi  in ogni luogo come a casa, e nessuno fu mai uno straniero per lei.

Per tutto il territorio indiano e oltre i suoi confini, la gente che la incontrava riconosceva in lei la personificazione della propria visione dell’Amato (Divino) così come era caro ai loro cuori. A Dhaka, dove fu conosciuta all’inizio, era nota come “Manush Kali”, cioè “la Kali Vivente”, poiché Kali è la divinità patrona del Bengala. Quando viaggiò in altre province, la sua presenza sollecitò lo stesso responso, fin dalla prima comparsa. Sulle sponde del sacro fiume Narmada, fu salutata come “Devi Narmada”. A Madurai la folla che attese ore per vederla la chiamava Dea Minakshi. Nel Punjab le tributarono onori al pari del santo Granth Sahab. A Vrindaban , Sri Haribabaji Maharaj, un Mahatma molto rispettato, vide in lei la divinità cui era devoto, Gauranga. I Sindi devoti di Sri Udiyababaji Maharaj la riverirono quale forma visibile di Jhoolelal, loro Dio. A un devoto musulmano accadeva di vedere la sua immagine coronata da un Taj durante la meditazione. Un devoto cristiano esclamò spontaneamente “Ora abbiamo un volto da dare a Dio”. Le semplici donne degli altopiani di Almora avrebbero detto di lei: “Ora che abbiamo te con noi, non abbiamo bisogno di visitare il tempio”.

Uno straniero, un giornalista irlandese le chiese apertamente: “Dunque devo credere che tu sei Dio?” Sri Ma rispose: “Non c’è altro che Lui solo; tutti e tutto sono soltanto forme di Dio. Anche nella tua persona Egli è venuto per offrire il suo darshana (visione)”. Questi insistette: “Perché sei in questo mondo?” “In questo mondo?” rispose Sri Ma “Io non sono in alcun luogo. Io sono sempre in me stessa”.

Durante la stessa conversazione l’irlandese disse: “Io sono cristiano” Sri Ma rispose: “Anche io, sono cristiana, musulmana, qualsiasi cosa vogliate”.

In generale il sorriso inimitabile di Sri Ma disarmava ogni indagine sulla sua identità. Una volta rispose alle domande di un devoto con queste parole: “Le persone hanno varie visioni di dei e di dee (in me), a seconda delle loro predisposizioni. Quello che ero prima, sono ora e sarò d’ora in poi. E sono anche qualsiasi cosa tu o chiunque altro pensiate che io sia… perché non la vedi in questo senso: il desiderio (di ricercare la Verità) vi ha portato a incontrare questo corpo. Tutti voi l’avete voluto e dunque l’avete trovato. Questo è quanto dovete sapere.”

Richard Lannoy, che le fu devoto per molti anni, ha riassunto lo stile di Sri Ma in una frase molto eloquente: “C’era una stranezza, una particolarità, una qualità indefinibile che era così prossima al limite di ciò che è definito umano che rendeva l’aggettivo ‘umano’ del tutto inadeguato al suo caso, e ‘divino’ insufficiente. E’ accettato da tutti che lei fosse semplicemente unica… Fu, per tutta la vita, l’apice della perfezione senza sforzo”.

Sri Ma Anandamayi nacque nel piccolo villaggio di Kheora, oggi in Bangladesh, il 30 aprile 1896. La sua era una famiglia di bramini molto pia e prestigiosa, anche se povera. Le fu dato il nome di Nirmala Sundari Devi, che significa “bellezza immacolata”, particolarmente appropriato alla splendida bambina, spensierata e felice, che trascorse la sua infanzia nell’area del villaggio. Era molto cara a tutti -  sempre pronta a dare una mano nelle faccende di tutti e a servire col massimo impegno chiunque le chiedesse di fare delle commissioni. Il villaggio, che consisteva principalmente in famiglie musulmane, le riservò un affetto che sarebbe durato per molti anni. Ancora oggi, la popolazione musulmana di Kheora la ricorda come la “Nostra Ma”.

Il padre di Sri Ma era un devoto Vaishnava (di Vishnu – ndt). Era noto per le sue magnifiche interpretazioni dei canti devozionali; la sua voce melodiosa toccava sempre il cuore degli ascoltatori. Fu spesso paragonato a Ramprasad, il santo bardo del Bengala che si dice evocò la presenza della Shakti con il suo canto ispirato. La madre di Sri Ma era una donna gentile e di indole virtuosa, completamente dedita al benessere della famiglia. Che non fosse una donna comune, lo si scoprirà con il passare degli anni. Molti la ricorderanno come la Swamini vestita di ocra che accompagnava Sri Ma con il nome di Muktananda Giri.

Sri Ma era circa tredicenne quando sposò Sri Ramani Mohan Chakravarty di Atpara. La famiglia del marito era di tradizione Shakta. Come sposa bambina, Sri Ma fu accolta nella casa del fratello maggiore del marito, Sri Revati Mohan, e della moglie Pramoda Devi. Rimase con loro circa quattro anni, mentre Ramani Mohan si trovava ad Atpara e a Dhaka. Da un’infanzia spensierata in casa dei genitori, si trovò catapultata in un contesto esigente, per il considerevole lavoro fisico richiesto e in un clima di severa disciplina. Cucinava, puliva, trasportava acqua, curava i bambini e serviva la cognata in ogni maniera. Il duro lavoro è la regola per le donne dei villaggi indiani e di tutto il mondo. Quello che distingueva Sri Ma dalle ragazze nella sua stessa situazione era essere perfettamente all’altezza del compito e anche più. Rimaneva sempre sorridente, di buon umore e sempre disponibile a caricarsi dei fardelli altrui. Nessun compito le risultava ingrato. Il suo carattere sereno ed equilibrato non era mai turbato dalla disattenzione o dalle cattive maniere dei più anziani.

In realtà l’attitudine sempre positiva di Sri Ma causò alcune ansietà nei suoi famigliari: doveva essere segno di una mente semplice. Anche durante l’infanzia questo timore aveva preoccupato i genitori – forse era leggermente ritardata se non era dispettosa e disubbidiente come tutti gli altri bambini? Ci vollero molti anni perché le persone accanto a lei capissero definitivamente che lei era sempre assorta in se stessa. Ripeteva sovente a Vani: “Quello che accade, lascia che sia”.

Ci volle del tempo perché la gente capisse che Sri Ma era obbediente ma non sciocca o suggestionabile. La sua compassione senza limiti fluiva copiosa nella sollecitudine con cui si occupava di chiunque capitasse nel suo raggio di azione: famigliari, vicini, servitori, animali e piante ricevettero il tocco magico del suo interesse nel loro bene. Possedeva anche uno spontaneo e puntuale senso dell’umorismo, con cui prendeva di mira le manie dei suoi compagni, regalando un po’ di divertimento, senza però mai prendersi gioco di qualcuno con malizia. Aveva sempre un’aura di perfezione attorno a sé, che però non metteva soggezione. Al contrario, i suoi modi gentili e il sorriso sempre pronto le accattivavano le simpatie di tutti quelli che la incontravano.

All’età di diciotto anni, con il consenso delle due famiglie, Sri Ma andò ad Ashtangram, dove lavorava il marito, per vivere con lui. Negli anni successivi Sri Ma era solita chiamare il marito “Bholanath”, per cui useremo questo titolo per indicarlo. Al momento di partire per Ashtagram la madre le disse che avrebbe dovuto mostrare verso il marito lo stesso rispetto e la stessa obbedienza che aveva avuto per il padre. E’ stato osservato che per tutta la vita Sri Ma fu molto attenta ai voleri della madre. Bholanathji si trovò trattato amichevolmente ma con deferenza, che gradì molto. Ben presto scese su di lui il mantello di guardiano responsabile di un tesoro prezioso e indossò questo ruolo con rispetto e competenza per tutta la vita, fino alla sua morte nel 1938.

