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La mente e l'incognito

Di Admin (del 25/06/2010 @ 04:17:05, in Jiddu Krishnamurti, linkato 43 volte)

La mente non può spingersi nell'incognito.

Può ciò che è incommensurabile essere trovato da te e da me? Può ciò che non è del tempo essere scovato da quella cosa che è fatta di tempo? Può una disciplina praticata diligentemente condurci all'ignoto? Vi è un mezzo per giungere a ciò che non ha né principio né fine? Può quella realtà essere colta nella rete dei nostri desideri? Ciò che noi possiamo catturare è la proiezione di ciò che è noto; ma l'ignoto non può essere colto dal noto. Ciò che ha un nome non è ineffabile e nominando noi ridestiamo soltanto dei riflessi condizionati. Questi riflessi, per nobili e belli, non sono le risposte del reale. Noi reagiamo a degli stimoli, ma la realtà non offre stimoli: essa è.

 

La mente muove dal cognito al cognito e non può spingersi nell'incognito.

 

Non possiamo pensare a qualcosa che non conosciamo; è impossibile. Ciò che pensate viene dal cognito, dal passato, sia questo passato remoto o il secondo appena trascorso.

 

Questo passato è pensato, foggiato e condizionato da molte influenze, si modifica secondo le circostanze e le pressioni, ma rimane sempre un processo temporale. Il pensiero può soltanto negare o asserire, non può scoprire il nuovo. Il pensiero non può trovare il nuovo; ma quando il pensiero tace, allora può esserci il nuovo: che è immediatamente trasformato nel vecchio, nello sperimentato, dal pensiero. Il pensiero forma sempre, modifica, cobra secondo uno schema di esperienza. La funzione del pensiero è di comunicare, ma non di essere nello stato di sperimentazione. Quando la sperimentazione cessa, allora subentra il pensiero e la definisce entro la categoria del cognito. Il pensiero non può penetrare nell'incognito, così che non può mai scoprire o sperimentare la realtà.

 

Discipline, rinunce, distacchi, riti, esercizio della virtù, tutte queste cose, per nobili che siano, sono il processo del pensiero; e il pensiero può soltanto operare verso un fine, una conquista, che sono sempre del cognito.

 

Il conseguimento è sicurezza, la certezza auto-protettiva del cognito.

 

Cercare la sicurezza in ciò che è senza nome vuoi dire negarla. La sicurezza che si può trovare è soltanto nella proiezione del passato, del cognito. Per questa ragione la mente deve rimanere in profondo e totale silenzio; ma questo silenzio non può essere acquistato mediante il sacrificio, la sublimazione o la soppressione. Questo silenzio viene quando la mente non cerca più, non è più presa nel processo del divenire. Questo silenzio non è cumulativo, non può essere creato attraverso la pratica. Questo silenzio deve essere così sconosciuto alla mente come ciò che è senza tempo; perché se la mente sperimenta il silenzio, allora c'è lo sperimentatore che è la somma di esperienze passate, che è consapevole di un passato silenzio; e ciò che è sperimentato dallo sperimentatore è soltanto una ripetizione che si auto-proietta. La mente non può mai sperimentare il nuovo, così che la mente deve starsene tranquilla all'estremo.

 

La mente può tacere solo quando non sperimenta, vale a dire quando non definisce o nomina, non registra e non accumula nella memoria. Questo dare un nome e registrare è un processò Continuo dei differenti strati della coscienza, non soltanto della mente più elevata. Ma quando la mente superficiale è in quiete, la mente più profonda può far sentire le sue intimazioni. Quando l'intera coscienza è muta e tranquilla, libera d'ogni divenire, che è spontaneità, allora soltanto l'incommensurabile viene in essere. Il desiderio di conservare questa libertà dà continuità alla memoria del diveniente, la qual cosa è un ostacolo alla realtà. La realtà non ha continuità; è di momento in momento, sempre nuova, sempre recente. Ciò che ha continuità non può mai essere creativo.

 

La mente superiore è soltanto uno strumento di comunicazione, non può misurare ciò che è incommensurabile. Della realtà non si deve parlare; e quando se ne parla, non è più realtà. 

Questa è meditazione.

 

 

Spunto di lettura

 

La Rivoluzione Interiore

La Rivoluzione Interiore

Come si può vivere saggiamente in un mondo dominato dalla follia? Nelle meditazioni qui raccolte Krishnamurti affronta questa domanda cruciale con freschezza e chiarezza di pensiero, mostrando le connessioni tra il mondo interiore e quello esteriore.

Indagando le origini del dolore, le ritrova nella nostra ossessione per il passato: sono infatti i ricordi, lieti o dolorosi, che ci provocano l'illusione della continuità e ci fanno soffrire.

Krishnamurti ci invita invece a tenere desta l'attenzione sulle singole percezioni e a raccogliere momento per momento le sfide che la vita ci pone.

 

 

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