E’ stato scritto molto a proposito della purezza e della castità assoluta della vita coniugale di Sri Ma e Bholanathji. Sono parole in effetti inadeguate perché sarebbe meglio dire che tali questioni non sorsero mai tra loro.

Bajitpur. Da Ashtagram, Bholanathji si trasferisce a Bajitpur.

La cittadina di Bajitpur ha assunto un significato speciale per i devoti di Sri Ma, come il luogo in cui lei si incamminò lungo il percorso della sua intensa sadhana. Raccontò in seguito come accadde: “Un giorno a Bajitpur ero andata al bacino d’acqua vicino alla casa in cui alloggiavamo, per il mio bagno quotidiano. Mentre mi rovesciavo dell’acqua sulla testa, mi sorprese un Kheyala: ‘come sarebbe vivere la parte del Sadhaka?’ e così incominciò la Lila.” Queste due parole usate costantemente in relazione a Sri Ma, necessitano di qualche spiegazione. Kheyala si può tradurre con “un pensiero spontaneo”, distinto da un atto di volontà o dal desiderio per un fine. Generalmente manifestava la forma dei bisogni delle persone intorno a lei. Quando un Kheyala era stato espresso incominciava una serie di eventi concatenati che portavano al suo pieno compimento. Sri Ma apparve sempre equamente soddisfatta di ogni genere di risultati che derivavano dai Kheyala. Lila si potrebbe tradurre con “puro gioco” -  ovvero un’attività fine a se stessa.

I Kheyala erano azioni che si manifestavano spontaneamente. Ogni sera Sri Ma spazzava le stanze e il cortile. Accendeva un incenso e percorreva il perimetro della casa con il braciere in mano. Si prendeva cura di Bholanathji di ritorno dal lavoro, fino al momento di preparargli la hooka per fumare dopo cena. Quando Bholanath era a posto, gli chiedeva il permesso di dedicarsi per un po’ alla Sadhana. Permesso che le era prontamente accordato. Dunque Sri Ma si sedeva in un angolo della loro stanza e ripeteva a voce la parola “Hari, Hari, Hari…” per la sola ragione che aveva imparato a cantare questo Nome da suo padre durante l’infanzia. Bholanathji la vedeva diventare sempre più assorta nel mondo della gioia interiore. Dopo alcuni giorni di questo esercizio, la vide assumere spontaneamente posizioni yogiche o asana. La prima della serie fu probabilmente la siddhasana. Bholanathji sapeva bene che la moglie non possedeva alcuna conoscenza acquisita di yoga o di asana; questi fenomeni accadevano spontaneamente. Un giorno le disse “Perché reciti ‘Hari’? Noi non siamo Vaishnava.” Sri Ma chiese: “Devo dire Shiva, Shiva?” Bholanathji fu soddisfatto. Il cambiamento di Nome non produsse alcun cambiamento sull’andamento della Sadhana.

Sri Ma dichiarò di non contemplare alcuna forma durante la ripetizione dei Nomi divini. Il suono era tutto. Le sillabe erano come la risonanza di un battito onni-pervadente. Il suo corpo si trovava in sintonia con il rimo universale che sostiene tutto l’esistente. Era come uno strumento per l’esecuzione della musica cosmica. Sembrava diventare una cosa sola con il suono delle lettere che pronunciava; il corpo si muoveva ritmicamente nella danza vibrante dalla coreografia soprannaturale, diretta da una potere interiore. Talvolta restava immobile per ore, totalmente assorta nella beatitudine interiore. In tali occasioni il suo corpo emetteva una luminosità che era visibile ai presenti, Bholanathji la guardava ammaliato, mai dubitando della genuinità delle manifestazioni; fu inflessibile nel respingere i commenti maligni di alcuni vicini, che si rifiutavano di comprendere ciò di cui erano stati testimoni.

Sri Ma condusse la vita del pellegrino spirituale per circa sei anni; durante questo periodo iniziò e procedette nella pratica spirituale in maniera sistematica. Bholanathji capì di trovarsi in presenza di una incarnazione speciale del Divino. Lui stesso ricevette la tanto desiderata iniziazione da Sri Ma durante il primo anno di manifestazione. Di conseguenza la loro relazione acquisì una nuova dimensione – quella di Guru e discepolo, sebbene Sri Ma non mutò mai la propria attitudine di obbedienza e reverenza nei confronti di Bholanathji.

Di questo periodo della sua vita Sri Ma disse: “Esistono numerosi generi di Sadhana, che significa disciplina volta alla realizzazione del Sé, e ciascuno possiede innumerevoli aspetti. Tutti si rivelarono a me come parte di me stessa.” In anni successivi ebbe occasione di parlare delle sue esperienze in incontri di asceti, studiosi e altri ricercatori. I pandit si meravigliarono della sua conoscenza di ogni fede religiosa, fin nel dettaglio dottrinale. Sri Ma disse comunque aveva potuto riferire solo di una millesima parte di ciò che le era stato rivelato durante i suoi anni di Sadhana intensiva. Ad un certo punto, nel 1922, divenne maunam, cioè silente. Questo silenzio avvenne a sancire il completamento della Sadhana. Dopo il periodo maunam iniziò a conversare con i visitatori sui temi religiosi.

Da Bajitpur Sri Ma e Bholanath si trasferirono a Dhaka il 10 aprile 1924. Bholanath fu assunto come direttore del Shahbagh Garden, parte del complesso Nawabzadi Pyari Bano. Molte della persone che li avevano conosciuti ad Ashtagram e Bajitpur avevano contatti a Dhaka. Perciò cominciò a circolare la voce che la giovane moglie che abitava nei giardini Shahbagh era dotata di straordinari doni spirituali. Giunsero molti visitatori spinti dalla curiosità e rimasero come devoti per il resto dei loro giorni.

In ossequio ai costumi ortodossi del tempo, Sri Ma si mostrava in pubblico velata. Se Bholanathji le chiedeva di parlare con qualcuno lo faceva, altrimenti no. Le donne, ovviamente, erano libere di farle visita sempre e presto ce ne furono attorno a lei moltissime. Gli uomini continuavano a trovarsi in svantaggio per timore dell’opinione pubblica, finché Bholanathji si assunse un ruolo cruciale. Presto si cominciò a identificarlo come Baba Bholanath, persona di meritato rispetto. Sotto la sua protezione, la folla crescente assunse il carattere di una famiglia sempre più numerosa ma profondamente unita.

Tra i primi devoti c’era Sri Jyotish Chandra Rai, che è noto col nome di Bhaiji; Sri Shashanka Mohan Mukherji (poi Swami Akhandanandaji) e sua figlia Adorini Devi, nota ai devoti come Gurupriya Devi o Didi. Sri Nishikanta Mitra, Sri Pran Gopal Mukherjee, Sri Niranjan Rai, Sri Baaul Chandra Basak (amico di sempre di Bholanathji) e molti altri.

I genitori di Sri Ma furono invitati da Bholanathji a raggiungerli a Shahbagh. Persero il nome di Didima (Madre della Madre) e Dadamashai (Padre della Madre). Da loro i devoti di Dhaka appresero le notizie sull’infanzia di Sri Ma. I fratelli e le sorelle di Bholanathji e le rispettive famiglie arrivarono a Dhaka dopo alcuni anni. Una delle sorelle dichiarò: “Dopo la morte di nostro padre ci eravamo un po’ dispersi; ora Badhuthakurani (un termine per indicare la moglie del proprio fratello) ci ha permesso di riunirci di nuovo come una famiglia”.

A Dhaka, Sri Ma viveva in un’atmosfera di miracoli. Il suo tocco risanatore fu sperimentato da persone vicine e da stranieri. La si vedeva abbandonasi all’estasi del Samadhi e del Mahabhava durante i Kirtan. Un testimone oculare racconta così uno di questi episodi: “ Un momento prima Sri Ma era seduta come una di noi. Il momento successivo era cambiata completamente. Il suo corpo oscillava ritmicamente. Il sari le cadeva dalla testa. I suoi occhi erano chiusi e tutto il suo corpo si muoveva al ritmo del kirtan. Ancora col corpo che dondolava si alzava in piedi, o meglio era sollevata sui piedi. Sembrava come se avesse abbandonato il corpo, che si era trasformato in uno strumento nelle mani di un potere invisibile. Era evidente a tutti che non c’era volontà nelle sue azioni. Sri Ma era chiaramente inconsapevole e in completo abbandono. Girava in tondo nella stanza come sospinta dal vento. A volte il suo corpo iniziava a cadere a terra, ma prima di aver completato il movimento riguadagnava la posizione eretta, come una foglia nel vento che fluttua fino al suolo per poi esserne sollevata da un soffio”.

Sri Ma si muoveva al suono del Kirtan per alcuni istanti. Dopo si accasciava in Samadhi per molte ore. Era Bholanathji a decidere quando cercare di risollevarla. Siccome lei avrebbe seguito il Kheyala di obbedirlo, lui la chiamava ripetutamente, finché lei apriva gli occhi e diceva: “Vuoi che mi alzi?” con un filo di voce. A questo punto lui chiedeva alle donne di strofinarle le mani e i piedi gentilmente, di parlarle e di farle delle domande. In questo modo lentamente Sri Ma veniva riportata nel mondo ordinario.

L’alternanza di stati di coscienza, tra normalità e trascendenza, fu una caratteristica costante e inalienabile del comportamento di Sri Ma. Fu talvolta paragonato all’apparire improvviso del fulmine nel cielo. Una descrizione ne dice: “Era come sperimentare simultaneamente la luce del sole e della luna. Prima che si venisse accecati e sopraffatti dai raggi del sole, si veniva accarezzati e rassicurati da un gentile chiarore lunare.”

Questi stati furono frequenti e visibili a tutti in questo periodo, ma accadevano già nell’infanzia e nel periodo trascorso presso la famiglia di Revati Mohan. Non furono compresi da coloro che le erano vicini a quel tempo e credute delle crisi passeggere che sarebbero scomparse con la crescita. L’atteggiamento di Sri Ma era nell’insieme così radioso e sorridente che era facile perdonarle alcuni segnali di ripiegamento improvviso nel suo mondo interiore.

I giorni felici della vita comune intorno a Sri Ma furono però brevi. Sri Ma iniziò i suoi viaggi nel 1927. Baba Bholanath desiderava visitare alcuni luoghi di pellegrinaggio. Viaggiarono a lungo. I devoti di Dhaka lentamente fecero l’abitudine alle frequenti assenze di Sri Ma. Divenne chiaro che Sri ma aveva il kheyala di lasciare Dhaka. I devoti costruirono un piccolo Ashram per lei, ma il kheyala di Sri Ma a partire si rivelò più forte. Accompagnata da Bholonath e Bhaiji, Sri Ma lasciò Dhaka il 2 giugno 1932.

Viaggiando a caso giunsero a Dehra Dun. Da lì trovarono un sentiero per Raipur, un remoto villaggio dell’interno. Si sistemarono in un tempio in rovina dedicato a Shiva, a poca distanza dal villaggio. Questo fu l’inizio di una nuova vita per due di loro. Bholanathji di dedicò alla sadhana completamente. Bhaiji si rimboccò le maniche a svolgere i compiti che fino a poco tempo prima aveva affidato ai servitori. Spazzare e pulire, lavare i panni, cucinare pasti primitivi erano i suoi duri compiti. A volte Sri Ma lo aiutava, ma in generale vagava per la zona in solitudine o si sedeva insieme alle donne del villaggio.

Quando fece ritorno a Dhera Dun, lei e Bhaiji si stabilirono al tempio di Manohar di Ananda Chowk. Bholanathji trascorse quasi tre anni ad Uttarkashi praticando austerità. A Dhera Dunn lei entrò in contatto con le famiglie originarie del Kashmir che vivevano lì. Sri Hari Ram Joshi divenne un devoto e un grande ammiratore di Bhaiji. Era un uomo di forti convinzioni e aveva il coraggio delle proprie convinzioni. Offerta la propria fedeltà a Sri Ma, fece del suo meglio per portare ai suoi piedi tutti i suoi amici. Fu lui il tramite per presentare Kamala Nehru a Sri Ma. L’ardente devozione di Kamala Nerhu fu memorabile per intensità e durata. Avrebbe poi raccontato le sue esperienze in Svizzera, dove influenzò numerosi amici che si recarono in India per conoscere Sri Ma. Il Mahatma Gandhi sentì raccontare a lungo di Sri Ma da Kamalaji e il suo collaboratore di fiducia, Sri Jamnalal Bajaj, divenne devoto di Sri Ma, che incontrò direttamente Gandhiji nel 1942. Negli anni successivi Jawaharlal Nehru e Indira si recarono da Sri Ma, coinvolti dai racconti di Kamalaji nei suoi ultimi giorni.

Dhera Dunn divenne un’altra Dhaka. I tradizionali raduni gioiosi si diffusero in altre città come Delhi, Meerut, Lucknow, Solon e Simla . A Simla il festival Hari-kirtan ricevette una ventata di vita nuova per la partecipazione entusiastica di Sri Ma e di Bholanathji. Bholanathji aveva raggiunto di nuovo Sri Ma di ritorno da Uttarkashi. Fu presentato ai nuovi devoti e accettato di tutto cuore come Pitaji (padre).

Due crisi irruppero nella felice comunità che navigava a vele spiegate: Bhaiji spirò in Almora nell’agosto del 1937 e Bholanathji lasciò la sua famiglia di devoti nel maggio 1938 presso il Kishenpur Ashram. Con la morte di Bholanathji la personalità di Sri Ma emerse in una nuova luce. Era stata una moglie devota e lo aveva servito personalmente in ogni circostanza, anche durante la malattia. Durante l’ultima malattia di Bholanathji lei fu costantemente al suo fianco. Morì con la testa tra le sue mani espirando il nome “ananda”. Si comprese che aveva espresso così il suo stato di beatitudine e di pace.

Molti devoti supposero che Sri Ma ne fosse sconvolta, ma furono sorpresi nel constatare che in lei non c’erano segni di dolore. Era serena come sempre. Notò la loro reazione e disse gentilmente: “Vi mettete forse a piangere e a gemere se una persona va in un’altra stanza della casa? La morte è inevitabilmente connessa alla vita. Nella sfera dell’Immortalità, cosa può dirsi morto o perduto? Nessuno è perduto per me.” I seguaci di Sri Ma capirono qualcosa di più del significato del suo totale distacco unito alla straordinaria compassione per le persone.

Con il passare degli anni l’enigma della sua personalità si approfondì; fin dalla nascita Sri Ma era stata pienamente auto-cosciente; quando si immerse nella Sadhana, tutto le fu rivelato dai suoi Kheyala. Era praticamente una ragazza analfabeta di villaggio, ma quando iniziò a insegnare si espresse nel linguaggio degli studiosi più eruditi, senza commettere il minimo errore nella logica delle argomentazioni. Era del tutto consapevole delle differenze dottrinarie e mai confuse le une con le altre nelle conversazioni che intrattenne con gli istruiti pandit. Così come non era stata iniziata ad alcun ordine religioso o scuola di yoga, non aveva incontrato Guru che potessero averla influenzata. Neppure si ritirò mai dal mondo per abbracciare la vita eremitica; né si sottrasse mai ad amici e parenti. Non aveva svolto la sadhana come è intesa generalmente nella tradizione, eppure poteva parlare con autorità di tutti gli aspetti della ricerca religiosa. Per questi fatti adoperiamo la parola “unica” per descriverla.

Sri Ma continuò a viaggiare come sua abitudine senza itinerari prestabiliti e senza scegliere in anticipo i suoi compagni. Una folla eterogenea la circondava sempre. Spesso accadeva che queste persone non parlassero neppure la stessa lingua. Gente proveniente da province diverse e da differenti cammini di vita si mescolavano insieme in una felice commistione. Si sapeva che Sri Ma accettava gli inviti alle funzioni religiose. Così i devoti organizzarono in varie città le celebrazioni per Bhagavat Saptah, Durga Puja, Chandipath etc e implorarono la sua presenza. Dovunque Sri Ma si recasse, diventava immediatamente il centro di raduno di migliaia di persone. Non c’era un’organizzazione centrale attorno a Sri Ma; chiunque ne era capace se ne occupava per quanto gli era possibile. Le cose si aggiustavano da sole. E’ difficile descrivere la totale improvvisazione dell’organizzazione attorno a Sri Ma. Se non lo si è visto di persona, non è possibile credere alle fotuite coincidenze di eventi che sembravano esaudire i kheyala di Sri Ma per i viaggi, gli accompagnatori e gli alloggi.

In tutte le principali città che Sri Ma visitava i devoti si riunirono per costruire un Ashram dopo l’altro, ma non furono in grado di limitare i suoi spostamenti né di offrirle delle comodità durante i periodi di permanenza, perché sovente lei neppure li visitava, preferendo recarsi in qualche altro luogo.

Nel 1940 Sri Ma entrò in contatto con Sri Prabhu Dattaji Maharaj di Jhunsi, un Mahatma molto rinomato. Questi la invitò a raggiungere un concilio di sadhu a Jhunsi nel 1944, dove giunsero per conoscerla altri Mahatma, Sri Haribabaji Maharaj, Sri Chakrapaniji e Sri Sharananandaji. Però il Sadhu Samaj avrebbe evitato l’incontro perché l’ospite era incarnata in una forma femminile. Sri Prabhu Dattaji decise di demolire questa barriera artificiale. Infine Haribabaji Maharaj le conferì i massimi onori possibili. I capi di altre congregazioni monastiche riconobbero in lei la quintessenza della tradizione delle Upanishad e accentarono le sue parole come quelle delle Scritture.

Su indicazione di un kheyala di Sri Ma, presso il nuovo Ashram di Varanasi si diede inizio a un grande Savitri Yajna il 14 gennaio 1947. Il Samkalpa (richiesta, beneficio) era “Il Bene dell’Umanità”. Vi era forte tensione nel Paese a poca distanza dalla proclamazione dell’Indipendenza nell’agosto dello stesso anno. Ciò nonostante lo Yajna procedette senza intoppi e giunse a una conclusione spettacolare il 14 gennaio1950. L’occasione fu premiata dalla partecipazione di un grande numero di Mahatma e visitarono la cerimonia principi, artisti di fama, personalità politiche, oltre a un gran numero di persone comuni. La presenza di Sri Ma conferiva alle cerimonie un lustro particolare e questo Yajna solenne e grandioso ebbe un impatto impressionante sui partecipanti.

La funzione di maggior richiamo che si tenne sotto l’egida di Sri Ma fu il Samyam Saptah (settimana dedicata alla sadhana intensiva da svolgere in collettività). Sri Ma aveva espresso molte volte l’importanza di osservare alcune restrizioni di condotta, almeno una volta la mese o alla settimana. Sri Jogibhai, Presidente del Sri Anandamayee Sangha suggerì di organizzare un Samyam Saptah in presenza di Sri Ma, così che tutti i devoti si potessero riunire con questo programma. Il primo Saptah si tenne nel Varanasi Ashram nel 1952. I partecipanti avrebbero osservato il digiuno completo durante il primo e l’ultimo giorno. Nei giorni intermedi, Sri Ma stessa stabilì un menù molto semplice per un pasto quotidiano. Sotto la sua guida si programmarono le attività giornaliere: dopo la puja individuale, tutti i partecipanti si dovevano riunire nella Sala Centrale per l’ascolto delle Scritture, il Kirtan e la meditazione. Le porte dovevano restare chiuse per non subire alcun disturbo. Dopo una breve pausa pomeridiana per mangiare e per un po’ di riposo, rientro in assemblea per la sessione serale, e così via.

Questa iniziativa ebbe una popolarità straordinaria. Tutto l’Ashram vi si radunò e giunsero Mahatma da vicino e da lontano. Si potevano ascoltare lezioni tenute da oratori che non si sarebbero potuti avvicinare in altre occasioni. Si leggevano testi rari e si ascoltava ottima musica. La parte migliore della giornata era alle 9.30 della sera, quando Sri Ma rispondeva alle domande della gente. La giornata passava in un lampo nell’attesa dell’ora e mezza serale di “matri satsang”. I partecipanti erano meravigliati di poter vivere una condotta ascetica per una settimana intera senza provare alcuna fatica.

Il solo modo per comprendere Sri Ma è non paragonarla a nessun altro luminare del nostro cielo spirituale. Il riconoscimento che ottenne nella vita avvenne solo per la sua presenza. Così disse Swami Chinmayananda di lei; “Quando il sole splende nessuno ha bisogno di dimostrare lo splendore del sole.” L’armonia degli opposti fu il tema sottostante di tutta al sua vita. Nel mezzo dello splendore e della magnificenza che sembravano inevitabili dovunque lei si trovasse, viveva come un asceta. Per tutta la vita si nutrì pochissimo. Oltre ai mesi in cui si asteneva completamente dal cibo, come accadeva periodicamente, seguì altre restrizioni. Per molti anni fu solita mangiare a giorni alterni. Quando qualcuno se ne lamentava, rispondeva: “Non è affatto necessario mangiare per mantenere in vita il corpo. Mangio soltanto per mantenere una parvenza di normalità, così che non vi sentiate a disagio con me.” L’inappetenza non era collegata ad alcuna patologia. Era in ottima salute quando non mangiava nulla. Alcune malattie comparirono e scomparirono da sole, in altre circostanze.

Nel corso della sua vita incontrò quasi tutti i personaggi politici che salirono al potere dopo l’Indipendenza. Non parlarono mai con lei di questioni di Stato. Lei parlava loro solo di Dio e delle aspirazioni religiose degli uomini.

Alcuni devoti, per lodare il suo messaggio universale, dicono che riconosceva tutte le religioni come autentici cammini verso Dio. E’ ancora poco. In realtà Sri Ma non percepiva alcuna differenza sostanziale; per lei ogni cosa era l’Uno soltanto. La stessa cosa si può dire del trattamento riservato alle donne. Non riconosceva alcuna inferiorità o superiorità. Esigeva (se così si può dire) la stessa elevata disposizione ascetica dai brahmachari e dalle brahmacharini dell’Ashram. Purezza di parola, di azione e di pensiero era l’ideale costante, che stabilì per tutti i viaggiatori del sentiero della Realizzazione divina.

Quando Sri Ma parlava con persone giovani, di mentalità moderna, mostrava di essere completamente al corrente delle istanze del tempo; ciò non di meno, i suoi interlocutori non riuscirono mia a farla scendere a compromessi. Con grande senso dell’umorismo e comprensione riusciva sempre a coinvolgerli fino a farli accettare la sua richiesta di ricercare Colui che è nascosto nel profondo del cuore. Per tutti i devoti il sentimento nei confronti di Sri Ma può essere espresso con le parole di questo testo :

bhidyatehrdayagranthicsahhidyante sarvasainsayah kshiyante casya karmani tasmin drste paravare

Il nodo del cuore è stato dissolto, tutti i dubbi sono svaniti. La schiavitù è finita vedendo Lui, che è qui e oltre. (Mundakopanisad 11.2.8)

In retrospettiva sembra di vedere che Sri Ma iniziò il processo di riassorbimento in sé molto prima del tempo. Divenne sempre più ritirata e indisponibile perché, si disse, non stava bene.  Tutti i suoi devoti sapevano che il malessere si verificava perché non le era possibile impedirglielo. Molte volte aveva detto: “Perché tanto avversione verso le malattie? Esse giungono a questo corpo proprio come fate voi. Dico forse a voi di andarvene?” Per assecondare le preghiere dei suoi compagni, Sri Ma fu vista alcune volte impegnata in esercizi di yoga adatti a guarire i suoi malanni. Alla fine degli anni ‘70 e nel 1981, però, non aveva il kheyala di rispondere ad alcuna  preghiera per la propria guarigione. Cercò di far fronte ai vari impegni. Non sembrava malata, ma bellissima e serena come sempre; ma infine i devoti si rassegarono all’idea che non avrebbero avuto il suo darsana con la solita facilità. A parte pochissime eccezioni, cancellò ogni apparizione pubblica e rifiutò ogni impegno pratico. Il suo ultimo kheyala sembra sia stato la celebrazione dello ati Rudra Yajna a Kankhal. Fu il più straordinario degli Yajna Vedici. Con la guida di Sri Ma fu celebrato con tale splendore e scrupolosa aderenza a ogni dettaglio delle ingiunzioni rituali che i sapienti dichiararono che Sri Ma aveva dato inizio al Satya Yuga.

Negli ultimi giorni Sri Ma era serena, ma stranamente sembrava sottrarsi alle preghiere delle persone attorno a lei. Di solito prestava la massima attenzione alle parole dei Mahatma, ma ora alle preghiere per la sua guarigione sorrideva e diceva: “Non c’è Kheyala”. Lo Sri Jagadguru Sankaracharya of Shringeri, Sarada Peetham, volle invitarla a Sringeri in occasione dell’annuale Durga Puja e desiderava perciò che si ristabilisse al più presto. Lei gli rispose con la consueta gentilezza: “Questo corpo non è malato, Pitaji. E’ stato richiamato dall’Immanifesto. Qualsiasi cosa vedrà accadere ora è finalizzata a quell’evento”. Quando fu il giorno di dirgli addio (2 giugno) di nuovo ribadì la sua impossibilità di soddisfare la sua richiesta , dicendo: “Come l’Atman, io vivrò sempre con voi”.

Allo stesso modo, con altri mezzi, Sri Ma prese a svezzare i devoti dalla sua presenza fisica. Non rispondeva alle lettere ricevute, eppure chi le scriveva riusciva a percepire la sua presenza direttamente nel cuore e trovava risposta alle proprie domande. Non partecipò più alle funzioni religiose che comunque continuarono a svolgersi nell’Ashram con l’usuale scrupolosità. Smise di prendere cibo per alcuni mesi. Le ragazze che la assistevano potevano darle solo alcune gocce d’acqua in rari momenti. Sri Ma trascorse i suoi ultimi giorni nell’Ashram di Kishenpur. Non pronunciò alcun addio tranne le parole “Shivaya Namah” nella notte del 25; questo mantra segnò la dissoluzione finale dei legami mondani. Ritornò all’Immanifesto la sera di venerdì 27 agosto 1982, verso le 8 di sera.

Kankhal, situata ai piedi dell’ Himalaya, è una terra sacra. Tutti gli ordini monastici hanno una propria sede generale ad Hardwar. Per decisione unanime l’intera corporazione dei Mahatma si riunì per trasportare i resti terreni di Sri Ma. Le fu tributato il massimo onore; una processione di migliaia di persone scortò il veicolo con il suo corpo da Dehra Dunn a Kankhal. Il Mahanirvani Akhadha officiò l’ultimo rito del Samadhi. Così come Sri Ma aveva sempre detto di appartenere a tutti, tutti si radunarono per tributare l’estremo saluto al corpo umano che aveva sostenuto l’amatissima Ma per 86 anni.

Sri Ma venne in un’epoca in cui l’India e il mondo attraversavano crisi epocali. Ella rimase unita alla gente attraverso tutte le vicende della sua epoca, impartendo speranza e consolazione e sostenendo gli ideali antichi della tradizione sull’impatto soverchiante delle influenze aliene. Comprese perfettamente le implicazioni della tecnologia nell’era presente e con il suo esempio di vita orientò alla corretta prospettiva coloro che desiderano vedere al di là di essa. Che Dio, cioè, è presente nel mondo scoperto dalla ricerca scientifica quanto lo era nell’era della mitologia.

Noi riteniamo che il suolo di Bharatvarsha sia sacro. Per una volta vediamo in India non soltanto apparire un maestro o un santo, ma un esempio vivente dello stile di vita che è la quintessenza del suo spirito. L’India alimenta l’incontro tra il cielo e la terra, la commistione dell’ordine a-temporale con l’ordine del tempo, l’incontro tra l’eterna aspirazione dell’uomo e la discesa della Grazia. Un giorno questo sogno si avvera. Incontriamo un Maestro, uno Jagadguru, che non solo risveglia coloro che ricercano la Verità, ma infiamma e sostiene la fede verso la sua piena realizzazione.

Sri Ma rimane per sempre con noi nelle sue parole immortali, tra le quali ci è particolarmente cara questa frase: “Ma è (io sono) qui, di cosa vi preoccupate?” (Ma Adzhen, kiser cinta?)

Dal testo di  Bithika Mukerji :

http://www.anandamayi.org/

L’insegnamento di Sri Ma dalle sue parole

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Tutto questo, che è Sua creazione, è sotto la Sua disposizione, esiste alla Sua presenza, è in realtà Lui stesso. In qualsiasi condizione ci ponga, è sempre a fin di bene, poiché ogni cosa è disposta da Lui e Gli appartiene. La felicità relativa, che si manifesta in relazione a qualcosa, si esaurisce nel dolore. E’ dovere dell’uomo meditare su Dio che è Pace. Se non si ricorre a ciò che istruisce al ricordo di Dio, non può esserci pace. Non avete visto com’è la vita in questo mondo? Il Solo da amare è Dio. In Lui c’è tutto – Lui solo dovete ricercare.

L’essere umano dovrebbe accettare di vivere soltanto la più nobile e irreprensibile linea di condotta. Sarebbe una gioia immensa se tutti si sforzassero di modellare la propria vita su questo ideale. Solo le azioni che illuminano la natura divina dell’uomo meritano il nome di azioni; il resto sono non-azioni, spreco di energie. Ogni comportamento che non permette di risvegliare il divino nell’umano deve essere escluso, non importa quanto appaia allettante; e tutto ciò che aiuta il risveglio della divinità innata nell’uomo deve essere adottato risolutamente, anche se appare indesiderabile. La vocazione dell’uomo è aspirare alla realizzazione della Verità, percorrere il sentiero dell’eccellenza che conduce all’Immortalità. Ciò che pare delizioso ai sensi si trasforma in veleno subito dopo,  generando disordine interiore e disastro, poiché appartiene al dominio della morte.

In qualunque direzione volgete lo sguardo trovate Un solo Essere Eterno e Indivisibile che si manifesta. Eppure non è facile riconoscere questa Presenza, perché Egli compenetra tutto. Così come un re è riconosciuto per il proprio titolo, come il fuoco è conosciuto per il suo calore, così l’Immanifesto rivela Sé stesso attraverso il mondo della manifestazione. Le analisi sulla materia di tutte le cose create, se condotte sufficientemente a fondo, porteranno alla scoperta che ciò che rimane è identico ed egualmente presente in tutte le creature: è Lui, Quello che è definito Pura Coscienza.

Se, nel mezzo delle diversità del mondo delle apparenze, fate uno sforzo costante a svolgere il vostro lavoro come un servizio all’Onnipotente Padre dell’Universo, nel vostro cuore si risveglieranno l’amore e la devozione per Lui. Quando i muri della prigione dell’ego saranno crollati, diventerete sempre più ostinati e innamorati della ricerca della Realtà. Allora le differenti immagini della percezione si fonderanno in un solo quadro e gli stati d’animo e i sentimenti divergenti si tufferanno nel grande oceano della Beatitudine.

Il Corpo Universale di Dio comprende tutte le cose, alberi, fiori, foglie, colline, montagne, fiumi, oceani, e il resto. Verrà un tempo, deve venire, in cui si percepirà la Forma Universale dell’Uno che pervade ogni cosa. La verità delle Sue forme e sembianze è infinita, innumerabile, senza fine. Come il ghiaccio non è altro che acqua, così l’amato è senza forma, senza qualità e non esiste problema di manifestazione. Quando si è realizzato ciò, si è realizzato il proprio Sé. Dunque, trovare l’Amato è trovare il proprio Sé, scoprire che Dio è la propria natura, completamente identica al proprio Sé, il più profondo Sé, il Sé del sé. Occorre per prima cosa entrare in confidenza con Colui che intendete invocare. Pensare e parlate costantemente di Lui, guardate le sue immagini, cantale le sue lodi o ascoltate musica sacra, visitate luoghi di pellegrinaggio, cercate la solitudine o associatevi a persone sante e sagge, e diverrete famigliari con Lui. Quando questo sarà fatto, potrete chiamarlo “Padre” o “Madre”. Si deve stabilire una relazione di questo tipo con Lui, perché gli esseri umani non riescono a provare affinità a meno di definire il legame con questi termini. Siete abituati ai legami di parentela nella vita mondana; perciò dovete stabilire questo genere di relazione anche a livello spirituale. Sebbene all’inizio potreste non sentire profonda devozione, imparate a invocarLo incessantemente con la ripetizione del Suo nome, o con qualsiasi altro metodo, finché gradualmente Lui riempirà il vostro cuore. La preghiera, la meditazione e la carità offerta in Suo nome sono necessarie anche dopo che si sia saldato il legame d’amore, e devono essere proseguite costantemente. In questo modo la consapevolezza di Lui diventerà la vostra seconda natura e non vi lascerà fino all’ultimo respiro. E’ questo che si chiama Comunione con Dio.

Ascoltate! Non lasciate trascorrere il vostro tempo inutilmente. Tenete sempre con voi un rosario e recitate il japa; oppure, se non vi piace, almeno ripetete il Nome del Signore regolarmente e senza interruzioni come il ticchettio dell’orologio. Non esistono regole o restrizioni in questo. InvocateLo con il Nome che preferite, per tutto il tempo che potete – più lo fate, meglio è. Se vi stancate o perdete interesse, somministratevi il Suo Nome come una medicina che deve essere presa. Con questa pratica, quando sarà il momento propizio, scoprirete il rosario della mente, e udirete continuamente dentro di voi la lode del Maestro Supremo, Signore della Creazione, come la musica costante dell’oceano illimitato; ascolterete la terra e il mare, l’aria e il cielo risuonare il canto della Sua gloria. Questo è chiamato la onnipervadente Presenza del suo nome.

Il japa silenzioso va recitato sempre. Non si sprechi il respiro; quando non si ha niente di speciale da fare, si reciti silenziosamente il japa al ritmo del proprio respiro. Questo esercizio deve proseguire finché il japa diventi naturale come il respiro.

E’ molto importante leggere i testi sacri e il libri di saggezza. Dite sempre la verità. Ricordate che il Nome di Dio e Esso stesso una Sua forma; fate che diventi il vostro inseparabile amico. Esercitatevi al massimo per non rimanere mai senza di Lui. Più intenso e continuo sarà il vostro sforzo per vivere alla Sua Presenza, maggiori saranno le possibilità di crescere nella gioia e nell’armonia. Quando la vostra mente è libera, lavorate per riempirla con la consapevolezza di Dio e con la Sua contemplazione.

Supremo Padre, Madre e Amico – Dio è davvero tutto questo. Di conseguenza, quale potrebbe essere la causa o la ragione della Sua Grazia? Voi siete suoi, e in qualunque modo Lui vi stia portando a Sé, è per rivelarSi a voi. Il desiderio di trovare Dio che si risveglia improvvisamente nell’uomo, chi lo instilla? Chi vi fa adoperare per soddisfare questo desiderio? Dovete giungere alla comprensione che tutto origina da Lui. Qualsiasi facoltà o competenza possediate – sì, proprio voi -da dove proviene? E non è forse finalizzata a trovare Lui, il distruttore del velo dell’ignoranza? Tutto ciò che esiste ha la propria origine in Lui soltanto. Dunque dovete cercare di realizzare il vostro Sé. Potete dire di essere padroni anche di un solo respiro? Fino al minimo livello Lui vi fa sentire liberi di agire, se comprendete che questa libertà deve essere usata per aspirare alla Sua realizzazione, per il vostro bene. Ma se credete di essere voi agenti e Dio molto lontano e se, a causa della Sua apparente lontananza, operate per la soddisfazione dei desideri, agite in modo errato. Dovete vedere tutte le cose come una Sua manifestazione. Quando riconoscete l’esistenza di Dio, Lui si rivela a voi come il compassionevole, il benevolo o il misericordioso, in accordo con la vostra attitudine nei Suoi confronti in quel momento – così, ad esempio, per l’umile diventerà il Signore degli Umili.

Attraverso il respiro, la Coscienza diventa Materia. Tutto ciò che vive respira. Quando il respiro si ferma, si muore. La vita fisica dipende dal respiro. Mediante il Prana, la materia diventa viva. I desideri e la mente agitata rendono il respiro impuro. Perciò vi consiglio la pratica della concentrazione sul respiro combinata con la ripetizione di uno dei Nomi di Dio. Se il respiro e la mente diventano concentrati in un solo punto e stabili, la mente si può espandere all’infinito, e tutti i fenomeni possono essere inclusi in quel solo punto. Se meditate Dio con il respiro purificate il Prana, la guaina corporea e la mente. Se respirate meditando il Nome di Dio, sentirete il richiamo della Sua Grazia.

Il Sé, o Dio, è inconoscibile all’intelligenza ordinaria, ma non ci è ignoto quale respiro vitale. Se si adopera il ritmo del proprio respiro come supporto alla meditazione, si alimenta l’energia individuale. Perciò si deve sedere in meditazione in un luogo solitario e rivolgere la mente all’interno, quindi ripetere il mantra al ritmo del proprio respiro, senza forzature, in modo naturale. Quando dopo una lunga pratica, il Nome diventa inscindibilmente collegato al respiro e il corpo bel saldo, si arriva a realizzare che l’individuo è parte di Una Grande Vita che pervade l’Universo.

Io sono una bambina e voi siete i miei genitori. Accettatemi così e accordatemi un posto nel vostro cuore. Dicendo “Madre” mi tenete a distanza. Le madri devono essere riverite e rispettate. Ma una bambina vuole solo essere amata e accudita ed è cara al cuore di tutti. Questa è la mia sola richiesta per voi: lasciate un posto per me nel vostro cuore!.>>

http://www.srianandamayima.org

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Cos'é "L'Imitazione di Cristo"?

Di Admin (del 01/05/2008 @ 10:32:32, in L'Imitazione di Cristo, linkato 199 volte)

Un piccolo libro che ha costituito per secoli un preciso punti di riferimento per la spiritualità cristiana, tanto che si può considerare "il libro più letto dopo il Vangelo, meditato nei monasteri, letto nella vita religiosa e sacerdotale, tenuto come manuale di formazione cristiana robusta per tante generazioni di laici, di cristiani nel mondo". L'Imitazione di Cristo, il cui autore resta sconosciuto, benché possa essere collocato in ambiente monastico attorno ai secoli XIII-XIV, costituisce un semplice e concreto tracciato di vita ascetica.
La tensione spirituale che lo anima, ne fa un testo fondamentale nel tracciare una via alla ricerca di Dio, all'abbandono dell'"uomo vecchio" per costruire l'"uomo nuovo", per radicare interiormente una profonda spiritualità personale.

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La COSCIENZA

Di Admin (del 01/05/2008 @ 05:11:12, in Co/Scienza, linkato 191 volte)

La COSCIENZA non è una morale...
La COSCIENZA non è un’idea spirituale...
La COSCIENZA non è una religione...

COSCIENZA è ETERNO PRESENTE

è vivere il contatto tra il proprio corpo fisico, mortale, e il proprio corpo di luce, eterno.
La coscienza è uno stato speciale della materia nucleare che compone il corpo umano:
uno stato trasparente come un cristallo liquido alla propria voce interiore.

In questo stato il suo vero "cuore", il cervello, riconquista il "paradiso perduto",
non un altro luogo, ma uno stato ricco di armonia, cioè ricco di Luce pesante,
la vera Luce, la Forza che sentiamo come verità interiore...

La coscienza di sé è la chiave per la nascita di un nuovo mondo... è

ETICA NATURALE

UTOPIA REALE e CONCRETA

fonte: http://www.giulianaconforto.it

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QUANDO SI CAMBIA CASA: CHE FARE?

Di Admin (del 01/05/2008 @ 01:38:45, in Feng Shui, linkato 190 volte)

di Stefano Vettori 
 
Quando viene il momento di spostarsi, è meglio osservare alcuni semplici accorgimenti, per evitare in seguito inconvenienti spiacevoli.
Le informazioni che troverete nel seguito valgono sia per una casa presa in affitto sia per una nuova casa che stiamo acquistando, ma è chiaro che in quest'ultimo caso sono più decisive. È abbastanza ovvio, infatti, che la compravendita di un immobile è più impegnativa.
Sostanzialmente si possono presentare tre casi: si acquista una nuova casa ancora in costruzione; una vecchia casa da ristrutturare o un'abitazione più o meno recente ma ristrutturata. Di solito quest'ultimo caso è quello dell'affitto.
 

Se si sceglie di acquistare una casa in costruzione, una formula abbastanza comune in questi tempi, si ha maggior possibilità d'intervento. Di solito si trovano complessi più o meno grandi di ville mono, bi e quadrifamiliari con un'area esterna comune, che può essere un cortile, un giardino o entrambi.
In questo caso è importante prestare attenzione ad una serie di aspetti che ora esporrò. Insistete per avere una risposta chiara e precisa, possibilmente documentata. Ricordate che il venditore non fa il vostro interesse ma il suo, quindi tenderà a farvi notare tutti i lati positivi, tacendo su quelli negativi…


Per prima cosa occorre informarsi sull'uso cui era destinato il terreno utilizzato prima dell'inizio dei lavori. Era un prato, un bosco? C'erano vecchie costruzioni, che sono state abbattute? Devono essere assolutamente evitati complessi costruiti su ex cimiteri, spostati o "bonificati", come si dice scherzosamente oggigiorno. Magari qualcuno sorriderà a sentire queste cose, ma nella pratica si vedono troppe case di questo tipo i cui occupanti presentano patologie gravi, anche a livello psichico (depressioni, indolenza, mancanza di interesse, disturbi cronici…). Nello stesso modo devono essere evitate le case costruite su resti di chiese (anche se sconsacrate), cripte, vari templi, mattatoi, prigioni, luoghi maledetti, etc. (anche se gli edifici sono stati demoliti). Molto pericolosi i campi di battaglia, soprattutto se la battaglia risale a meno di 1500 anni fa. Informatevi da qualche conoscenza locale, che abbia informazioni valide sul territorio.

Ugualmente, fate attenzione se la casa è stata costruita su un terreno in precedenza utilizzato da una ditta molto inquinante (acciaierie, lavorazione di prodotti chimici e vernici, etc.). Ricordiamoci anche che queste ditte, ai tempi della loro massima attività (1930-1970) non facevano certo attenzione all'ecologia. Non è così raro che rifiuti tossici siano stati sotterrati, anche in profondità, e muovendo il terreno con le ruspe riemergano in tutto o in parte. In genere, comunque, anche senza arrivare a questi casi limite, il terreno risulta fortemente inquinato, e ciò si vede anche dalla vegetazione che cresce in questi posti: stentata, asfittica, spesso con deformazioni innaturali. Alcuni gas risalgono dal sottosuolo e possono penetrare nelle abitazioni nel giro di anni, passando dalle cantine. Sono sicuro che nessuno desidera abitare in un terreno di questo tipo, anche se i rifiuti fossero a 10 metri di profondità!


Bisogna anche stare attenti che nelle vicinanze non passi un grosso fosso o una bealera, interrati o canalizzati per comodità e per "bellezza". In questo caso bisognerà aspettare le prime forti piogge per sapere se le cantine corrono rischio di essere allagate, o se ci sono problemi di risalita con le fognature, soprattutto ai piani bassi.
Evitare assolutamente i complessi costruiti nell'invaso di un fiume; a parte il fatto che siano più o meno legali, esiste un limite di tolleranza di 150 m ai lati di un corso d'acqua in cui NON bisogna costruire. Escludeteli immediatamente. Comprare in questi luoghi significa essere certi che nel giro di dieci anni si subirà un'alluvione più o meno grave. Oltre a mettere in pericolo la vita ed i beni di chi vi abita, queste abitazioni sono un vero scempio nei confronti della natura. È una delle follie di costruttori moderni che sono in tutto e per tutto dei criminali. Per di più, intorno al fiume scorre una gran massa d'acqua sotterranea (e quindi anche sotto la casa), con effetti imprevedibili per la salute. Si evitino, in ogni modo, depressioni a livello più basso di un fiume adiacente, anche se a più di 150 metri di distanza.


È anche molto importante evitare abitazioni costruite in depressioni (indipendentemente dai corsi d'acqua), su laghi interrati (soprattutto nelle grandi pianure), in vicinanza di acqua putrida o marcescente, in zone paludose recentemente bonificate. Insomma, tutti quei posti dove, guardacaso, i nostri avi non si sarebbero mai sognati di costruire!


Una volta che ci siamo assicurati queste informazioni, passiamo ad esaminare che cosa c'è nelle vicinanze, o meglio, che cosa possiamo vedere dalla nostra (futura) abitazione. Anche qui bisogna evitare di vedere, da qualsiasi parte, ma soprattutto dalla facciata: cimiteri, discariche, acqua marcescente, grandi ditte rumorose e puzzolenti, chiese abbandonate o in decadenza, ruderi, prigioni, mattatoi, caserme e simili. La presenza di questi elementi nel paesaggio crea una depressione energetica. Verificare che si abbia una visuale ampia; le linee elettriche devono stare ad una distanza minima di 500 metri, anzi molto meglio se non sono per nulla visibili dall'abitazione. Lo stesso dicasi per le antenne radiotrasmittenti dei cellulari e dei ripetitori. Queste antenne sono di vario tipo come potenza e funzione; se sono presenti è necessario effettuare una valutazione dei campi elettromagnetici nell'abitazione. La presenza di questi elementi genera comunque una distorsione a livello sottile.


Infine si passa alla struttura dell'abitazione. Purtroppo, in questo periodo, la quasi totalità delle case è costruita in cemento armato, un materiale "morto". Il legno, la pietra ed i mattoni sono più adatti all'uomo. Inoltre non è vero che il cemento armato è il più solido (altrimenti come hanno fatto a resistere ai terremoti chiese e palazzi che ora hanno più di mille anni?), e nemmeno quello con la durata più lunga (al massimo dopo 130-150 anni una casa in cemento armato dev'essere comunque abbattuta a meno di ristrutturazioni molto pesanti).
Bisogna innanzi tutto assicurarsi che l'armatura in ferro sia messa a terra (cosa che non interessa minimamente ai costruttori). Ciò significa che se l'armatura è solidale (ad esempio i ferri sono saldati o almeno legati con filo metallico) è sufficiente una buona messa a terra con corda di rame lunga alcuni metri e uno o due picchetti alla fine. Se invece l'armatura è divisa in parti che non hanno contatto tra loro occorre mettere a terra ogni segmento. La messa terra scarica tutte le correnti parassite indotte dalle elettrificazioni presenti internamente ed esternamente alla casa (ad esempio i tralicci). In ogni caso l'armatura crea una "gabbia di Faraday" isolando l'interno dall'attività elettrica naturale esterna. Questo è un ulteriore motivo che fa ritenere il cemento armato incompatibile con l'uomo.


Se mancano ancora gli impianti, curare che i fili ed i tubi non siano sistemati tutti insieme (luce, acqua, gas, acqua dell'impianto di riscaldamento). Si creano, infatti, interferenze e scambi d'informazione. Possibilmente fare incrociare i vari tubi il meno possibile; e dovendo farlo posizionare gli incroci in zone dove nessuno sosterà a lungo (ad esempio porte, angoli, …). In camera, evitare qualsiasi tipo di passaggio (soprattutto tubi dell'acqua) sotto al letto. Fissata la posizione della porta e delle finestre, non è difficile intuire dove potrebbe essere posizionato il letto; da ciò si può decidere il tracciato dei tubi. È anche molto importante evitare che passino tubi dell'acqua esattamente dietro la testata del letto. L'impianto elettrico in stanza da letto non va progettato a circuito ma a stella; con questo semplice accorgimento si evita le creazione di un campo magnetico supplementare all'interno della camera. Non è male utilizzare materiali fonoassorbenti o isolanti termoacustici, che spesso sono anche isolanti elettromagnetici.


Se invece si trasloca in un'abitazione più vecchia, o comunque già abitata in precedenza, è buona norma informarsi sullo stato di salute di chi ha abitato prima noi; chiedere per quali motivi è andato via; informarsi sulla storia dell'immobile, se ci sono stati eventi particolarmente significativi e/o traumatici. È molto importante sapere se ci sono stati suicidi o morti violente; oppure lunghe degenze di persone anziane con malattie gravi, seguite da morte. In questi ultimi casi è importante effettuare una pulizia energetica degli ambienti piuttosto decisa, sperando che sia sufficiente. Spesso bisogna insistere per ottenere queste informazioni: occorre dimostrare tenacia ed avere voglia di andare fino in fondo. Cercate di risalire il più indietro possibile nella storia dell'abitazione, e pian piano tutti i particolari che acquisirete verranno a formare un puzzle. Chiedete se le persone prima di voi stavano bene, che tipo di persone erano, cosa facevano, che cosa pensavano della casa. Se è successo qualcosa di strano, facilmente incontrerete delle reticenze sospette che non faranno altro che indirizzarvi sulla strada giusta. In ogni caso, appena entrati in possesso dell'abitazione, è consigliabile effettuare una bella pulizia degli ambienti.
Finisco con la saggezza dei nonni. Una mia amica che cercava casa in campagna, visitando una cascina ha conosciuto la vicina ottantenne, ed è stata consigliata così: "La compri signorina, questa è una casa sana, non c'è mai morto nessuno…".

http://www.creativefengshui.it

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Il Suono del DNA: la musica della vita

Di Admin (del 01/05/2008 @ 01:00:00, in DNA, linkato 195 volte)

 Nella foto una sequenza di Dna  La vibrazione è compresa tra le frequenze udibili dall'orecchio umano
La scoperta è di un team di ricercatori italo-americani guidati da Carlo Ventura e James Gimzewski e potrebbe in futuro portare gli scienziati a indirizzare le cellule a differenziarsi sulla base di suoni di riferimento ben precisi.
Roma, 18 dic. (Adnkronos Salute) - Il suono della vita, una sorta di musica proveniente dai movimenti del Dna, è stato registrato e brevettato per la prima volta da un team di ricercatori italiani e statunitensi guidato da Carlo Ventura, docente di Biologia molecolare dell'università di Bologna, e dal fisico James Gimzewski, dell'università di Los Angeles, California. La scoperta, oltre a essere curiosa, potrebbe in futuro portare gli scienziati a trasformarsi in 'direttori d'orchestra' capaci di indirizzare le cellule a differenziarsi seguendo un suono di riferimento ben preciso.

Ventura ha illustrato i risultati dei suoi studi in occasione del convegno 'Aspetti biologici, clinici e sociali dell'allungamento della vita media', organizzato a Roma dall'Istituto nazionale biostrutture e biosistemi (Inbb). "Il nostro genoma - spiega - è fatto da una miriade di anse, di ripiegamenti che non hanno solo la funzione di 'impacchettare' i circa due metri della molecola del Dna in poche decine di millesimi di millimetro di diametro del nucleo. Per molto tempo - aggiunge - si è pensato che queste anse servissero a guadagnare spazio, ma oggi sappiamo che, pur facendo parte del cosiddetto Dna 'spazzatura', cioè che non codifica alcuna proteina, hanno una precisa funzione di 'architettura'''.

"I ripiegamenti del Dna - afferma l'esperto - sono dinamici nell'assemblarsi e nel disassemblarsi e questo loro muoversi in continuazione viene trasmesso a strutture del citoscheletro fino a creare una vibrazione sulla superficie della cellula. Questa vibrazione è compresa nell'arco di frequenze udibili dall'orecchio umano: dunque, non abbiamo fatto altro che sviluppare un approccio in grado di rilevare questi suoni. E quello che emerge è che questi rumori sono in qualche modo 'specifici' per quello che la cellula sta facendo in termini di espressione di geni, in quel momento". In futuro i ricercatori mirano a capire se il 'suono' può indirizzare le cellule e far comprendere loro cosa fare. In pratica, con il suono giusto si potrebbero impartire precisi ordini. "Bisognerà capire - conclude Ventura - se a differenziamenti specifici corrispondano frequenze sonore specifiche. Qualora fosse così, solo in un secondo momento si potrà vedere se, facendo ascoltare alla cellula questi suoni, la si potrà trasformare in quello che vogliamo".

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